ottobre 2018

Cinquant’anni di Humanae Vitae

Humanae Vitae: enciclica controcorrente la cui ricorrenza, a cinquant’anni dalla promulgazione, ci imbarazza ancora, per il suo essere “contro” una logica profana, futile, effimera. Un insegnamento innegabilmente intenso, quello contenuto nel testo che Paolo VI, papa umile e santo, oggi, come allora, ci propone nel perdurare della crisi della Chiesa e della società. L’Enciclica porta con sé, sicuramente, il bilancio fallimentare della sua recezione, proprio all’interno della Chiesa stessa, bilancio che nessuno ha voluto finora fare pubblicamente per cui l’ha condannata, nel tempo, alla irrilevanza nel mondo cattolico.

Eppure essa contiene un aspetto di estrema attualità per i risvolti personali, sociali ed ecclesiali del tempo presente e, soprattutto, di quello futuro: l’urgente necessità di imparare ad ascoltare il proprio corpo e soprattutto, imparare ad ascoltare il corpo femminile. È questo che si denota come tratto profondamente umano e spirituale dell’enciclica in riferimento alla questione della condanna da parte della Chiesa della contraccezione e della liceità dell’uso di “Metodi naturali” nella sfera della sessualità. Questione questa che sollevò svariate critiche e portò alla diffusione di vignette umoristiche sul papa, ad opera soprattutto dei cattolici.

Un approccio scientifico alla questione dei metodi naturali moderni, Billings e sintotermici (Retzer e Camen per esempio), permette di valutare i ritmi della fertilità basandosi sull’osservazione di specifici segnali presenti nel corpo femminile in alcuni periodi.  Questi metodi non possono essere liquidati come contraccezione sulla base di elementi naturali: rimandano ad un significato ulteriore.

L’utilizzo di metodi naturali, nella relazione di coppia, si potrebbe affermare, testimonia la complessità  e contestualmente la necessità di ricercare relazioni autentiche, nella modalità della conoscenza di sé e della propria corporeità come circostanza, momento del cammino di crescita reciproco della coppia. Il rimando ai metodi naturali richiama la donna alla necessità di ascoltare consapevolmente i segnali di fertilità nella propria carne e decifrarne il senso; e richiama l’uomo a ricordare la necessità di tenere conto di questi segnali che rimandano sì al corpo femminile, ma anche alla sua stessa dignità. E’ da questo dialogo che può e deve scaturire un’autentica relazione d’amore basata sull’ascolto reciproco e responsabile, a partire dal dato corporeo.

Questo aspetto sempre attuale dell’Humanae Vitae ci ricorda quanto pronunciato cinquant’anni or sono da Paolo VI, appello, ora ineludibile, alla libertà di ciascuno: è urgente il riconciliarsi con il proprio corpo, dato imprescindibile dell’umano, per poterlo ascoltare e conoscere nella sue dimensioni vitali e spirituali. Una prospettiva questa che esprime tutto l’Evangelo come profezia: recuperare l’umano nel darsi del genere maschile e femminile per aprire così una nuova stagione di fecondità e generatività. Negli adulti considerando il compito educativo in quanto genitori aperti alla vita e alla fede; nei giovani per generare scelte vocazionali di dedizione a Dio e ai fratelli.

Partiamo allora dalla nostra corporeità e soprattutto dal corpo delle donne che va prima di tutto ascoltato.

don Francesco Poli