giugno 2018

COME IL BUON PASTORE

Trent’anni da prete.

Emozionante e coinvolgente è stato, nel tempo, oggi come ieri, il permanente e misterioso cammino con il Risorto, il nostro essere figli della Resurrezione: testimonianza di un nuovo modo di esistere nel quale “l’amore è più forte della morte”. Noi siamo uniti a Cristo e perciò interamente partecipi della Sua stessa Vita secondo l’invito della narrazione evangelica: Gesù, che più non muore, risorge in noi: Lo incontriamo vivo nell’Eucaristia e nell’intensità di tutti i sentimenti dell’uomo. È meraviglioso, strabiliante e la nostra fede ne è rapita: Gesù, con la Sua Resurrezione, si mostra a ciascuno di noi per quello che è: la pietra angolare che serve per il nuovo popolo, noi. Egli si palesa nella Sua identità profonda quando rivela ai “suoi”: “Io e il Padre, siamo una cosa sola”. È così che ci comunica di essere, “come il Padre”, Dio. Nella fede, al pari dei discepoli e degli apostoli, ci siamo relazionati con Lui e Lo abbiamo conosciuto nei modi più diversi: la Sua vita e la Sua missione ci sono state manifestate da Gesù stesso. Ora, con la resurrezione, Egli annuncia: “Io Sono”; così come Yahweh, dal roveto ardente, manifestava a Mosè il proprio nome: “Io Sono”.
Il Risorto si svela a noi: “Io Sono…”. E così, di volta in volta, rivela la sua identità: “Io Sono… il Pane della vita”, “Io Sono… la Luce del Mondo”, “Io Sono… la vite, voi i tralci”… . Egli è Dio, come il Padre appunto, “Io Sono”. È Dio! Non in quanto identità predefinita, statica, assoluta e separata, ma perché Essere vitale, dinamico: Dio che si mostra e si fa riconoscere da noi, giorno per giorno, sempre nuovo, inaspettato, in assoluto e universalmente partecipe della nostra storia, sempre al nostro fianco. Tale l’identità profonda di Gesù, “L’Io Sono”, che in questo “oggi” della storia umana, ci si rivela.
“Chi sei Gesù, per me?” È una domanda ricorrente in questi giorni, nel trentennale dall’ordinazione sacerdotale: tempo di analisi, riflessione sulla mia responsabile promessa sacerdotale: chiamato a seguire, nella mia inadeguatezza e indegnità, il Buon Pastore. Tu, Signore, mi rispondi: “Io Sono Buon pastore”. Ti riveli a me che così Ti identifico e riconosco, sei il Pastore che porta sul volto l’identità di tutti i pastori – sacerdoti/vescovi, riflesso dell’amore di Dio, da Lui donati al suo popolo. Tu il desiderio, l’avventura stupenda che dura una vita, un amore “con cuore indiviso” risposta a quella domanda che Gesù fa a noi come a Pietro:” Mi ami più di costoro?”
Riconosco la Tua voce, continua ad indicarmi il cammino. Ti riscopro ancora oggi, come allora, seppure in modo nuovo e inedito: mi chiami per essere ancora un pastore, un buon pastore. Come all’inizio della mia esperienza sacerdotale, cercherò la Tua Grazia, per essere testimonianza di ciò che Cristo è stato, con la sua vita, il suo esempio, le sue virtù e la sua preghiera. Attento a non cedere alla tentazione, resa oggi ancor più insidiosa dai profondi cambiamenti sociali nel cui ambito si esplica l’azione pastorale del prete. Vigile nel non “farmi mercenario”, nel non diventare un “salariato”, uno impegnato in questo “mestiere” particolarissimo soltanto perché pagato, solo attento alla ricompensa per il suo lavoro, ma che in verità non ama il suo gregge; quelle che dovrebbero essere le sue pecore non gli appartengono, non sono destinatarie del suo amore e contano ben poco nell’economia del suo tempo. Attento a salvaguardare, in questa stagione tumultuosa della vita della Chiesa, in primo luogo la propria “tranquillità” di pastore. Nella vita di ogni giorno, occupato dalle incombenze del suo ministero, “viaggia” spesso correndo tra le pecore, ma sempre, inevitabilmente, lontano da loro. Con lui il compito di badare al gregge favorisce l’idea del “Prete badante”.
Viceversa, l’identità del Buon Pastore che Gesù mi mostra con la sua presenza oggi, mi incoraggia ad essere una guida che sa stare nel “gregge”, in quello che è il “Popolo di Dio”, donandomi, condividendone la vita, facendomi partecipe della stessa quotidianità. Stare con loro e per loro. Vivere l’essere prete come se si fosse un fratello: educando e lasciandosi educare. Proprio come ci insegna e vuole Gesù.

don Francesco Poli