maggio 2018

È UN SESSANTOTTO?

Problemi, speranze e sogni di ieri e di oggi.

La scuola è l’unica differenza che c’è tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti”.

don Lorenzo Milani

Passano, gli anni passano…tanti dagli eventi del 1968. Cinquant’anni e, nonostante lo stacco temporale, avvenimenti che permangono nell’attualità del mondo contemporaneo: rivolte, scioperi, occupazioni, manifestazioni, sit-in, disoccupazione, malessere, segni evidenti di una società in difficoltà, inquieta, prostrata, ma non vinta.  Il mondo in fermento… oggi come allora.
Le analogie con l’attualità emergono più palesi anche dalla rilettura di molti scritti dell’epoca. Anche allora ci si interrogava sulle aspirazioni degli studenti, sul mondo della scuola. Il filosofo Jean-Paul Sartre, intervistando uno dei protagonisti di quel maggio francese, cercava di comprendere perché il disagio sociale e culturale si esprimesse attraverso il movimentismo, l’iniziativa spontanea della base, e non, per esempio, organizzandosi in qualcosa di più strutturato come un Partito o un “Sistema”. La Russia, da parte sua, attaccava gli intellettuali del movimento studentesco: i giovani occidentali, secondo la stampa di regime, erano innegabilmente dei “servi del capitalismo”. La lunga notte della rivolta di Stonewall segna, simbolicamente, la nascita del movimento per la visibilità e la liberazione delle persone LGBT. La stampa internazionale raccontava un’inquietudine e un fervore del tutto nuovi e imprevedibili, qualificantesi per il puro spontaneismo. È la stagione di John Lennon che canta “Imagine”. Così allora, come oggi, il mondo sogna di avere il coraggio di cambiare le cose.

In questi contesti che è allocato don Lorenzo Milani, recentemente “reintegrato” anche nel mondo cattolico grazie ad un inaspettato giudizio di papa Francesco. Moriva all’albeggiare di quel ’68 lasciandoci come testamento Lettera a una professoressa, testo attualissimo, bussola nel tempo dello smarrimento educativo. Figura, questa del Priore di Barbiana, che ancora strugge, nonostante i tentativi di neutralizzare gli aspetti più pungenti della sua testimonianza. Ed è proprio oggi che il suo pensiero e percorso non per tutti “politicamente corretti”, evidenziano questioni da affrontare se vogliamo ricomprendere e risignificare il compito educativo nel nostro tempo che sempre più lascia intendere un profondo smarrimento sociale… quindi non solo all’interno della scuola.

Partiamo, a titolo esemplificativo, dalla questione, per don Milani vitale, della feroce selezione classista a danno dei figli degli operai e dei contadini. Fu solo grazie alla sensibilità e determinazione di questo prete che apparve palese l’ingiustizia di chi può permettersi di studiare e chi, invece, per le proprie condizioni di povertà economica, culturale e sociale, no. In ogni caso, quella denuncia non fu tanto la presa di posizione di un singolo, quanto, come ci mostra l’esperienza della Scuola di Barbiana, l’azione partecipata di una comunità.

È senz’altro questo l’aspetto prodigiosamente attuale dell’esperienza educativa promossa da don Milani. Lettera a una professoressa fu il frutto di una scrittura collettiva, di una critica corale al modello educativo e al “sistema” allora attuali. Un approccio intergenerazionale finalizzato ad analizzare le cause della crisi per cercare poi di condividere un ideale prima ancora che un metodo educativo per i ragazzi. Un modello dunque che ben rappresenta ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, una delle espressioni più alte di una pratica sempre meno seguita dalla scuola, che rimane un luogo privilegiato di incontro, in cui insegnanti, allievi, genitori e reti del territorio, si mettono in gioco insieme creando valore, cultura, società e saperi. Dall’esperienza di Barbiana fu chiaro a tutti come l’azione educativa può nascere solo e sempre da un valore, mai da un sapere trasmesso: “I CARE”, “Mi sta a cuore”, scriveva don Milani sulla porta della “Sua” scuola.

Da questa convinzione muove la, sempre attuale, pedagogia della Scuola di Barbiana: insegnamento della lingua: principale e costante preoccupazione manifestantesi nello sforzo di ridare la parola ai nuovi poveri del web. Aderenza alla realtà per combattere l’illusione del virtuale: partire dalla realtà quotidiana al fine di acquisire un bagaglio di esperienze – conoscenze, che aderiscano ai bisogni e alle risorse umane già presenti sul territorio. Laicità generata dall’identità delle proprie convinzioni nel rispetto di quelle altrui. Don Milani tolse il crocefisso dall’aula di una delle scuole, come provocazione per condurre alla riflessione sui temi religiosi. Austerità come testimonianza di autorevolezza: l’educatore, se vuole formare persone adulte, deve essere autorevole attraverso la testimonianza e l’austerità della vita. Da qui anche l’idea del tempo pieno, per consentire una maggiore condivisione di spazi, luoghi ed esperienze. Un metodo cooperativo fatto di azioni poste orizzontalmente, in uno stile qualificantesi per ascolto, collaborazione, cooperazione e condivisione di esperienze e competenze. Rifiuto della selezione – esclusione che oggi, nel contesto globalizzato, non immaginiamo rivolta esclusivamente all’ immigrato, ma a quanti vivono la realtà di “estranei” oltre che per la nazionalità di origine, anche per la povertà sociale, culturale, materiale.
Grazie a tutto ciò, la metamorfosi della società determinatasi a seguito degli eventi del ’68 appare ancora attuale e ricca di promesse per il futuro. Compito della scuola non doveva essere quello di sfornare laureati né con “voto politico”, né con “voto da secchione”, quanto il far diventare i giovani dei cittadini sovrani. In questa prospettiva, la scuola, come l’intera comunità nelle sue diverse componenti, dovrà recuperare la consapevolezza di essere strumento di elaborazione della coscienza personale e sociale per: andare al cuore alle cose, ragionare con la propria testa, porre domande ed essere solidali e partecipativi. L’I care appeso al muro di ogni luogo vitale, sarà il segnale promettente di un atteso risveglio da quel torpore educativo che in tempi recenti sembra assopirci.

don Francesco Poli