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Marzo 2019

Cammini e fallimenti.

La quaresima tempo di grazia.

Camminare e fallire. Tale è la condizione umana, tanto individuale quanto comunitaria, e riguarda contestualmente e distintamente ciascuno, la società e la Chiesa. Anche la consueta quotidianità della vita non ci mette al riparo da errori, disinganni, insuccessi, sconforto. Questi, infatti, vanno annoverati nella dinamica delle relazioni. Nessuno è al riparo da sconfitte e conseguenti delusioni, in specie relazionali ed educative, ed è questa consapevolezza che, in particolare nel periodo di Quaresima, può far sì che il nostro tempo sia determinato dalla Grazia così che possiamo riconoscere quali e quanti siano i nostri limiti. 

L’aspirazione e la volontà di trovare soluzioni efficaci e “certificate” ai molteplici problemi e alle sfide che affliggono, allarmano e inquietano la società moderna, come anche la Chiesa contemporanea, rischiano di condurre ad una ricerca di tattiche, strategie tanto estreme quanto controproducenti e tali da favorire una condizione di sfiducia e delusione che ci identifica come dei disillusi frustrati e sconfortati.

 Anche ad un attento esame, non esiste un efficace metodo che ci permetta di affrontare le criticità del vivere oggi, soprattutto quella indifferibile dell’educazione. Se qualcuno l’avesse trovato, esso, oggi, sarebbe presumibilmente un copyright protetto, inviolabile, di qualche multinazionale. Peraltro neanche Gesù possedeva valide formule educative, come conferma il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’abbandono degli apostoli, gli insulti della folla…Tutti destinatari di possibili positive relazioni e sessioni di “formazione permanente”! Ogni giorno ci adoperiamo, con impegno, sia come genitori sia come educatori nel mondo della scuola, della Chiesa e in ogni ambito della società, per formare le nuove generazioni nel confronto continuo di una permanente scuola. Ma la nostra dedizione e diligenza non ci protegge, esentandoci, da delusioni e fallimenti. In modo particolare se si considera che “l’atto di educare” si sviluppa sempre nell’incontro tra volontà libere.  

Cogliamo allora questo tempo di Quaresima come un “tempo utile”, idoneo per riaffermare che quello pedagogico è un compito imprescindibile per la comunità, svincolandoci dalla lusinga di poterlo realizzare in ogni caso con esiti positivi o imputando eventuali insuccessi alla nostra negligenza, sconsideratezza o faciloneria nell’esercizio del magistero. Un compito tanto più responsabile quanto più si sarà preparati, esperti, competenti nel considerare ed includere la possibilità di errori o fallimenti anche solo parziali e temporanei nell’attuazione di percorsi educativi orientati alla crescita e alla maturità. Ogni itinerario formativo/istruttivo promosso per le giovani generazioni dai più diversi soggetti dediti ad attività didattiche sarà bene che sia proposto con realismo. E Dio stesso, quale ci appare nel testo biblico, nel tracciare itinerari educativi per il Suo popolo, l’umanità, non solo ne previene eventuali limiti o fallimenti, ma li prevede anche, pronto a porvi rimedio con l’infinita Sua clemenza e il Suo amore. Ne è esempio la parabola della zizzania e del buon grano; così in ambito pedagogico, pur seminando “il buon grano”, succede che possa crescere il seme della zizzania. E noi, sull’esempio di Dio Padre continuiamo a seminare, mai stanchi e sempre fiduciosi. 

Anche se cammini e fallimenti sono consueta quotidianità in quello che talora appare come il deserto del vivere oggi, non possiamo rinunciare a ruoli educativi benché consapevoli che ciò non ci risparmierà fatiche e insuccessi. Appare impervio il cammino, ma in realtà sono le impervietà ad essere cammino; lo Spirito guiderà ogni buon educatore ispirandogli consiglio perché, pur attraverso prove e sfide, acquisisca quella spirituale paternità e maternità che ne rende il compito una missione di autentica credibile testimonianza.

don Francesco Poli

Marzo 2019

Aprile 2019

02 Martedì Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
04 Giovedì Gruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
  Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
05 Venerdì Ore 7.30 e 17.30 Via Crucis in Chiesa
  Ore 20.30 VANGELO E CARITÀ –  in oratorio Incontro con la fondazione BOSIS
07 DOMENICA V DI QUARESIMA 
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
09 Martedì Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
11 Giovedì Gruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
  Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
12 Venerdì Ore 7.30 e 17.30 Via Crucis in Chiesa
  Ore 20.30 Via Crucis ritrovo in Chiesa
  Oggi esce il Notiziario parrocchiale di APRILE
14 DOMENICA DELLE PALME – SETTIMANA SANTA
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
  ORE 15.30 PRIMA CONFESSIONE (Sacramento del perdono con i Fanciulli del II anno di IC)
21 DOMENICA PASQUA DI RESURREZIONE
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
22 Lunedì dell’Angelo S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 18.30 a S. Sisto in Agris
23 Martedì Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
24 Mercoledì Catechesi in gruppi (ore 16.30 Orat.)
26 Venerdì Catechesi in gruppi (ore 16.30 Orat.)
28 DOMENICA IN ALBIS
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
  RITIRO SPIRITUALE FANCIULI MESSA PRIMA COMUNIONE (09.30 – 17.30 oratorio)
29 Lunedì Incontro padrini/Madrine Cresima (Sala della Comunità ore 20.30)
30 Martedì Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
Marzo 2019

Marzo 2019

01 Venerdì Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parrocchiale)
03 DOMENICA VII TEMPO ORDINARIO 
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30.
05 Martedì CARNEVALE
06 Mercoledì LE CENERI Inizio Quaresima
07 Giovedì Gruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
08 Venerdì VIA CRUCIS  (ore 7.30  e 17.30)
  Catechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
10 DOMENICA I DI QUARESIMA 
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
  DOMENICA È FESTA genitori e fanciulli III ANNO – prima COMUNIONE  (ore 14.45 Oratorio)
12 Martedì Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
14 Giovedì Gruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
  Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
15 Venerdì VIA CRUCIS  (ore 7.30  e 17.30)
  Catechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
  INCONTRO DI PREGHIERA E CARITÀ (ore 20.30 in Oratorio)
Oggi esce il Notiziario parrocchiale di MARZO
17 DOMENICA II DI QUARESIMA
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
  DOMENICA È FESTA genitori e ragazzi VI ANNO – CRESIMA  (ore 14.45 Oratorio)
19 Martedì S. Giuseppe
  Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
21 Giovedì Gruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
  Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
22 Venerdì Ore 7.30 e 17.30 Via Crucis in Chiesa
  Ore 20.30 VANGELO E CARITÀ – in oratorio Incontro con il direttore della CARITAS BG
24 DOMENICA III DI QUARESIMA 
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
25 Lunedì, e ogni lunedì, ore 20 S. Messa Chiesa di S. Pietro ai Campi
26 Martedì Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
27 Mercoledì ASSEMBLEA CATECHISTI (ore 18.00  Casa della Comunità)
28 Giovedì Gruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
  Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
29 Venerdì Ore 7.30 e 17.30 Via Crucis in Chiesa
  Ore 20.30 VANGELO E CARITÀ –  in oratorio Incontro con il direttore del CENTRO MISSIONARIO
31 DOMENICA IV DI QUARESIMA 
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
Marzo 2019

Febbraio 2019

17 DOMENICA V TEMPO ORDINARIO 
S. Messe orario Festivo:
7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30.
PRESENTAZIONE FANCIULLI MESSA DI I COMUNIONE (ore 10.00 chiesa parr.)
DOMENICA È FESTA (genitori e ragazzi III anno in oratorio  ore 14.45)
18 Lunedì SCUOLA DI COMUNITÀ – catechesi adulti (in chiesa parr.: ore 8.35 e 17.30)
19 Martedì Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
20 Mercoledì ASSEMBLEA CATECHISTI (ore 18.00  Casa della Comunità)
21 Giovedì Gruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
22 Venerdì – 24 Domenica TRIDUO DEI MORTI (Programma a parte)
24 DOMENICA VI TEMPO ORDINARIO 
S. Messe orario Festivo:
7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
Ore 18.30 Solenne Conclusione Triduo dei Morti
25 Lunedì SCUOLA DI COMUNITÀ – catechesi adulti (in chiesa parr.: ore 8.35 e 17.30)
26 Martedì Conferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
28 Giovedì Gruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
Febbraio 2019

Se viene meno la fiducia, la democrazia è più povera.

La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora…. Ora, a posteriori, non si può che confermare l’affermazione di Winston Churchill in quanto l’istituzione democratica sembra apparire sempre più fragile; ciò scaturisce da una crescita costante, diffusa e malcelata, di mancanza di fiducia nei suoi confronti da parte di molti cittadini. La fiducia nella democrazia, intesa quale spontanea capacità di assegnamento su chi è liberamente eletto, sta a fondamento del vivere civile nelle società occidentali. Nelle nostre realtà, nei sobborghi, nei quartieri periferici come nelle grandi città, si osserva una persistente caduta di aspettative, nei confronti della politica, delle Istituzioni, della Chiesa, dell’economia… nonché del sociale: le famiglie, nelle difficoltà, si sentono trascurate, se non abbandonate. Ed è proprio questa elusione delle attese dei cittadini, da parte di istituzioni e corpi intermedi, che sta determinando una disfunzione di questo ordinamento. 

Ora, per recuperarne pienamente la dimensione nel vivere sociale, s’impone, all’attenzione della collettività, la necessità di un condiviso recupero di una certa onestà intellettuale, nonché di una nuova forma di alfabetizzazione politica, culturale e sociale, capace di promuovere un atteggiamento costruttivamente critico verso la realtà. Atteggiamento che sia distante da ogni pregiudiziale nei confronti di pareri e proposte avanzate da quanti sono portatori di prospettive e culture diverse dalla nostra.  Questo processo non può che avere alla sua base un riconoscimento reciproco: Tu vali quanto me. Il rischio del venir meno della struttura democratica si diffonde a motivo del contrarsi del concetto stesso di sovranità popolare. Questa viene percepita dai cittadini non più quale condizione per l’affermazione di un’uguaglianza politica, nell’ottica del principio una testa, un voto, ma in una visione individualistica e libertaria, relativistica: ogni opinione vale quanto le altre su pressoché tutti gli argomenti. Ciò che è assoluto lo si ridimensiona a una questione di opinione, di gusto: si diffondono così stupidaggini, bufale e false verità. Accade così che l’efficacia delle nuove tecnologie si combini con l’antico desiderio di aver ragione a tutti i costi

Il venir meno della fiducia ostacola la costruzione di una società nuova orientata da principi etici, edificata, eretta su uno stile di vita sostenibile, idonea a combattere le disuguaglianze e apportatrice di tutele volte a proteggere e sostenere i più deboli e vulnerabili. Sarà dunque prioritario ripartire da un impegno condiviso e responsabile, per costruire una comunità capace di democrazia plurale e ricca di senso. Sarà necessario adoperarci tutti per favorire e alimentare un clima di coesione e di reciprocità. Meglio il meno peggio, …e che il “peggio” venga meno!

don Francesco Poli

Gennaio 2019

LA FORZA DELLA PAROLA

Gennaio-2019
Gennaio-2019

Le buone pratiche, anche se di un tempo ormai passato, non andrebbero mai abbandonate: penso a quelle in uso, una volta appunto, nella scuola primaria: il dettato e il riassunto. Il tentativo recente di rivalutarle in Francia come in Italia, ha scatenato polemiche alquanto incomprensibili. Rimango convinto che, se oggi si può (e penso che si debba!) educare, ciò non può che realizzarsi anche, e soprattutto, attraverso il linguaggio, l’educazione alla parola, la cultura di un uso appropriato e meditato del modo di esprimersi. Faccio mia l’affermazione di Flaiano; “Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince. La parola placa. Questo per me è il senso dello scrivere”.

Il ciclone digitale, con la sua poderosa e affascinante strumentazione, è in continuo progresso ed è così pervasivo, particolarmente nelle nuove generazioni, da occuparne l’interesse e il tempo al punto di distoglierle dall’educazione scolastica tradizionale: alle tecnologie i ragazzi si applicano “per gioco”, mentre alla scuola “per noia”. 

Il film francese “A voce alta. La forza della parola”, di recente in programmazione nelle sale italiane, è l’interessante tentativo di affrontare la questione della “forza” della parola attraverso la riflessione sul valore dell’arte della retorica. La pellicola racconta di un concorso di Eloquenza, volto ad eleggere il “miglior oratore dell’anno”, che si svolge in una università parigina. Svariati studenti, maschi e femmine, di diversa estrazione sociale e fede religiosa, decidono di partecipare, preparandosi alla non facile arte di parlare in pubblico. La vicenda del film racconta i vari momenti del concorso. Gli studenti apprendono che per incidere, contare nella società si deve interloquire con gli altri, … convincerli con la forza della parola. Quando si convincono gli altri ad agire o a non agire, si sta usando la retorica. La sorpresa è nello strepitoso finale: i giovani – in maniera imprevedibile – fanno emergere dal loro vissuto risorse insospettate: hanno tutti idee nuove e interessanti da dire e da realizzare. È tempo che quanti abitano il delicato e affascinante mondo del “mestiere educativo”, come la famiglia, la scuola, la Chiesa, prendano a riferimento la massima di Plutarco: I giovani non sono un vaso da riempire (di nozioni), ma un fuoco da accendere.  

L’era digitale ci segnala ancora ciò che sappiamo da sempre: l’animo umano è attratto non dal dovere, quanto dal gioco, dal desiderio. Seguiamo l’insegnamento di Agostino il quale sosteneva che l’educare muove dalla cura del desiderio. Il desiderio va sempre attizzato, mai estinto. Accendiamo come un fuoco la vita dei ragazzi, il fuoco del desiderio, della passione. Diamo parola, apriamo “Concorsi della parola”, educando i ragazzi alla gioia del parlare, del comunicare. La sfida del futuro non sarà tanto quella della colonizzazione digitale o dell’intelligenza artificiale applicata ai servizi, quanto preparare cittadini e laici cristiani informati, appassionati, protagonisti della vita sociale ed ecclesiale, consapevoli dei loro diritti e doveri, capaci di   interloquire, di proferire parole per esprimere il proprio pensiero libero e generativo. 

Accendiamo nei giovani l’entusiasmo per la ricerca di un’educazione viva, educazione ambita come un Bene d’amore. Sia per noi oggi la parola di Agostino: Ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene. La parola torni ad essere elemento di forza. Diamo voce alla  alla parola.

don Francesco Poli

Dicembre 2018

È NATALE ANCORA
Il venire di Gesù nella Gloria.

Anche gli Angeli in cielo cambiano musica! Un segno dei tempi, ci verrebbe da dire! Da questo Natale gli Spiriti celesti, che nella notte Santa si rivolgono ai pastori, cantano la magnificenza del dono di Dio non più con le parole “Pace agli uomini di buona volontà”, quanto piuttosto: “Pace agli uomini amati dal Signore”. La nuova traduzione del testo evangelico, inserita nella liturgia recentemente, può aiutarci a riconoscere il Mistero del Natale di Gesù. Soprattutto a vedere il momento dell’incarnazione quale inizio di una narrazione che attraversa tutta la vita di Gesù orientandola al suo compimento: il ritorno del Signore tra noi; a leggere il realizzarsi del bene nella nostra esistenza attraverso lo sguardo di Gesù e a sentirci ancora e sempre amati dal Signore. Il Natale di Dio e il compimento della storia, stanno insieme sotto il segno dell’Amore.

Un insolito modo, questo, per contemplare l’adorato Bambino nel giorno del Suo Natale. Accogliamo ancora oggi il Suo donarsi a noi quale seme fecondo di Vita, per poterlo riconoscere quando sarà germogliato in noi, nel Suo manifestarsi finale: Lui, il Dio Amore che trasfigurerà, compiendolo, il nostro destino di Felicità. Quel giorno, l’ultimo, come leggiamo nei testi apocalittici, il cielo degli Angeli sarà oscurato, il sole si eclisserà definitivamente, la luna perderà la sua luce, le stelle cadranno dal cielo… Immagini evocative della condizione di fragilità dell’assetto del Cosmo, che non è eterno: come ha avuto un inizio, così avrà una fine. Tuttavia questo Cosmo, che per noi credenti è determinato da Dio, sarà salvato da Dio stesso, trasfigurandolo in casa dell’Emmanuele, il Dio con noi.

Quando questo accadrà? Solo il Signore lo sa. Come il Natale fu una meraviglia, così lo sarà la venuta finale del Signore. Non importa quando avverrà, ma, come i pastori a Betlemme accorsero festanti all’ udire l’angelico “Gloria a Dio”, così noi saremo capaci di gioire, se credenti, davanti alla Sua venuta finale. Il credente infatti, allorché saprà leggere il Mistero del Natale nel suo rinnovarsi nell’”oggi” della storia, sarà davvero pronto per il ritorno del Signore. Lo siamo già da ora, vegliando in questo Natale, capaci di leggere i segni dei tempi che cambiano, ed essere così, come cantano gli Angeli pur nelle diversità delle traduzioni: “Pace agli uomini di buona volontà, amati dal Signore”. Buon natale!

don Francesco Poli

Novembre 2018

SANTO CHI?

Oggi non è sufficiente essere santi: è necessaria la santità che il momento presente esige, una santità nuova, anche senza precedenti. Simone Weil

Un papa, due preti, quattro laici: sono sette le persone canonizzate da papa Francesco lo scorso 14 ottobre. In piazza S. Pietro erano in tantissimi: la metà dei cardinali, duecento vescovi e una folla immensa di popolo proveniente da tutto il mondo, anche dal Salvador e dalla Bolivia. Sotto il cielo di Roma, un popolo santo in preghiera. Un’esperienza di fede che ci induce ad intendere come la santità sia una prerogativa cristiana acquisibile in questa vita. Infatti lo affermava con convinzione Giovanni Paolo II: Siamo tutti chiamati ad essere santi già in questa vita. Una necessità, quella della chiamata alla santità, che per noi cristiani inizia oggi, qui sulla terra, per concretarsi poi nella sua risoluzione totale in unità con Dio.

La santità è la condizione in cui il Signore ci vuole al suo cospetto, l’attributo in cui Dio si manifesta attraverso di noi, la straordinaria azione dello Spirito in noi che ci plasma a somiglianza di Gesù. Essa inizia su questa terra con il battesimo ed è destinata a essere vissuta in pienezza nella vita eterna. A questo ci abilita: a vivere la nostra comunione con Dio. L’apostolo Paolo, nelle sue lettere, ci svela il grande disegno di Dio: «In Lui – Cristo – ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1, 4); «Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8, 29).

Una storia, la nostra, segnata dal male che ci rende peccatori dall’origine. Una condizione quella umana e del creato che, certamente, mostra tutta la fragilità, la limitatezza e l’inconsistenza della condizione creaturale: esperienza di finitudine perché mortali, mortali perché peccatori. Tuttavia anche oggi chiamati da Dio a quella vocazione che qualifica come santi: santi per Grazia, non per merito. Papa Francesco nell’omelia della Messa di canonizzazione di questi sette testimoni ci ricordava: Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Ci si fa santi se ci apriamo all’Amore. Continua papa Francesco: Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare.

Riscopriamo il dono della nostra santità radicata nella grazia del battesimo; è essa che ci innesta nel Mistero pasquale di Cristo, ci dona il suo Spirito e la sua vita di Risorto. Una santità immeritata, ma offertaci dal Signore che rende cristiani, ci lega indissolubilmente al destino di Cristo e ci introduce in un percorso di vita che si perfeziona quanto più il nostro modo di pensare e di agire si avvicina al Suo. Così come ci ricorda il Vaticano II: I seguaci di Cristo, chiamati da Dio e giustificati in Cristo Gesù non secondo le loro opere, ma secondo il disegno e la grazia di Lui, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina e, perciò, realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare, vivendola, la santità che hanno ricevuto. (LG 40). Santi chi? Noi!

don Francesco Poli

Ottobre 2018

Cinquant’anni di Humanae Vitae

Humanae Vitae: enciclica controcorrente la cui ricorrenza, a cinquant’anni dalla promulgazione, ci imbarazza ancora, per il suo essere “contro” una logica profana, futile, effimera. Un insegnamento innegabilmente intenso, quello contenuto nel testo che Paolo VI, papa umile e santo, oggi, come allora, ci propone nel perdurare della crisi della Chiesa e della società. L’Enciclica porta con sé, sicuramente, il bilancio fallimentare della sua recezione, proprio all’interno della Chiesa stessa, bilancio che nessuno ha voluto finora fare pubblicamente per cui l’ha condannata, nel tempo, alla irrilevanza nel mondo cattolico.

Eppure essa contiene un aspetto di estrema attualità per i risvolti personali, sociali ed ecclesiali del tempo presente e, soprattutto, di quello futuro: l’urgente necessità di imparare ad ascoltare il proprio corpo e soprattutto, imparare ad ascoltare il corpo femminile. È questo che si denota come tratto profondamente umano e spirituale dell’enciclica in riferimento alla questione della condanna da parte della Chiesa della contraccezione e della liceità dell’uso di “Metodi naturali” nella sfera della sessualità. Questione questa che sollevò svariate critiche e portò alla diffusione di vignette umoristiche sul papa, ad opera soprattutto dei cattolici.

Un approccio scientifico alla questione dei metodi naturali moderni, Billings e sintotermici (Retzer e Camen per esempio), permette di valutare i ritmi della fertilità basandosi sull’osservazione di specifici segnali presenti nel corpo femminile in alcuni periodi.  Questi metodi non possono essere liquidati come contraccezione sulla base di elementi naturali: rimandano ad un significato ulteriore.

L’utilizzo di metodi naturali, nella relazione di coppia, si potrebbe affermare, testimonia la complessità  e contestualmente la necessità di ricercare relazioni autentiche, nella modalità della conoscenza di sé e della propria corporeità come circostanza, momento del cammino di crescita reciproco della coppia. Il rimando ai metodi naturali richiama la donna alla necessità di ascoltare consapevolmente i segnali di fertilità nella propria carne e decifrarne il senso; e richiama l’uomo a ricordare la necessità di tenere conto di questi segnali che rimandano sì al corpo femminile, ma anche alla sua stessa dignità. E’ da questo dialogo che può e deve scaturire un’autentica relazione d’amore basata sull’ascolto reciproco e responsabile, a partire dal dato corporeo.

Questo aspetto sempre attuale dell’Humanae Vitae ci ricorda quanto pronunciato cinquant’anni or sono da Paolo VI, appello, ora ineludibile, alla libertà di ciascuno: è urgente il riconciliarsi con il proprio corpo, dato imprescindibile dell’umano, per poterlo ascoltare e conoscere nella sue dimensioni vitali e spirituali. Una prospettiva questa che esprime tutto l’Evangelo come profezia: recuperare l’umano nel darsi del genere maschile e femminile per aprire così una nuova stagione di fecondità e generatività. Negli adulti considerando il compito educativo in quanto genitori aperti alla vita e alla fede; nei giovani per generare scelte vocazionali di dedizione a Dio e ai fratelli.

Partiamo allora dalla nostra corporeità e soprattutto dal corpo delle donne che va prima di tutto ascoltato.

don Francesco Poli

Settembre 2018

I GIOVANI, LA FEDE E IL FUTURO DELLA CHIESA

È ormai tutto pronto: dal 3 al 28 ottobre prossimi, XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, definito il “Sinodo dei Giovani” si terrà in Vaticano, ed ha come finalità quella di ribadire la consapevolezza del fondamentale, prescrittivo e per nulla opzionale compito proprio della Chiesa di accompagnare i giovani verso la gioia dell’amore. La pastorale giovanile non è una scelta alternativa fra tante, soprattutto nel nostro tempo a fronte del passaggio epocale che si sta vivendo e che interessa primariamente proprio le nuove generazioni… e il legame tra le generazioni.
Ne parliamo con don Francesco Poli, impegnato nella pastorale quotidiana, che vede in questo evento Sinodale l’incontro fecondo dello Spirito con la Chiesa per ritessere il legame della vita e della fede tra i giovani e dei giovani con la comunità degli adulti.

Don Francesco, lei ritiene che l’azione pedagogica e pastorale possa rivalorizzare oggi il legame tra le generazioni e ristabilire quel collante che tiene insieme giovani e adulti in una dimensione comunitaria. Lei recupera da subito l’espressione biblica “Di generazione in generazione”.
Certamente: «Di generazione in generazione» dice, sinteticamente, la condizione del popolo d’Israele. Un popolo che, nella Bibbia, è il paradigma di ogni tipo di popolazione che abita la Terra: una comunità migrante che trova nel simbolismo del deserto il luogo del suo peregrinare e, con la consapevolezza di tutto ciò, ogni anno nella festa del Ringraziamento riconosce: «Mio padre era un Arameo errante» (Dt 26,5). Siamo già nel cuore della questione «Di generazione in generazione»: riconoscere la condizione esistenziale che ribadisce, affermandola, la memoria collettiva e culturale dell’umanità. Peculiare di tale memoria è il non essere generica, ma specifica di ciascun gruppo umano. Tale condizione, che genera la memoria culturale, nella Bibbia si definisce con la cacciata dal Paradiso Terrestre; inizia così il libro delle generazioni, cominciando da Adamo» (Gn 5,1). La memoria diventa memoria culturale, inculturazione cioè attribuzione di identità e durata ai gruppi umani, costituendo quello che si può definire lo «spirito di un popolo».
In ogni caso la memoria culturale procede sempre dalla memoria personale. Infatti è sufficiente riferirsi alla personale esperienza, per essere consapevoli di come una stessa vicenda possa essere raccontata in modo diverso e assumere un diverso significato se raccontata a un amico, a un figlio o se la si scrive per il gusto di raccontarla. La storia muta non solo in ragione del destinatario, ma anche nel tempo, perché muta anche chi narra: il passato, infatti, lo ricordiamo alla luce delle esperienze che si vivono e così lo si ridefinisce. Ecco perché le origini, le vere origini identitarie, non sono storiche, ma mitiche. All’origine non sta “il che”, ma il racconto.

Cosa esprime allora il messaggio “Di generazione in generazione”? Cos’è la “memoria culturale”?
Essa si origina nel passaggio dalla semplice narrazione fatta da un testimone oculare, narrazione che si esaurisce nell’arco di una generazione, alla narrazione che permane nel tempo. La memoria culturale si origina dal permette il “perdurare simbolico” di quella narrazione oltre la continuità della trasmissione diretta. Venuta meno col passare del tempo la voce narrante dei protagonisti, la memoria si conserva attraverso istituzioni e si ritualizza. Diventa scrittura e simbolo. Noi così conserviamo la nostra identità “di generazione in generazione” attraverso il Rito che riaccende il racconto dell’esperienza vissuta.
A tale proposito è interessante ricordare come, nella prospettiva Biblica, il termine “generazione” vada colto non in una condizione statica che la identifichi storicamente, data come “quella generazione lì”, piuttosto in una dimensione dinamica: nella dimensione di passaggio, cioè come da una generazione presente proceda una generazione futura che riprende le memorie della precedente, in continuità temporale. Nell’espressione «di generazione in generazione» più importanti della locuzione “generazione” sono le preposizioni «di» e «in», che indicano lo stabilizzarsi della durata. Così nella Bibbia «di generazione in generazione» finisce per diventare un sinonimo del termine “olam”, nel suo significato di «sempre», «eternità». È l’infinità del tempo di cui non si vede l’origine e non si vede la fine, ma si percepisce soltanto lo scopo in Dio che li tiene uniti. Nel tempo dura la fedeltà di Dio alla sua promessa. Dio, “L’Io Sono”, rimane fedele alla Sua promessa, ma questa sarà continuamente riconfermata a partire dalla prima promessa, allorché Dio dice ad Abramo: «Padre di una moltitudine di popoli ti renderò. […] Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione» (Gn 17,5-7).

Come è nata l’idea di proporre lo slogan: “Il Vangelo. Di generazione in generazione”, per il cammino del nuovo anno pastorale?
Principalmente per richiamarci l’attualità di due sfide. La prima è determinata dall’ allargarsi della frattura tra le generazioni, nonché dalla sempre più diffusa incapacità di attivare “passaggi generazionali”. Ciò è realtà in tutti i campi del vivere, ma soprattutto in quello educativo e della fede cristiana. L’altra sfida vede lo slogan «Di generazione in generazione» significante della responsabilità verso le nuove generazioni e il futuro della Terra. Una dimensione questa che negli ultimi anni è assurta a paradigma di un nuovo modo di costruire le relazioni tra gli umani, con gli animali e la Terra, indirizzati, tesi verso un nuovo modello di sviluppo e quindi di vivere la nostra condizione umana nel Vangelo.

Questo Sinodo in che modo sarà fecondo per i giovani?
Papa Francesco incontrando un gruppo di giovani in preparazione al prossimo Sinodo ha detto: … provate a uscire dalla logica del “si è sempre fatto così”. Penso che questo evento di Chiesa farà bene a noi adulti, prima ancora che ai giovani. Infatti solo se sapremo trovare vie nuove per testimoniare il Vangelo nelle nostre comunità, vie nuove che non sono necessariamente contrapposte ai sentieri percorsi dalle comunità nel passato, sapremo rimanere insieme in modo creativo nel solco dell’autentica tradizione cristiana. Il Vangelo fa bene ai giovani e, se fa bene a loro, fa bene alla fede di tutti.