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Ottobre 2019

Quando una certa scienza è contro il futuro, la vita finisce.

La Speranza cristiana sembra quasi, in questo nostro tempo, che si sia diradata, se non addirittura dissipata. Le stesse Utopie, così come erano interpretate nel secolo scorso, hanno esaurito la loro funzione. Una storia, quella vissuta dalla nostra generazione, che non può non condurre alla estromissione della fede dagli eventi della vita accelerandone la corsa al decadimento a tal punto che la storia è vittima dell’entropia dell’utile. Pertanto l’esito è che la Speranza cristiana in quanto attesa dell’avvento nella storia di quella che è la Presenza, appare sconfitta: la vita stessa è perdente! 

Si ritiene inverosimile l’irruzione nella storia di un Inatteso, di una Presenza portatrice di novità: l’assolutamente nuovo non ha spazio. Il cambiamento e la novità, appaiono piuttosto fondati su un potere già presente e radicato nei secoli: il potere della scienza e della tecnica le quali  non hanno come obiettivo la comprensione della natura e dell’uomo, quanto piuttosto il loro dominio. La prevalenza di questo aspetto di egemonia ha reso possibile il sorgere e il consolidarsi di una malizia che permette di oscurare la Speranza e l’attesa di una Presenza trascendente. La riduzione della natura ad “oggetto di esperimento” e il suo allontanamento dall’uomo, dalla sua soggettività ne è la tragica conseguenza. La natura non è più concepita, contemplata, colta per l’uomo e con l’uomo stesso, ma è stata sottomessa ad una soggettività trascendente tecnocratica. Scienza e tecnica agiscono come un sistema virtuale del sapere che, in quanto tale, è sapere indipendente, autoreferenziale, mai riferito ad alcuna responsabilità umana. Dentro questo sistema consolidato, senza la responsabilità umana, la scienza è diventata l’autorità di riferimento, insindacabile. L’unica novità che l’affermarsi incondizionato della scienza e della tecnica dice di apportare, è la definitiva estromissione della Trascendenza dall’orizzonte della storia, per occuparne il posto non del tutto a nostro vantaggio. 

Nei secoli, la deriva utilitaristica di scienza e tecnica ha portato la nostra epoca a fare i conti con la scarsità delle risorse materiali in rapporto alla smisurata bramosia di progresso: la pretesa di vivere senza vincoli, restrizioni, insomma, senza alcun limite. Abuso, al limite della violenza, sfruttamento  incontrollato della natura, considerata completamente un possesso dell’uomo moderno, hanno portato alla drammatica crisi ambientale attuale. E non solo a questo. È ormai evidente che quella stessa violenza e sfruttamento si stia perpretando, col  tacito consenso generale, sull’uomo stesso. Jurgen Habermas in un suo scritto sul futuro della natura umana sostiene che oggi il futuro della vita umana è una meta legittima della manipolazione genetica, perché questa può contare sul cambiamento radicale del senso della vita avvenuta con i nuovi traguardi della scienza-tecnica. Da qui l’interrogativo imprescindibile: la scienza–tecnica deve fermarsi all’eliminazione, a livello genetico, di malattie evidenti o contrastare anche l’invecchiamento umano, conseguente al decadimento dovuto all’età, con interventi che  sono determinati, originano dal presupposto che la vecchiaia non è da ritenersi una stagione della vita, ma piuttosto una malattia? 

 Il problema è etico, sociale, politico, e ben ci rappresenta: la concezione che la natura umana sia una malattia da curare non a caso è sempre più pervasiva. Da quando la scienza-tecnica è ascesa al trono, l’uomo è percepito come materia e coscienza. Nella semplificazione della realtà si verifica che la materia e la coscienza si trovino su due distinte ed opposte posizioni. Ciò che si può analizzare con la scienza è la materia che, come una macchina, può essere controllata; la coscienza ci appare invece sempre più distante se non del tutto irrilevante. Scompare così ciò che è costitutivo della realtà umana: la vita, che include materia e coscienza, è l’elemento costitutivo di entrambe. L’estromissione della trascendenza dalla scena della storia ci danneggia e corrompe. Ma in quanto cristiani, incantati dall’amore per la vita e per la natura, non si può perdere la Speranza. Si persiste, con fermezza e continuità, nel credere che l’incarnazione del Figlio non è, né può essere la discesa di uno Spirito in una macchina in quanto è l’assunzione della vita da parte della Persona divina, il Figlio. È la fede cristiana che riconosce come ogni creatura porti in sé l’immagine del Creatore. Nessun modello finito può, né potrà, rivendicare il diritto di essere un esempio insindacabile per il futuro. Il Futuro, piuttosto, si attende e si invoca.

don Francesco Poli