
C’è qualcosa che non torna nel nostro cristianesimo parrocchiale. La galassia dei fedeli delle nostre comunità è sempre più variegata: i convinti, i frequentanti (solo) delle messe domenicali, i saltuari (solo delle feste comandate), i devozionali e i devozionisti, i fedeli ai sacramenti (dei figli). La parrocchia è un anfiteatro dove va in scena una teoria infinita di posture religiose: dai “credenti non praticanti” ai “praticanti non credenti”. Da una parte, il cattolicesimo delle parrocchie da voce alle istanze di chi pensa che la fede sia un insieme di buone pratiche devozionali e sacramentali e un kit di comandamenti morali. Dall’altra, è ancora vitale nel suo essere una forza aggregativa e animativa per tutti (oratori). Il punto è che oggi non appare più in grado di ospitare la ricerca matura di senso: non coltiva un pensiero all’altezza delle sfide culturali né riesce a estrarre dal tesoro evangelico gli strumenti adeguati a discernere i saperi del tempo e a mostrare le ragioni della fede. Non ha la statura di un sapere. Il cristianesimo non sa più come abbracciare la realtà e viverla (senza risentimenti o rivendicazioni). Siamo credenti che indossano gli abiti di un vago embrassons-nous. Guidati da una generica etica dell’amore.
Il cattolicesimo, quasi senza accorgersi, è stato dolcemente inglobato nella narrazione della Gran Madre di tutti i consumi (basta vedere il Natale e i sacramenti dell’iniziazione), obbediente al dovere beota del felicismo. Noi credevamo che il nemico da combattere fosse il pensiero ateo dei grandi maestri del sospetto: Freud ci aveva scippato il primato dell’interiorità e della coscienza, Nietzsche aveva dissolto il dominio della metafisica facendo franare il castello della ragione e del Senso, Marx aveva dissolto il monopolio della speranza di comunitarietà. L’abbiamo atteso – l’avversario – come il tenente Drogo attende la minaccia nella Fortezza Bastiani de Il deserto dei tartari di Buzzati. Ma la minaccia che ha sgretolato le fondamenta della fede cristiana –sovversiva e paradossale – veniva da un’altra parte: si era già incistata da tempo nel corpo religioso diventando essa stessa una religione, con i suoi miti, simboli, riti. E si chiamava, appunto, consumismo. I prodigi della tecno-scienza e della tecnologia gli hanno dato man forte. Sull’altare degli dèi del consumo e della felicità ad oltranza abbiamo sacrificato il meglio della nostra consapevolezza critica dimenticando il cuore dell’inaudito evangelico. Molti pifferai magici hanno addormentato la coscienza.
La novità evangelica ha dovuto cedere il posto ad altre narrazioni decisamente molto più promettenti e rispondenti ai bisogni dell’uomo euro-occidentale. Il quale non ha smesso di interrogarsi, solo che le risposte alle sue domande non le attende più dalla religione, preferendo accreditarsi presso più funzionali erogatori di sacro o indiscutibili sacerdoti di verità. Il mercato del sacro moltiplica a dismisura le sue panacee e la scienza distribuisce a pioggia le sue promesse.
Noi, cattolici parrocchiali, continuiamo a fare quello che ci viene meglio senza scomodarci troppo sul fronte del nuovo che avanza. E il meglio è l’ampia gamma di “cose” religiose che siamo in grado di offrire ancora e (quasi solo) per le quali veniamo convocati. È come se nelle nostre comunità piene di cose religiose da fare (tutte sacrosante) il vangelo – sì, proprio, il vangelo – non riuscisse più a trovare cittadinanza. Non vorrei sembrare troppo severo: come in un colossale misunderstanding abbiamo confuso il vangelo con le pratiche religiose, senza intuire che l’unica pratica da praticare era proprio l’umanità dell’uomo che si è fatto buona notizia di Dio. Rimaniamo ancorati alla granitica certezza dei valori cristiani chiamati a fare la differenza senza più accorgerci che i valori cristiani in sé non esistono (né sono immediatamente deducibili dal vangelo) e che la differenza evangelica sta nell’umanità di Gesù più che nell’apparato etico-religioso cucitogli addosso nei secoli. C’è qualcosa che non torna se non avvertiamo nemmeno più lo stridore dei discorsi che inneggiano alla remigrazione – o furoreggiano al riarmo indiscriminato o al neo-sovranismo economico che lascia solo vittime sul terreno – e quell’umanesimo evangelico che ha fecondato la cultura europea e che rimpiangiamo.
