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DI CARNE E D’AMORE

“Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato…”

 (Mt. 3,17)

Un Figlio: che è Dio in un corpo di carne…  Questo è il dono che Dio Padre ci consegna nell’incarnazione di Gesù. La figliolanza quale condizione originaria da cui tutto origina, condizione che Dio stesso assume nel suo “natum esse”, nel suo venire al mondo. Ciò mostra all’umanità il «significato filiale del corpo, nella relazione uomo – donna». L’uomo e la donna si uniscono nel “luogo” della loro stessa origine: nell’amore coniugale portano il loro corpo filiale, che diviene capace di esprimere unione e generazione, proprio perché a loro volta provengono dall’unione coniugale. Così i tre significati del corpo: quello filiale, quello unitivo, quello generativo risultano intrinsecamente legati. Il corpo così si porge allo sguardo degli altri corpi quale frutto dell’unione generativa e diviene, per questa, capace a sua volta di esprimere ancora unione e apertura alla vita. La presenza del Figlio Unigenito nel mondo appare testimonianza straordinaria che ogni figlio e figlia ha la sua origine in una unione incarnata.  

 Un’origine, quella di nascere figli, di cui nell’epoca tecnologica l’uomo e la donna sembrano sempre più “vergognarsi”. Origine dal sapore “primitivo”, la condizione di essere figli e figlie che non “si fabbricano”, ma sono “dati” attraverso una modalità, quella del corpo  che, nel corso della storia umana, ha conservato la sua modalità riproduttiva. Il nostro corpo è ancora identico a quello dei nostri genitori, dei nostri antenati. L’uomo contemporaneo messo in competizione con se stesso nella sua straordinaria capacità e abilità a produrre oggetti sempre più sofisticati e tecnologicamente precisi, sembra vergognarsi nella sua realtà corporea di non essere all’altezza della qualità e delle prestazioni degli oggetti da lui stesso fabbricati. Chi mai sono io? Sembra domandarsi l’uomo tecnologico: come il nano di corte del suo proprio parco macchine. Così cresce sempre più in lui il desiderio di diventare un selfmade man, come i suoi prodotti.  Il suo corpo, che è sempre stato li suo destino, si spoglia della sua umanità per diventare compartecipe della natura delle cose: così è la tecnologia a stabilirne come il corpo deve diventare.

Paradossalmente, ad arginare questa deriva, ci viene in soccorso proprio la nostra condizione originaria: l’essere dati come figli non rende pienamente compatibile una reale interazione con gli strumenti tecnologici dal momento che ogni figlio e figlia è generato e non fabbricato. Quello che qui possiamo considerare il nostro “peccato originale”: la nascita da un grembo materno come essere creaturale, fragile, bisognoso di cure, di affetto, di amore e perdono… diventa, in una società che tutto trasforma, un “prodotto,” uno straordinario punto di forza e di rottura con il tentativo di assimilarsi alle cose materiali. L’uomo infatti è sorprendentemente creatura, e non può essere assimilato a un prodotto; vive la sua esistenza nella condizione di perseverare pigramente la sua insufficienza naturale. Così l’ingegneria applicata all’uomo non potrà pienamente funzionare anche se l’uomo di questa generazione, affascinato e ipnotizzato dai suoi stessi risultati di ricerca, vorrebbe spostare i confini umani sempre più in là, allontanandosi da se stesso passando in una sfera del naturale, ma dell’ibrido e del virtuale. Così non solo vorrebbe interpretare il suo essere corpo umano, ma vuole anche modificarlo. Modificarlo ogni giorno da capo; e in modo diverso adattandolo ad ogni apparecchio o strumento.

Ora, rimanere ancorati al modello originario della filiazione come a verità fondante porta interrogativi salutari all’uomo contemporaneo. Ascoltiamo il Figlio Unigenito. Nell’Incarnazione Gesù Cristo assume un corpo umano, un corpo di Figlio e lo rende così nuovamente capace di esprimere l’amore pieno, ridonandogli in pienezza i tre significati che lo costituiscono. Nel sacrificio della Croce e nell’Eucaristia, il Signore Gesù rivela la dimensione filiale del corpo ricevuto dal Padre – «un corpo mi hai preparato», Eb 10, 5 – e dalla Madre, il suo significato unitivo, donandolo alla Chiesa sua sposa, e la dimensione generativa, perché mediante il Sangue e l’acqua che scaturiscono ininterrottamente dal suo sacrificio, genera appunto dei figli e figlie nel corpo della Chiesa. Così anche noi rimaniamo uniti al Figlio di Dio e potremo riscoprire il vero senso del nostro essere, con Lui, umanamente figli di Dio. fratelli e sorelle chiamati a custodire le creature e le cose prodotte per il bene della creazione.

don Francesco Poli

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Un’altra felicità: Il Natale

Nel vivere il Natale possiamo figurarci e comprendere quanti e quali siano stati le sofferenze e i disagi per Maria e Giuseppe nel cammino che dal villaggio di Nazareth, in Galilea, li portò a Betlemme per ottemperare ai doveri del Censimento. Ed è qui che avvenne per Maria l’esperienza del parto in condizioni d’emergenza, in un luogo assolutamente inadatto perché, come è scritto nel Vangelo, Non c’era posto per loro nell’albergo. Un’esperienza emblematica quella, che contrasta con il desiderio oggi sempre più diffuso e radicato, alimentato anche da noi stessi, di voler vivere una condizione sempre e comunque felice, senza dolore, condizione assunta quale mission dalla psicologia positiva e strettamente legata al benessere permanente ottenibile, necessario, anche per via medica. La “primitività del generare, far nascere un neonato, separandolo dal corpo materno”, le doglie del parto e ciò che queste condizioni naturali comportano, insieme al disagio e alla precarietà delle condizioni familiari, come nel caso del bambino Gesù, sono un segno indicatore di quella condizione di fragilità e povertà nella quale è posta l’esistenza umana nel suo darsi la vita. In ciò sta l’originario significato del Natale di Gesù: la fragilità e, insieme, la condivisione delle sofferenze e i dolori della condizione umana. 

Questa realtà, qualora fosse davvero colta, basterebbe da sola a mostrare il non senso dell’ideologia sempre più diffusa che ha il suo mantra nella necessità di porre quale base del vivere umano una condizione di “benessere permanente”. Esigenza che sta consegnando la nostra società al facile utilizzo di farmaci, in specie quelli originariamente destinati alle cure palliative, che sono molte volte richiesti da persone sane. La società palliativa coincide sempre più con quella delle prestazioni e, in questa visione, il dolore è interpretato come un segno di debolezza, una debolezza da nascondere o da eliminare. La possibilità della sofferenza non ha spazio, non ha diritto di cittadinanza in una società dominata dal saper fare. Così la sofferenza e il dolore, privati di qualsiasi possibilità di espressione, sono condannati, devono sparire.

Prima ancora che il Natale cristiano possa essere definitivamente censurato a motivo di un bambino riconosciuto quale “Dio con noi”, la censura ci colpirà per l’inopportuno rimando all’esperienza della finitudine, del limite, della fragilità, della sofferenza e del dolore che la nascita di ogni figlio o figlia evoca: una visione che è inaccettabile agli occhi di questa nostra “società anestetizzata”. Un’anestesia permanente di una società che impedirà quindi l’apertura della mente e del cuore alla riflessione, al Mistero, opprimendone la verità. L’impellente bisogno di lasciar emergere dalla vita l’esperienza del limite, del dolore e della inadeguatezza, come il Mistero del Natale cristiano straordinariamente evoca, è la condizione necessaria per l’affermarsi di ogni verità. La felicità che tutti noi ricerchiamo, non potrà esistere come chiusura, come la somma dei sentimenti positivi capaci di dare al singolo una condizione di benessere, rimanendo poi sempre uguale a se stessa, escludendo ogni alterità. Alla luce del Mistero del Natale non possiamo che cogliere la felicità in prospettiva relazionale. Saremo davvero felici solo nella condizione di una “felicità accogliente”, una felicità aperta a ciò che non le è proprio, ma che è pure inevitabile presenza nell’esperienza cosmica: il dolore e la sofferenza. Sono essi, infatti, che “sorreggono” la felicità, e la spingono verso la sua pienezza perché illuminata da una speranza che va oltre un benessere psichico-fisico: è fiducia nel Mistero.

Accogliere Gesù accende Speranza, rigenera vita, nutre felicità.

don Francesco Poli

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“ALZATEVI, ANDIAMO!” 

La fede, la responsabilità e il coraggio.

“Quando giunse la “sua ora”, Gesù disse a coloro che erano con Lui nell’orto del Getsemani, Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli particolarmente amati: “Alzatevi, andiamo!”. Non era Lui solo a dover “andare” verso l’adempimento della volontà del Padre, ma anch’essi con Lui. Anche se queste parole significano un tempo di prova, un grande sforzo e una croce dolorosa, non dobbiamo farci prendere dalla paura. Sono parole che portano con sé anche quella gioia e quella pace che sono frutto della fede. In un’altra circostanza, agli stessi tre discepoli Gesù precisò l’invito così: “Alzatevi e non temete!”.

(Giovanni Paolo II)

L’espressione: “Alzatevi, andiamo!”, con la quale è rappresentato il cammino parrocchiale, è tratta da un passo della parola di Gesù ai discepoli nell’imminenza della passione. È chiaro il suggerimento di un’intenzionalità ben precisa: lasciare che la Parola di Gesù, Amore Misericordioso, ci risvegli, ci rialzi se necessario, e ci metta in cammino. È una parola di speranza e soprattutto una parola di rinascita alla vita, risurrezione, molto opportuna in questo tempo della storia. Non a caso il termine originale greco che noi traduciamo con “alzatevi!” è egheiresthe, un verbo che gli evangelisti usano anche per indicare la risurrezione di Gesù (cf Mc 16,6; Mt 27, 6-7). “Risorgete!” quindi.

“Alzatevi, andiamo!”. La locuzione “Alzatevi, andiamo!” la troviamo in due contesti che i Vangeli ci riportano:

• nel Vangelo di Gv, all’interno dei discorsi dell’ultima cena (Gv 14, 30-31);

• nel Vangelo di Mc 14,42 e Mt 26,46, all’interno dell’agonia di Gesù nel Getsemani.

“Queste cose vi ho detto quando ero ancora con voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; Egli non ha alcun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui”. Gv 14, 30-31

Nel testo di Giovanni l’“Alzatevi, andiamo!” è preceduto da un “bisogna che…” con cui Gesù lascia presentire che di fronte alla passione che lo attende è necessario che il mondo sappia che Lui ama il Padre e questo amore si traduce nel fare sempre quello che il Padre gli ha comandato. L’amore verso il Padre è la motivazione, la molla segreta che impronta tutta la vita di Cristo e ne conferma la determinazione, il rigore nell’adempiere la Sua la volontà. Amore e obbedienza al Padre sono inseparabili nella vita di Gesù, e devono esserlo anche nella vita dei discepoli: “Se uno mi ama osserverà la mia parola”.

“Frattanto giungono in un podere chiamato Getsèmani. Dice ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, intanto che io prego».  Quindi, presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, incominciò ad essere preso da terrore e da angoscia. Perciò disse loro: «L’anima mia è triste fino alla morte. Rimanete qui e vegliate!». Quindi, portatosi un po’ più avanti, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. Diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a Te. Allontana da me questo calice! Tuttavia, non ciò che io voglio, ma quello che Tu vuoi”. Tornato indietro, li trova addormentati. Perciò dice a Pietro: «Simone, dormi? Non hai avuto la forza di vegliare una sola ora? Vegliate e pregate, affinché non entriate in tentazione. Certo, lo spirito è pronto; la carne, però, è debole». Allontanatosi di nuovo, pregò ripetendo le stesse parole. Poi di nuovo tornò e li trovò addormentati. I loro occhi, infatti, erano appesantiti e non sapevano che cosa rispondergli.  Torna ancora una terza volta e dice loro: «Continuate a dormire e vi riposate? Basta! È giunta l’ora: ecco che il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco: chi mi tradisce è vicino». Mc 14,32-42

Nel Getsemani “Alzatevi, andiamo!” è preceduto dalla drammatica, intensa preghiera nell’orto. Sono le parole decisive dopo il terribile conflitto nel quale Gesù sembrava naufragare. “E cominciò a sentire terrore e angoscia”. Per la prima volta, in tutto il Vangelo, insorgono nell’animo di Gesù questi sentimenti. E solo il vangelo di Mc li riporta con tanto realismo. Dapprima è la paura (“thambos”), cioè il timore, il tremore, la costernazione, che lo spaventa. Gesù, come Messia e Figlio di Dio, aveva predetto la propria passione e morte; ne era perfettamente consapevole, ma, in quanto uomo, ora ne sente, molto vicina, la mano gelida e reagisce con paura e trepidazione, come ogni mortale. Poi c’è l’angoscia e un senso di abbattimento e smarrimento tali da far perdere le forze. Pensando ad analoghe situazioni che possono esserci capitate, possiamo comprendere, seppure parzialmente, ciò che ha provato Gesù. Di fronte al tragico momento che Egli sta vivendo ci colpisce la reazione dei discepoli: addormentati, con gli occhi pesanti, muti e sgomenti. Questo sonno e questa pesantezza sono ciò che spinge Gesù a dire, perché risorgano,: “Alzatevi, andiamo!”. Gesù, più che mai uomo in questa drammatica lotta, trova nella preghiera la forza per trasformare il terrore e l’angoscia provati poco prima in risolutezza e coraggio . L’alzatevi e andiamo è frutto, conseguenza della preghiera. È venuta l’ora,… alzatevi, andiamo!”. Dunque, dopo la preghiera, Gesù ha accettato l’ora e il modo attraverso i quali sarebbe dovuta avvenire la nostra salvezza. Il verbo “alzatevi”, dicevo all’inizio, è quello tipico usato per la risurrezione. Come se Gesù dicesse a quei discepoli e a noi: “Risorgete! svegliatevi dal sonno”. Questa è la provocazione e l’invito che Lui ci rivolge: “andiamo!” e non “andate!”. Perché Lui cammina sempre con i suoi, precedendoci con l’esempio di un Amore che si dona fino in fondo. L’alzatevi-andiamo non è l’invito a una passeggiata, ma a seguirLo sul cammino della croce, che è donazione totale di sé, espressione massima del Suo amore misericordioso. Gli apostoli non sapranno rispondere in questo momento all’invito di Gesù. “Dove io vado, tu ora non puoi seguirmi!” dice Gesù a Pietro che presume di sé. Eppure, la parola rimane lì: “Alzatevi, andiamo!”. Gli apostoli si alzano, ma non sono ancora del tutto “risorti” per seguirlo sulla strada che Egli indica di seguire.

Le nostre vite hanno bisogno di “risorgere” (alzatevi!) e di “mettersi in movimento” dietro a Gesù (andiamo!). Ci si domanda quali situazioni della nostra vita vengano rappresentate in questa sonnolenza e mutismo dei tre apostoli nel Getsemani, dai quali Gesù li vuole risvegliare. Nella sonnolenza si possono ravvisare ben rappresentati certi stati d’animo che ci intorpidiscono e atrofizzano le nostre energie migliori. Nel mutismo dei tre apostoli riconosciamo la nostra incapacità di pregare, la chiusura in noi stessi, l’amarezza e lo scoraggiamento, l’incapacità di comunicare con gli altri in senso profondo, la mancanza di sensibilità. Come quella dimostrata dagli apostoli nel Getsemani. Come la mancanza di speranza dei discepoli di Emmaus in fuga dalla comunità. I rimedi non scarseggiano: la preghiera e la vigilanza, anzitutto, che Gesù stesso raccomanda agli apostoli nel Getsemani. Preghiera spontanea, intensa, profonda, insistente, che nasca dalla vita e arrivi alla vita, nutrita dal cibo solido della Parola di Dio e dei sacramenti. Tutto ciò concerne, coinvolgendolo, il livello personale di ciascuno di noi. Sicuramente la misericordia del Signore ha operato in noi tante meraviglie e, se consideriamo il cammino fatto fin qui, riconosciamo come il Signore ci ha guidati, guariti, trasformati, con una pazienza e tenerezza indicibili. Non solo, anche a livello comunitario e di gruppo possiamo avvertire situazioni che hanno bisogno di risorgere e di mettersi in movimento. È l’amore del Signore che ci ha riuniti insieme. Questo, però, non garantisce di per sé la perfetta comunione tra noi. Chiediamoci allora se i nostri gruppi appaiano a volte più spenti che spinti dall’amore di Cristo. Demotivati e trascinati più che trainanti. Delusi più che portatori di speranza. A noi, come ai discepoli di Emmaus, Gesù si affianca nel cammino, per ravvivare la speranza, per far ardere i nostri cuori con la sua Parola, per darci se stesso nel Pane di vita e aprire i nostri occhi. Il frutto di questo incontro con Lui è il ritorno alla comunità, da cui possiamo essere tentati di fuggire. Abbiamo bisogno di ritrovare la “passione” per Gesù-amore misericordioso, la partecipazione, l’interesse per la comunità di cui facciamo parte e lo slancio per la missione che il Risorto ci affida: portare nel cuore del mondo la Sua misericordia, soprattutto ai più bisognosi. Questa passione è frutto della fede e dell’amore, ed è quella che opera prodigi nella nostra vita: “In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che Io compio e ne farà di più grandi, perché Io vado al Padre” (Gv 14,12).  Credere in Gesù, nel Suo amore, e poggiare su questa fede tutta la nostra vita è ciò che ci motiva e ci spinge. 

Aspetti concreti del nostro alzarci e camminare con Gesù.

Laici formati. Il primo aspetto di importanza fondamentale è quello di qualificare la nostra formazione. La grandezza e bellezza della missione, richiede non solo persone ad essa dedite e convinte del dono ricevuto, ma anche preparate alle sfide del nostro tempo. Come dire: attrezzate a dar ragione della speranza che è in noi. La necessaria dimensione ecclesiale e anche la giusta preparazione culturale. Il tutto con quello stile tipicamente laicale che rende efficace in determinati contesti la trasmissione dei valori. 

Laici sinceramente uniti per essere capaci di missione. “La comunione e la missione vanno profondamente unite, si compenetrano e si implicano mutuamente, fino al punto che la comunione costituisce la fonte e il frutto della missione” (Christifideles Laici, 32). La sfida dell’unità è quella fondamentale che Gesù ha proposto ai suoi discepoli: “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni verso gli altri”. Gesù ci ha esortati insistentemente a “rimanere nel Suo amore”, ad amarci come Lui ci ha amati, perdonandoci come Lui ha perdonato noi, dando la vita anche per chi lo uccideva.

Laici in prima linea nel portare l’amore misericordioso nel mondo. Nei vari contesti nei quali siamo presenti, c’è sicuramente l’impegno ad essere testimoni gioiosi di Gesù e del Suo amore. Ma ciò è una sfida  che richiede, come ho già detto, una fede convinta e appassionata per Cristo, e anche una buona dose di coraggio e creatività: l’amore è sempre creativo, audace e innovativo. Una chiesa di laici impegnati o è missionaria o non è chiesa. 

Laici attenti alla formazione dei ragazzi e dei giovani. Chiediamo al Signore che ci ispiri forme di intelligente e generosa collaborazione nel campo della pastorale giovanile. È anche questa una sfida urgentissima, che ci richiede un discernimento attento e una collaborazione generosa. Sappiamo anche che la famiglia naturale è il primo nucleo della fede e anche il primo “seminario”, dove cioè il Signore semina il germe della vocazione. L’Amore Misericordioso ha bisogno di operai per la grande messe del mondo. Anche qui “Alzatevi, andiamo!” deve trovare un terreno concreto di attuazione. La Vergine Maria, che dopo l’annuncio dell’angelo, si alzò e andò in fretta da sua cugina Elisabetta, ci insegni e ci ottenga la fede viva che lei ha avuto e il dinamismo dell’amore che l’ha spinta sulle orme del suo Figlio. Maria ci ottenga dal Signore la stessa fede, lo stesso coraggio e lo stesso amore.

a cura di don Francesco Poli

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LAICI DI CHIESA

Nel cammino sinodale che la Chiesa, su impulso di papa Francesco, sta vivendo e che si intreccia con la ricorrenza del sessantesimo anniversario dall’apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962), le Diocesi italiane sono chiamate a fare proprio il documento della Conferenza Episcopale italiana I cantieri di Betania. Prospettive per il secondo anno del cammino sinodale. Ci attende un tempo di ascolto da mettere in atto nella forma di cantieri con alcuni temi emersi dalle riflessioni e valutazioni dello scorso anno: il cantiere della strada e del villaggio, il cantiere dell’ospitalità e della casa, il cantiere della diaconia e della formazione spirituale. Un cammino di popolo, si direbbe, in cui i laici hanno l’opportunità di dimostrare il loro protagonismo pastorale. Un cammino, quello sinodale, che sgombera il campo da molte discussioni sterili e da certe chiacchierate da “bar sport” con le quali, recentemente alcuni si sono cimentati, dissertando circa il ruolo dei laici nella Chiesa e la “peste” del clericalismo.

La felice coincidenza dell’intreccio tra l’esperienza sinodale e l’anniversario del Concilio, ci permette di rammentare lo spirito conciliare in merito al ruolo dei laici nella Chiesa come definito nella Costituzione Lumen Gentium e nel decreto Apostolicam Actuositatem. Anche in altri documenti conciliari si trova occasione per accennare al compito che viene attribuito ai laici nei diversi ambiti della missione della Chiesa. Tra tutti spicca la Costituzione Gaudium et Spes, il documento sintomaticamente più nuovo del Concilio. Descrive l’atteggiamento di apertura, di interesse, di sintonia e di solidarietà della Chiesa nei confronti del mondo contemporaneo e la volontà di contribuire con esso a costruire un ordine umano più giusto. La Chiesa, ci ricorda il documento Conciliare, ne condivide nella storia la medesima sorte terrena e cammina nel tempo facendo sue le gioie e le speranze, le fatiche e le sofferenze degli uomini. L’ambito della missione non è pertanto solo quello strettamente religioso, ma tutto l’umano, per il fatto che il Verbo ha assunto e portato a compimento il creato nella sua interezza. È infatti, proprio attraverso i laici che la Chiesa intende offrire il suo contributo di azione ai diversi settori della vita sociale. Non più solo attraverso l’insegnamento etico, la critica o la denuncia, ma attraverso una collaborazione che diventa ricerca comune. I laici sono quindi partecipi della missione della Chiesa. La missione della chiesa definisce il ruolo dei laici in una sintesi che il Concilio esprime in Lumen Gentium. Il documento conciliare fonde, aggregandoli, l’aspetto santifico per cui i laici hanno  il compito di santificarsi attraverso le attività secolari, e, più propriamente, il partecipare alla missione (sacerdotale, profetica e regale) della Chiesa. I laici, quindi resi seguaci della missione della Chiesa, popolo di Dio, vi intervengono secondo la loro parte. È precisata anche la loro connotazione secolare in relazione agli appartenenti all’ordine sacro e allo stato religioso.

Ma qual è la caratteristica propria del laico? La teologia del laicato precedente il Concilio, aveva cercato di precisare la differenza tra il clero e i laici, attribuendo al primo l’ambito di azione intra-ecclesiale e ai secondi quello mondano. L’attribuzione aveva il compito di salvare i laici dalla clericalizzazione dato che si era affermato che anch’essi avevano una funzione apostolica. Dunque quale la loro propria funzione? Le coordinate non potevano essere che quelle “relazionali”: con i ministri ordinati e i religiosi e con la realtà creata. In Lumen Gentium il testo con il quale si descrive chi sono i laici inizia con un “Qui” (LG 31) per indicare che assume una prospettiva non dottrinale, ma pratica. Rispetto ai chierici e religiosi, il laico è il cristiano che vive nel mondo ed è occasione di “fermento” alla santificazione del mondo stesso. La condizione vitale del laico è presentata come vocazione, una vocazione sua propria. Vocazione diversa, ma non esclusiva (LG. 31), Tenendo conto delle condizioni di fatto Lumen Gentium riconosce che anche gli appartenenti all’ordine sacro possono “attendere agli affari secolari, anche esercitando una professione secolare” (LG 36). I chierici e i religiosi non sono esclusi dal compito particolare dei laici, ma lo possono attuare per supplenza.

Un ultimo aspetto da considerare è il rapporto di reciprocità tra laici e clero  e la loro autonomia. In forma diffusa il rapporto viene presentato in Lumen Gentium (LG 37): diritti – doveri dei laici e doveri dei pastori. Per quanto riguarda i laici si si richiama il loro diritto a ricevere i beni spirituali della chiesa (la Parola di Dio e i sacramenti) e poi il diritto – dovere di far conoscere il loro parere su ciò che riguarda il bene della Chiesa; infine il dovere dell’obbedienza. Per quanto concerne i doveri dei pastori nei confronti dei laici si pone in primo luogo il riconoscimento e la promozione della dignità e della responsabilità di costoro; da ciò deriva l’ascolto del loro consiglio e la fiducia nell’affidare ad essi degli incarichi. I laici sono allo stesso tempo cooperatori dei pastori e autonomi, entrambi membra dello stesso Corpo di Cristo, animato dall’unico Spirito.

Il Concilio Vaticano II, salutato come evento liberatore per i laici, a sessant’anni di distanza resta in parte prigioniero della visione del laicato di quell’epoca. Ora il cammino sinodale liberi spazio per una autentica esperienza del laicato nella Chiesa. Un’esperienza autenticamente conciliare, non una narrazione sterile.

don Francesco Poli

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PURCHÉ LA PAROLA DI DIO RIMANGA

La gioia di chi ancora vive profondamente la fede cristiana e vuole  la pace, contrasta oggi sia con la tristezza di un mondo in affanno sia anche con la sensibilità di molti battezzati, praticanti fino a poco fa, che ultimamente si sono sentiti prima quasi schiacciati dal peso della Parola di Dio e poi si sono lasciati strappare alla vita della fede per asservirsi allo spirito del tempo che appare sempre più avverso a Gesù Cristo. Così, coloro i quali, fedeli al loro battesimo, sono rimasti uniti alla Parola di Dio, ora si possono contare facilmente, uno ad uno; trovano posto senza difficoltà in chiese sempre più vuote di domenica. Ed anche nelle grandi solennità. È la gioia, quindi la pace, la grande assente dall’umanità in questa stagione storica di forti trasformazioni e violenza. I cristiani stessi, quelli che lo sono non solo anagraficamente, faticano a riconoscere questi doni quale frutto della fede e pregio della vita credente. Anche noi ministri dell’altare, sacerdoti, fatichiamo ad essere nei confronti dei laici “servitori della vostra gioia” (2 Cor. 1, 24). Ultimamente, infatti, una cappa di tristezza sembra avvolgere anche la Chiesa in tutte le sue componenti umane. Forse… è intrinseco un problema?

Il profeta Ezechiele ci ricorda come i deportati d’Israele avevano perso la fede: per loro, quella condizione di schiavitù segnava, insieme alla sconfitta di tutto un popolo, anche quella di Dio. Confidavano solo in se stessi, nella felicità effimera di quel periodo che precedeva la deportazione. Il loro cuore si era infatti indurito, erano ostili rinnegando ogni legame con la loro fede nel Dio di Abramo, sottomettendosi così agli idoli. In quel preciso momento Dio volle mostrare che non era morto, che la sua legge vale sempre, anche quando non la osserva più nessuno, vuole mostrare come la sua Parola rimanga anche in un mondo che gli è ostile. Il cuore del Signore batte anche per il popolo che gli ha voltato le spalle. Così, grazie alla presenza di pochi testimoni della fede, capaci di profezia, il popolo in esilio senza un dio ha avuto inconsapevolmente accanto Chi gli avrebbe permesso la sopravvivenza. Grazie alla presenza invisibile, ma efficace della Parola di Dio, il popolo non si sarebbe confuso né con lo spirito del tempo, né con altri popoli, rimanendo intrappolato nella logica del dominatore che assimila i vinti attraverso il loro sradicamento dalla terra d’origine, dalle tradizioni e cultura. Fu proprio la presenza della Parola di Dio a farsi “Terra Promessa” tutta interiore, da abitare e custodire, mentre esternamente stavano in una terra straniera e desolata.

Nel rivolgimento socio-spirituale degli ultimi anni avviene anche a noi qualcosa di simile a ciò che vivevano quei deportati d’Israele: assistiamo ad uno sgretolamento spirituale, sociale e culturale, le cose mutano così rapidamente che tutta la nostra memoria storica, ciò che siamo stati, risulta essere solo un passato da abbandonare, rinnegandolo. “Dio, la chiesa e una certa cultura… sono morti”, così ci viene detto e questo perché ora conosciamo le leggi che regolano il mondo, conosciamo e possiamo intervenire sull’origine stessa della vita e determinarla. I comandamenti sembrano non reggere più, la cultura di riferimento viene considerata come strumento di dominio e il Vangelo, una favola “politicamente scorretta”, tutte espressioni di un potere che l’uomo del terzo millennio, emancipato e spregiudicato, rigetta. Forse è intrinseco un problema…? Forse no! Infatti questo nostro tempo ci fa riconoscere come Dio sia ancora necessario a che l’uomo e l’umano sopravvivano. Nel mondo d’oggi sono ancora necessari testimoni credibili di Gesù perché la Parola di Dio rimanga viva. Le vicende drammatiche di questi ultimi anni mostrano come il puntare esclusivamente sull’utile non sia ineluttabilmente un bene, né dia dignità all’umano; il pensare solo a noi stessi e al nostro benessere non ci mette al riparo da una crescente e diffusa noia di vivere. La gioia e il desiderio di pace, invero, sgorgano dalla fede testimoniata, la quale, sola, ci permette di lavorare insieme come fratelli e sorelle, impegnati nella trasformazione di questo mondo sempre più insopportabile in un mondo rinnovato: un mondo più vivibile e degno perché capace di custodire la Parola. 

don Francesco Poli