A cosa serve una parrocchia? Non è soltanto il moltiplicatore di attività conviviali e sociali ma soprattutto il cantiere aperto dove il vangelo incontra la vita di tutti e ispira le scelte quotidiane
La letteratura sociologica è piuttosto ampia e anche piuttosto univoca – vedi gli ultimi La chiesa si è rotta di Luca Diotallevi o Parrocchia al capolinea di Sergio Di Benedetto, per citarne due di recentissima pubblicazione – nell’indicarci la crisi del cristianesimo parrocchiale. Beh, lo registriamo anche noi, quotidianamente, nel piccolo della nostra vita comunitaria: la disaffezione del mondo giovane-adulto alla celebrazione eucaristica domenicale (il tempo festivo può essere impiegato in altri riti e liturgie e poi in chiesa non ci si sente a casa), la scarsa iscrizione dei bambini e ragazzi alla catechesi (il Covid ci ha liberato dal doverismo di mandare i nostri figli a messa la domenica, si può fare tranquillamente a meno e si campa bene comunque), il non più immediato rapporto con le sacre scritture (per lo più oggi incomprensibili), la ormai svaporata consuetudine alla preghiera (in famiglia è una pratica pressoché inesistente, fatto salvo casi rarissimi), gli oratori non più luoghi di formazione ed educazione delle nuove generazioni (e sempre più alle prese con nuove sfide etnico-religiose): potremmo continuare con il cahier de doléances, ma non ci porta molto lontano se serve solo per colpevolizzare genitori e adulti inadempienti, come spesso accade nelle nostre comunità. Ce la prendiamo sempre con chi non viene a messa senza avere l’onestà pastorale di riconoscere che il come celebriamo spesso impedisce la frequentazione (c’è dell’altro, d’accordo). Se lo stato di salute del cristianesimo parrocchiale è misurato soltanto dal termometro della precettistica religiosa allora la situazione agonizzante è tutta evidenza. Concediamoci ancora qualche decennio, giusto il tempo di lasciare passare le generazioni della terza e quarta età che generosamente popolano l’aula assembleare della domenica, e capiremo subito se ci sarà ancora un domani per le nostre parrocchie. È stata proprio questa una delle maggiori preoccupazioni del sinodo della Chiesa italiana da poco concluso a Roma. Cosa può fare dunque una comunità cristiana – come la nostra, per esempio – per restituire dignità all’esperienza credente oggi così affaticata e poco credibile agli occhi dell’uomo comune? La parrocchia nasce come luogo-tempo privilegiato per favorire l’incontro dell’uomo con il vangelo con la pretesa (e la promessa) di credere che la buona notizia, custodendo il senso profondo dell’umano, possa “dare forma” alla libertà e alla coscienza dei singoli. Questa è la vera posta in gioco del cristianesimo contemporaneo. E viene prima di molte altre cose pur importanti. Viene prima, per esempio, dell’attivismo oratoriano con il quale noi valutiamo la bontà pastorale di una comunità: Cre, carnevali, castagnate, convivenze estive, viaggi, vacanza famiglie, feste di comunità sono azioni importanti perché hanno il pregio di apparecchiare tavole di convivialità e fraternità per tutti (ma proprio tutti), lasciando intuire il volto ospitale della comunità. Ma non bastano. La parrocchia non è una onlus o un’agenzia di servizi, un’associazione o una cooperativa sociale. Il suo compito è aiutare a leggere il mondo, la vita, l’umano con lo sguardo evangelico; discernere i segni dell’avvento del regno nella storia; fornire i criteri per interpretare la società e la cultura; dare forma evangelica alla propria libertà; attrezzare i singoli degli strumenti necessari per incontrare il Signore della vita. Per questa ragione in comunità si cerca di dare forza ad alcune pratiche pastorali: la predicazione (avvento, quaresima, triduo dei defunti), la liturgia dei tempi forti, la catechesi degli adulti, la lectio divina in alcuni momenti significativi dell’anno, lo stesso giornale. Certo, non basta. La comunità cristiana è anche il luogo della testimonianza della prossimità di Dio per le fragilità umane (la carità). Torniamo a dare credito al vangelo affinché il vangelo dia credibilità alla nostra vita. E alla Chiesa
