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Editoriali

Il cristianesimo può scomparire?

La cantavamo tutti. Era il 1967 quando i Nomadi incidevano Dio è morto, testo (di Guccini) emblematico di una generazione che voleva liberarsi dagli schematismi della morale borghese e dell’aurea dogmatica di miti e riti religiosi e non. Era il tempo in cui si metteva sotto scacco ogni forma di autorità e autoritarismo, cominciando a puntare il dito contro l’istituzione ecclesiastica e la famiglia. Era morto il dio di una certa religione, era morta la religione di una certa chiesa. Sì, Dio era morto ma solo per vederlo risorto «nel mondo che faremo». Non era morto Dio – con buona pace di Nietzsche – era semmai morto tutto quel mondo che lo aveva messo in scena, che lo aveva fatto diventare dottrina e legge e che però non era più percepito come credibile. È stato spontaneo riprendere quella stagione culturale (molto euro-occidentale), sono passati ormai sessant’anni, leggendo il saggio di un teologo laico tedesco Jürgen Werbick, dal titolo decisamente provocatorio: Il cristianesimo può scomparire? Viviamo, ormai da diverso tempo, nella particolare situazione che l’autore definisce appunto di «esaurimento ecclesiale» dove più che morto Dio sembra aver abbandonato il tempio della religione e nascondersi agli occhi degli uomini o della gente di chiesa. Dio non si sente più a suo agio con quella religione che continua a usare e abusare del suo nome per ragioni strumentali, meramente di potere, di convenienza culturale e politica. Dio si sente fuori posto con l’insistenza moralistica di certe prassi ecclesiali, che per altro hanno marcato il territorio delle nostre comunità per secoli e che oggi riceve il disconoscimento da parte dell’agorà pubblica. È un Dio che non si sente più rappresentato dalle lobby ecclesiastiche, dai discorsi religiosi che hanno solo l’obiettivo della sudditanza dei fedeli. Sì, Dio – come accenna l’Apocalisse di Giovanni – bussa alla porta per entrare. Il dramma – già lo stigmatizzava papa Francesco – è che Dio bussa dall’interno per voler uscire. Non ha più voglia di sedersi a tavola con chi ha fatto dell’esperienza cristiana una questione di identità muscolare. La provocazione c’è tutta, ma in realtà l’ipotesi è che sta scomparendo un certo modo di interpretare la religione e la maniera con cui Dio in Gesù di Nazareth desidera incontrarci. Invece di lamentarsi, il serio lavoro pastorale che attende la chiesa sarebbe quello di «portare alla luce il potenziale umano della fede» e, quindi, del vangelo di Gesù. Più radicalmente, però, ci si interroga se l’esaurimento ecclesiale non sia piuttosto il segno dell’esaurimento della fede stessa (o dello Spirito o di Dio), cioè se al netto di tutto la questione non sia che viviamo in un mondo dove ad essersi esaurita è la fiducia. Fiducia intesa come fondamentale dell’umano e della convivenza civile, come possibilità di costruire una fraternità universale. Fiducia senza della quale non è possibile immaginare la vita ma nemmeno un autentico discorso religioso, né un’esperienza di fede e di chiesa. Come se ne esce? Domanda classica dalla risposta ancora acerba. Nessuno ha la ricetta di cosa potrà essere – se ancora sarà – il cristianesimo del futuro. Sappiamo piuttosto bene cosa non dovrà più essere per essere quello che deve essere in futuro. Abbiamo due strade che, non si capisce perché, frequentiamo ancora poco, nonostante la profetica lezione del Concilio vaticano II. Da una parte il sincero ritorno ai testi scritturistici. Torniamo a far parlare la Parola che avrebbe ancora da consegnarci criteri per interpretare l’oggi e prospettare il domani. Ma, soprattutto, occorre puntare seriamente sull’umanità evangelica di Gesù di Nazareth, come suggerisce il monaco di Bose Luciano Manicardi nel suo ultimo bellissimo Diventare umani. Non dobbiamo né essere allarmati né risentiti: dall’attuale crisi del cristianesimo, soprattutto in Europa, possiamo trarre una grande lezione: purificare la religione da tutto ciò che impedisce a Dio di abitarla e imparare a cercare Dio là dove non sembra ci sia o dove noi, perché troppo dentro nei nostri schemini sacramental-devozionali, dovremmo cominciare a cercarlo. Sì può ripartire da qui? Penso proprio di sì. Ma occorre saperci spogliare di molta zavorra che allontana noi dal vangelo e che allontana molti che non trovano nelle nostre chiese il profumo di un messaggio credibile.