Accendere la città di luce, questo facciamo ogni anno a Natale. Accendiamo la città per accendere il suo cuore. E con il suo, il nostro. È uno slancio di gioia. Un umanissimo atto di fiducia. O di fede. Nonostante le mille ambiguità del tempo che viviamo, le luci e le ombre che ciascuno si porta cucite addosso, qualcosa resiste alla retorica che accompagna i giorni di festa: del Natale non c’è ormai più nulla di quello che dovrebbe essere, come se avesse traslocato altrove dall’originario annuncio evangelico, divenendo altro anche nelle case dei cristiani (e delle loro chiese), eppure rimane la luce a re-incantare il mondo sequestrato dalla dittatura dei consumi. Forse è solo una maniera ingenua di fronteggiare il male o di convincerci che non siamo soltanto cuore di tenebra. Siamo sempre molto di più, e molto altro. Edith Stein, ebrea convertita al cattolicesimo e deportata ad Auschwitz dove morì il 9 agosto 1942, in una bellissima meditazione natalizia, pubblicata postuma nel 1950, scriveva: «Natale. Questa semplice parola emana un fascino misterioso, cui ben difficilmente un cuore può sottrarsi. Anche coloro che professano un’altra fede e i non credenti, cui l’antico racconto del Bambino di Betlemme non dice alcunché, preparano la festa e cercano di irradiare qua e là un raggio di gioia. Già settimane e mesi prima un caldo flusso di amore inonda tutta la terra. Una festa dell’amore e della gioia, questa è la stella verso cui tutti accorrono nei primi mesi invernali» (Il mistero del Natale). La giovanissima Edith (filosofa husserliana, mistica, diventata carmelitana con il nome di Teresa Benedetta della croce) sperimentò sulla sua pelle che il gioioso mistero del Natale è incomprensibile senza il tragico passaggio della Pasqua. E, infatti, i vangeli cosiddetti dell’infanzia (Matteo e Luca) lo documentano ampiamente. I racconti che fondano le nostre dolcissime tradizioni hanno disseminato molti indizi a proposito: la nascita quasi di ripiego del piccolo (“non c’era posto per loro”), la minaccia di Erode, la fuga in Egitto, la strage degli innocenti, la profezia del vecchio Simeone a Maria (“anche a te una spada trafiggerà l’anima”). Non c’è nulla qui del romanzo a lieto fine, nessun “Astro del ciel” o “Tu scendi dalle stelle” (che ovviamente continuiamo a cantare nella notte di Betlemme, e facciamo bene). I vangeli del Natale sono, sì, all’insegna della gioia (“vi annuncio una grande gioia”, “provarono una gioia grandissima”) ma la gioia annunciata non ha nulla o del sentimento stucchevole comandato dal felicismo moderno. Condivide, semmai, la certezza di quella giustizia chiamata a riscattare la dignità dell’umano. La gioia è una postura dell’esistenza che non si oppone ai drammi delle nostre vite ma impara a ricucire ferite, rammendare lacerazioni, ospitare perfino il male. Ha più a che fare con la “perfecta laetitia” di Francesco d’Assisi che con la felicità del “bicchiere di vino con un panino”. Sa dare compiutezza o compimento alla vita anche quando la vita non sente ragioni e tutto sembra remare contro. Suona come un paradosso nelle madri ucraine o di Gaza che non hanno smesso di mettere al mondo figli sapendo di generare in un grembo di morte. La loro gioia assomiglia molto all’ostinazione del bene a dispetto di tutto, l’atto della nascita è un atto di rivolta: la vita ha sempre più ragioni d’essere della guerra. Del Male e della violenza. La loro è un enorme lavoro di riconciliazione. Una profezia inascoltata. Un arcobaleno di pace. Ha qualcosa di tremendamente divino. La gioia assomiglia a un Dio bambino, che continua ad avere fede nell’uomo.
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La gioia è un Dio bambino che si ostina ad avere fede nell’uomo
