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Editoriali

Un nuovo paradigma dell’umano

Non ci sono precedenti. L’umanità, grazie allo smisurato potere della tecnica, si trova a dover compiere una decisione improrogabile: elaborare un nuovo “paradigma dell’umano” o subire un cambiamento che sarà comunque irreversibile e s’imporrà a breve termine (diamogli ancora qualche decennio?). Stiamo uscendo dall’era della naturalità – che ha guidato processi e scoperte dell’uomo sempre secondo Natura, appunto – per entrare nell’era totalmente inedita dell’umano come potenza della tecnica, perché l’umano è il suo essere tecnica, la sua capacità di governare il mondo, di modificarlo, modificandone le leggi, di sfondare le barriere del finito, oltrepassare i limiti posti dalla Natura e dalla Vita per come l’abbiamo concepita: cioè, secondo il diritto naturale. Lo sfondamento del limite e del naturale in nome di un non ancora immaginabile infinito metterà in crisi idee granitiche come quella stessa di Dio: che senso ha pensare Dio se l’umano potrà addirittura superare i confini dell’umano stesso e trasformarsi in qualcosa che non soggiace più alle regole del Cosmo o della Natura, o della Vita? Che tipo di umano uscirà da queste, impensabili fino a ieri, trasformazioni? Che cosa resterà dell’umano per come lo abbiamo concepito e vissuto fino ad oggi? Avrà senso parlare ancora di Natura davanti a colossali cambiamenti tecno-scientifici (nanotecnologie, editing genetico, Intelligenza Artificiale…)? Matrix non è già più fantascienza. Sono domande intriganti e, per la verità, anche un po’ inquietanti, che sembrano introdurci a un misterioso ed enigmatico “inizio della fine”. Gli interrogativi sono emersi nell’incontro con Aldo Schiavone, professore emerito di storia, ad Astino (vedi l’articolo di Giulio Brotti nelle pagine seguenti) che, per altro, ha pubblicato un bellissimo saggio Occidente senza pensierodove afferma che oggi siamo orfani di un grande pensiero capace di dare un volto e una direzione proprio a queste trasformazioni in atto. Pensiero qui vuol dire cultura, visione del mondo, orizzonti e direzioni di Senso. Siamo orfani di un nuovo pensiero che pensi il senso dell’umano, trovi la quadra rispetto agli sviluppi che sembrano ostaggio di meccanismi economici e di interessi turbo-capitalistici. Di tutto questo noi avremmo bisogno. Per riscrivere un nuovo paradigma dell’umano, all’altezza delle sfide annunciate, ci vorrebbe un nuovo “pensiero” che potrebbe ancora attingere all’architettura edificata dall’Occidente, ma che forse non basta più; oppure immaginare una sorta di pensiero planetario, globale, che convochi e unifichi i saperi (al plurale), quelli di altre grandi tradizioni socio-culturali non necessariamente legate alle grammatiche giudeo-greco-cristiane. È tutto da scoprire. Tutto da inventare. Di nuovo. Da capo. Eppure, Schiavone nel saggio citato scrive della necessità di tornare a riconsiderare in questo processo la risorsa dell’universalismo cristiano. Sì, proprio il cristianesimo che nel suo Dna ha incistato l’ancora insuperabile idea della prossimità, cioè dell’essere tutti prossimi, gli uni degli altri. Il professore di impronta laica e non confessionale vede proprio questo: «Il messaggio intrinsecamente universalistico contenuto con grande intensità di concetti e di emozioni nell’insegnamento cristiano sta infatti acquistando, di fronte all’unificazione tecnologica e capitalistica del pianeta, una freschezza e una forza di verità mai prima sperimentate. L’universalismo cristiano – e forse in particolare quello della sua versione cattolica – potrebbe dare un contributo importante e probabilmente persino decisivo anche alla costruzione di quella soggettività unitaria dell’umano». Un nuovo paradigma dell’umano con il contributo del cristianesimo aiuterebbe ad uscire dalle risacche della visione capitalistico-borghese dell’individuo, recuperando il concetto di persona. La Chiesa cattolica, dopo la fine del marxismo e dei regimi comunisti, è stata pressoché l’unica ad alzare la voce contro gli eccessi del capitalismo salvaguardando quella giustizia che si deve a tutti. Non dovremmo allora, noi credenti, essere spaventati nell’affrontare questo mondo anche se ci mette in crisi. Dovremmo assumere la crisi non come una fine ma come un nuovo inizio.