SO CHE MORIRÒ

La nostra vita arriva a settant’anni a ottanta se ci sono le forze quasi tutti sono fatica e dolore. Passano presto poi noi ce ne andiamo

(Salmo 90, 10)

È solo il limite della morte a rendere possibile la vita: è la condizione di mortalità che fa di noi dei viventi. Non possiamo infatti pensare alla morte senza contemporaneamente pensare alla vita, anzi la stessa vita ha un senso compiuto allorché la morte non viene censurata. Così nella misura in cui vita e morte stanno insieme e la vita ha la meglio sulla morte, possiamo riconoscere come sia l’amore ciò a cui aneliamo. Scriveva Gabriel Marcel: “Amare qualcuno è dirgli: Tu non morirai”. In quanto umani abbiamo così il compito di tenere insieme nella nostra esistenza quotidiana la morte e la vita. Legare noi con quanti ci hanno preceduto nella vita, ci hanno dato vita, abbiamo condiviso vita… e ora sono morti. L’essere umano infatti è homo viator, un camminatore, in divenire continuo: morire e nascere. In ciò sta la sua crescita, la sua identificazione. Lo riconosce in modo efficacie S. Ignazio di Antiocchia: “Quando arriverò alla morte allora sarò un uomo”.

Purtroppo oggi il ricordo dei morti è sempre più rimosso, con il rischio che siano “dimenticati”, si raffredda sempre più velocemente il sentimento di gratitudine e la ricerca di una comunione vitale. Ne è un esempio il ricordo dei defunti nel giorno ad essi dedicato, sempre più un giorno come gli altri. E lo si è potuto constatare lo scorso due novembre nel cimitero: scarsa è stata la presenza della gente a manifestare pubblicamente la propria vicinanza a chi ci è stato vicino. La pratica della cremazione che si è rapidamente diffusa anche tra noi, al punto da coinvolgere oramai nove defunti su dieci, rischia di implementare questo fenomeno di “dimenticanza”. Pensare la cremazione come distruzione del corpo può indurre a pensare che sia una scelta di chi non vuole più aver memoria di dove una persona finisca dopo la morte. La prassi della cremazione è, da un certo punto di vista, emblematica del nuovo contesto sociale in cui ci troviamo a vivere: la materia “serve” solo se è viva, priva di vita può essere ridotta per praticità e risparmio in polvere, al limite può essere trasformata in fertilizzante.

Le generazioni che ci hanno preceduto avevano compreso che trattare i morti solo come dei morti significava mancare di umanità, mentre trattare i morti come se fossero stati dei vivi significava mancare di saggezza. I morti sono tali per sempre, ma vanno riconosciuti come coloro che sono stati donne e uomini per sempre partecipi della nostra comune umanità. Ricordarsi e custodire il corpo dei morti vuol significare il custodire e il fare memoria del debito che noi abbiamo verso quelle persone e quindi del nostro dovere verso la nostra storia, il passato, il presente e… il futuro. Non diamo spazio ad alcun “disgusto o repulsione” verso la materia in decomposizione. Per il corpo senza vita una semplice tomba, l’essere accolto nella terra è una cosa seria: è memoria, sito, meta di passi, luogo preciso in cui si sa che giace chi era vivo e ora è morto; ora è lì tra noi con i suoi resti in un luogo che gli abbiamo conservato e che ancora gli appartiene. Facciamo sempre più dei nostri cimiteri dei giardini, dei parchi dove sia bello e grazioso stare, coabitando: noi e loro; i vivi e i morti. Luoghi in cui noi cristiani possiamo sperimentare il dono della comunione dei santi.