febbraio 2018

Quaresima,
giù la maschera

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto ed Egli vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.  Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo». (Mc 1,12 seg.).

Adesso, giù le maschere! Quelle di Carnevale, certo, ma soprattutto quella che quasi sempre tutti noi indossiamo perché forse, anche per timore, preferiamo apparire diversamente da come siamo realmente. Inizia infatti la Quaresima, il tempo che ogni anno ci viene proposto dalla Chiesa per guardare all’essenziale, per tornare al nostro io vero, così che la nostra identità più profonda e spirituale pervada tutta la nostra vita. Avere la possibilità di incontrare Dio nella pienezza del nostro essere: anima e corpo. È indubbio che questa sia un’esperienza desiderata, ma è altrettanto innegabile quanto non sia realisticamente facile da vivere. Attratti continuamente da beni effimeri, il vivere di Fede e di Vangelo ci sembra utopico, quasi impossibile. Per questo la Quaresima, con le sue essenziali, rigorose e sobrie esigenze (o proposte) di vita ci può preparare concretamente all’esperienza pasquale dell’incontro con il Cristo Risorto. Introdurre alla grande festa della Pasqua.

È necessario che ognuno rimuova la maschera dell’egoismo perché solo così, finalmente liberi, si è pronti ad accogliere la luce dello Spirito. Quello Spirito che, come leggiamo nel Vangelo, … Sospinse Gesù nel deserto ed Egli vi rimase quaranta giorni… Lo Spirito spinge Gesù nel deserto… perché Egli potesse appagare il suo desiderio di Verità, osservando la preghiera e il silenzio: solo nel suo rapporto profondo con Dio. Anche per noi quindi l’invito ad iniziare la Quaresima animati dal desiderio e dalla volontà di ricercare la Verità, di dischiuderci alla preghiera, osservando momenti di silenzio. Avessimo, ancora e soprattutto oggi, nel nostro tempo a volte fin troppo rumoroso, la fermezza di testimoniare il silenzio! Di scoprire la preghiera, … fatta di ascolto. Di osare, sospinti dallo Spirito, di attestare verità con gesti e parole. Avessimo anche noi, la cui Fede è a volte piuttosto tiepida, la fermezza di dire che lo Spirito è Vita e Forza nella mitezza.

La Quaresima, un tempo lungo quaranta giorni, come il tempo trascorso da Gesù nel deserto, tentato da Satana. Un tempo che non fu una “parentesi nella sua vita”, ma che ne esprime il costo altissimo, lo schema, il paradigma: quaranta giorni… una vita. Per tutto il suo arco vitale Gesù era stato in comunione profonda con Dio, nel deserto delle decisioni della sua esistenza. Aveva combattuto contro colui che divide, contro l’avversario che simbolizza il male: Satana. Dunque la Quaresima è anche lotta, lotta per la redenzione. Redenzione di quella parte di noi e del mondo che offusca, nasconde la vera essenza nostra e di ciò che ci circonda. Giù la maschera, quindi, per poter essere liberi e scegliere la Luce, quella che proviene da Dio e a Lui tende.  Rassicura il sapere che anche Gesù ha vissuto così. E ha vinto.

don Francesco Poli

gennaio 2018

Giovani, chi?

Giovani, istruzione, formazione, nonché famiglia e lavoro, questi alcuni degli argomenti su cui più si ragiona e si disputa, anche all’affacciarsi del nuovo anno, in ambito istituzionale, inclusa la Chiesa, affrontando il tema del futuro dei giovani e, più in generale, dell’Italia. Un tema, quello del futuro dei giovani e della società nel nostro paese, che noi tutti vorremmo fosse affrontato in un’ottica “generazionale”, oltre che “giovanile”. Esaminando e valutando cioè la condizione giovanile all’interno del quadro delineato dall’attuale congiuntura sociale, quale si desume dai dati dell’ultimo Rapporto Istat e dalla Ricerca realizzata dalla Fondazione Toniolo.

In assoluto, il dato negativo raccolto dall’Istat non riguarda dichiaratamente le nuove generazioni ma, piuttosto, l’invecchiamento della popolazione italiana: il calo delle nascite ha registrato in un anno il negativo record di 474mila nati a fronte di 608mila morti. Nell’insieme, il Rapporto propone all’attenzione della collettività delle esortazioni sulla priorità di alcuni interventi: il potenziamento dell’innovazione tecnologica, economica e sociale e la modernizzazione delle Istituzioni. Investire, quindi, in misura idonea e congrua in istruzione e formazione del capitale umano; attivare politiche del lavoro che non siano di intralcio, allo sviluppo e che coinvolgano, favorendoli in modo particolare, i giovani.

Per ciò che concerne la ricerca sulla condizione giovanile promossa dalla Fondazione Toniolo con il “Rapporto Giovani 2017” essa divulga quanto emerso a seguito delle interviste somministrate a un gruppo rappresentativo di giovani italiani: elevati livelli di autonomia, di socializzazione, di conoscenza e consapevolezza della situazione attuale di vita e una incidenza positiva dell’istruzione sulle competenze relazionali, cognitive di affermazione. Nello stesso tempo altresì non si possono ignorare i punti deboli, emersi dalle interviste, che riguardano una certa fragilità nella capacità di gestire le emozioni, di essere e pensare in termini positivi e di indirizzare gli altri.

Nell’affrontare questi, che sono problemi sociali, non si può trascurare un fenomeno che si va espandendo nella nostra società e che sembra imporsi sempre più nelle nostre comunità: un numero crescente di persone giunte ad una “certa età” anagrafica che, tuttavia, si percepiscono e si comportano come se “fossero giovani”. Come dire che la società attuale, pur facendo meno figli, vede crescere in modo esponenziale il numero dei “giovani”. Sono proprio questi “” a rimescolare le carte del rapporto tra le generazioni, a mostrarsi sempre meno capaci di sostenere il dialogo educativo con i figli. Un fenomeno questo del giovanilismo dei “diversamente giovani” che palesa l’intrinseca fatica, in quanto genitori ed esponenti delle famiglie, ad educare come anche a permettere ai veri giovani di accedere all’età adulta.

In verità la comunità cristiana e civile che si “occupa” e, ancor più, si “preoccupa” della condizione giovanile dovrebbe adoperarsi perché si riconosca come un’illusione il desiderare e l’inseguire “il mito dell’eterna giovinezza” condizione di vita che non dovrebbe appartenere al mondo degli adulti: l’attuale regime di decadenza è un tempo in cui gli adulti amano la giovinezza più che i propri giovani e ad essi talora fanno mancare le attenzioni necessarie.

Così giovani, istruzione, formazione, lavoro e famiglia rischiano di rimanere solo delle parole, le più usate oggi, all’affacciarsi del nuovo anno da Istituzioni, Chiesa, mezzi di comunicazione.

È necessario ricontestualizzare la questione giovanile, analizzare l’ambito per cui essa è letta dai diretti interessati nel suo profilo “drammatico”. Non si può né si deve ignorare che le varie opzioni con cui i giovani declinano la loro libertà si concretizzano in molteplici opportunità spendibili senza compromettere il futuro e comunque, in genere, flessibili. Queste opzioni della libertà (condizione giovanile che gli adulti anelano e imitano!) richiederebbero invece di essere giocate in una prospettiva di scelte vincolanti che permettano a ciascun giovane di trovare un punto di sintesi che favorisca l’affermarsi della singolarità di ciascuno. È per questo che la giovinezza si mostra come un cammino con il quale arrivare a decidere: “chi essere nelle mia vita?”. A quale modello di adulto riferirsi. La condizione giovanile, per i giovani, è una età “drammaticamente intensa”, di passaggio: si è giovani per imparare ad essere “adulti”. Una condizione, quella giovanile, resa oggi ancor più “faticosa ed ardua” dalla carenza di opportunità sociali e lavorative che favoriscano il passaggio alla maturità e all’emancipazione. Inoltre, con la progressiva erosione del modello adulto di riferimento, l’età matura appare ai giovani sempre più confusa. Il paradosso ci appare con più evidenza anche adesso, all’inizio del nuovo anno: i giovani sono in cammino per diventare adulti, mentre gli adulti sono impegnati a restare giovani per non essere adulti. Con tutto ciò che ne consegue.

don Francesco Poli

dicembre 2017

NATALE IN FAMIGLIA

Vorrei che vivessimo questo Natale guardando alla famiglia; alla famiglia concreta, reale da cui ognuno di noi proviene e quella che abita nella sua condizione particolare. Sono consapevole come di questi tempi, strida e interroghi l’invito a ritenere positivo il valore dell’abitare una famiglia, una provocazione alla cultura attuale; una sfida che eleva qualitativamente tutte le questioni sul tema oggetto di dibattito pubblico. Vogliamo reimparare a vivere di famiglia, recuperando così vigore ed energia per la vita quotidiana: gustare il Natale di Gesù come Mistero del Figlio di Dio accolto in una famiglia.

Per quanti si accostano con fede al Mistero del Natale, la Famiglia di Nazareth si mostra come la sorgente da cui attingere slancio per nutrire e sostenere le nostre famiglie che sono il nucleo all’origine del nostro percorso di vita, dell’ educazione come della vita affettiva. È singolare e fa riflettere il pensare che il Figlio Dio nel suo incarnarsi abbia voluto sperimentare l’esperienza familiare. Fa bene al vivere oggi il considerare come la Santa Famiglia di Nazareth, che ha vissuto un’esperienza così unica per la presenza di Gesù, possa essere un esempio di santità per le nostre famiglie non sempre così “sante”.

Non è certo nel loro aspetto di singolarità che possiamo imitare Maria e Giuseppe nell’esperienza familiare; piuttosto possiamo imitarne la loro umana semplicità di coppia che vede la propria vita visitata e cambiata dall’azione di Dio. Imitarla in quella loro capacità di mettersi in gioco a partire dalle situazioni vissute anche se non volute: affrontano la quotidianità con fiducia e coraggio, inseriti nella storia degli uomini e in quella, straordinaria, di Dio. Maria lo fa amando più che se stessa il piccolo Gesù; Giuseppe, dopo il concepimento di Maria per opera dello Spirito Santo, scioglie il dubbio se lasciarla o rimanere, prendendola come sposa. Ora, è sereno, la santa famiglia è salva. Questa coppia singolare, ha superato la crisi e ha trovato nuove ragioni di vita.

Questo Natale, si illumina dell’esempio offerto dalla speciale Famiglia di Nazareth, così diversa dalle nostre famiglie, eppure così simile a noi. Questo il Natale ci sollecita a riconoscere e accogliere in Gesù di Nazareth il Dio con noi, datoci nel Mistero della Famiglia, ci porta a rivalutare la famiglia come il luogo generativo che si mostra come dono. Si genera solo donando: il dono dell’amore tra un uomo e una donna, il dono della vita di un figlio, il dono di riconoscere la presenza stessa di Dio e dei fratelli nella nostra casa.
Dio viene, nasce e vive nella quotidianità della famiglia, così come essa è, nel bene e nelle fatiche, nelle realizzazioni positive come nelle incomprensioni, nell’esperienza di fede come nel silenzio di Dio. Questo Natale vedo una Famiglia che ha un dono da portare ad ogni famiglia.

Benedette feste a tutte le famiglie del quartiere.

don Francesco Poli

novembre 2017

Fragilità dei territori e futuro delle città

Lo scorso settembre, la nostra Parrocchia ha presentato al Comune di Bergamo delle Osservazioni al Piano di riperimetrazione dei quartieri cittadini (lettera pubblicata su questo Notiziario nel mese di ottobre a pag.19).

L’argomento, di non solo carattere “civile”, sollecita l’intera comunità cristiana a riflettere sull’inderogabile problema politico/sociale della fragilità territoriale e del futuro delle città. La questione di nuovi confini del quartiere si inquadra nell’esigenza che la comunità avverte di orientare a nuovi paradigmi il modo con cui la storia moderna ha interpretato fino ad oggi l’Abitare i Luoghi. Il punto di partenza richiede la capacità di ri-significare il concetto stesso di “Paesaggio” che, nella prospettiva futura, dovrà essere considerato nel contesto di “fragilità” socio- culturale in cui ci troviamo.  La prospettiva muove le sue ragioni dalla tesi che il “Paesaggio fragile” dovrà essere assunto ad archetipo per affrontare le sfide che l’Abitare i luoghi richiede se si vuole attuare una transizione verso un futuro sostenibile e solidale. Infatti, solamente un futuro che si mostrerà alla Terra come sostenibile e solidale, potrà garantire dignità a tutto il creato ospitato nel Cosmo – “Casa comune” – così come proposto dalla Laudato si’.

Paesaggio fragile” denota, ad una prima prospettiva, l’esperienza contemporanea dello spazio e dei luoghi, colti nella loro vitalità, con quella energia intrinseca che li proietta sempre “oltre”: un “Paesaggio in movimento”, trascendendo progressivamente i paesaggi come li abbiamo conosciuti nel loro offrirsi a noi nel tempo, nelle loro forme ferite da eventi di dissesti idrogeologici, che si mostrano talora con modalità catastrofiche. Paesaggi del tempo che si vanno perdendo: “Paesaggi perduti” dei quali troviamo memoria, come l’ex area Gres o il vivaio Franchi, anche nel nostro territorio.

Paesaggio fragile”, considerato da un altro aspetto, comprende in sé il tema dei confini e delle frontiere, questione che si palesa in diversi ambiti, tutti di grande attualità (… Quartiere, Nazione, Continente…). Le valutazioni si articolano intorno al concetto stesso di confine, che si denota quale risultato di un “tragico equivoco” storico/culturale, che si è andato imponendo con il modello politico – culturale dello Stato Nazionale. Storicamente si sono definiti i confini degli Stati Nazionali nella prospettiva di un limes (limite) inteso come una cesura: confine come “ferita” profonda ed estesa tra gli Stati, separando e dividendo ciò che sarebbe potuto essere elemento di inclusione nell’accezione di limen in quanto soglia (Così A. Tarpino, Il Paesaggio fragile, Ed. G. Einaudi 2016).

Necessita pertanto un mutamento (una correzione) di prospettiva: da un’ottica di confine, quale si è affermato con gli Stati Nazione, all’idea di un confine quale Cum-fine, del “noi”, come ciò che unisce. Solo così il limen potrà ritornare ad assumere il suo autentico profilo: quello di “spazio vuoto”, di soglia. Ed è proprio questo Limen  (col suo valore di soglia), peculiare della cultura ecologica, che ri-assume la sua vocazione: rigeneratrice delle relazioni con la natura.

Un “Paesaggio”, non più definibile tale a priori, rispetto alle sue condizioni oggettive, collocato in un ecosistema vivo, che si connota come “fragile”: perennemente esposto a…, e quindi vulnerabile nel suo donarsi. Questo continuo “essere esposto a…”, incoraggia paradossalmente la naturale sua vocazione a connettere, concatenare, in un sempiterno legame, le diverse realtà di cui si compone. Il modello esemplare del “Paesaggio fragile” si mostra così capace di tessere un disegno territoriale complessivo. Conservare, difendere e ri-significare Paesaggi diventa quindi un compito urgente per l’intera comunità, è il compito di iscrivere l’umano nel territorio, a partire da chi vi opera.  In questa visione il Paesaggio, assegna autorità e responsabilità all’uomo-paesano che con il suo lavoro ha la capacità di trasformare sia l’ambiente fisico sia l’ambiente sociale, abitandolo.

don Francesco Poli

ottobre 2017

Sia un cammino di pace…
Papa Giovanni XXIII è con noi.

Ha oramai più di mezzo secolo l’enciclica Pacem in terris, dono di papa Giovanni XXIII alla Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà. Fu firmata dal papa buono nei giorni precedenti la Pasqua del ‘63: fu un dono pasquale a pochi mesi dalla sua scomparsa, avvenuta il 3 giugno dello stesso anno. La risonanza dell’enciclica fu immensa, come Giovanni XXIII, in persona, riconosceva con la sua abituale semplicità: «L’enciclica ha riscosso un’eco senza precedenti. […] Ha scosso anche le pietre». Essa apparve da subito strettamente legata alla vita personale di Roncalli, all’insegnamento generato dalla sua personale esperienza. La complessità del mondo, il senso di un’unità profonda tra gli uomini anche i più diversi, la responsabilità dei cristiani nel rendere più evidente, più esplicita questa unità: tutto questo il bergamasco Roncalli lo aveva appreso dalla sua vita. Un appello che nasceva dalla sua fede semplice e profonda, di sacerdote, di vescovo, di diplomatico: Roncalli aveva appreso la “diplomazia della convivenza” ispirandosi al Vangelo e traendo frutto dai rapporti con le persone, cercando di sottolineare ciò che unisce, senza dimenticare ciò che divide, ma mettendo sempre in primo piano ciò che accomuna, aggrega. La Pacem in terris esprime così tutta la vita e l’insegnamento di papa Giovanni, ne è la chiave di lettura: la pace è evangelica e ha come suo fondamento la promozione dell’uomo.

Vorrei fermare l’attenzione sul sottotitolo dato al documento: “Sulla pace fra tutte le genti, nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”; mi sembra estremamente significativo. Soprattutto se facciamo attenzione al testo originario che è in latino: “Sulla pace fra tutte le genti da costruirsi [in latino de constituenda]…”. L’impegno per la pace consiste in ciò: essa è da costruire continuamente. La pace è da costruire, ieri come oggi, da parte di tutti attraverso la costante testimonianza di: giustizia, verità, amore e libertà. L’enciclica delinea così, secondo un quadro di valori/virtù morali, un’etica della pace; un’etica che rende possibile, anzi identifica, la pace come possibilità reale di convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà, per formare quell’ordine morale che ha per fondamento oggettivo il vero Dio. I quattro valori/virtù si esigono e si richiamano reciprocamente, l’uno non può trascurare o prescindere dall’altro.

Alla luce dei fatti e avvenimenti più recenti, compresi quelli del nostro tempo, appare ancora più palese e inconfutabile l’attualità della Pacem in Terris. La festa del Santo Giovanni XXIII, la cui ricorrenza è di questi giorni, e la prossima presenza tra noi dell’urna del santo, proveniente dal Vaticano, ci sprona come Chiesa a lavorare per la pace, sia in quanto dono da accogliere nella vita dei credenti e della comunità, sia perché bene da difendere e pietra miliare della convivenza pacifica tra tutti.

don Francesco Poli

settembre 2017

IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE

Ascoltate! Ecco il seminatore uscì a seminare… (Mc. 4,3)

Chiesa è. Giovane e missionaria. Questo lo slogan che accompagna il cammino del nuovo anno pastorale. È un’improrogabile esigenza vivere una Chiesa che intende l’urgente bisogno di accogliere e custodire il seme della Parola, seme gettato in Lei dallo stesso Signore. Abitare, dunque, una Chiesa che sa essere seminatrice della Parola nell’attualità di oggi, nella consapevolezza che l’urgenza, sia nell’essere seminati sia nel seminare, è di portare il tutto a realizzazione, cioè di vedere il seme maturare e fruttificare. Ma come garantire che questa possibilità si realizzi davvero? Come concorrere a che, con il Signore, si sia, a nostra volta, validi, attendibili e puri seminatori?

Sarà certamente fondamentale che, ancor prima che un buon terreno, sussista la saggezza del seminatore il quale dovrà, nei confronti del seme, essere responsabile, avere propositi, intenti virtuosi, sobri, ed essere, altresì, perseverante e fiducioso, senza impellenze, procedere solo quando e se la stagione è propizia, secondo le tecniche più opportune. Soltanto allora potrà procedere alla seminagione nel terreno adatto.

Fuori metafora, ci appare questo il giusto tempo in cui la Chiesa, ad imitazione del Buon Seminatore, se vorrà intraprendere ancora una stagione di germinazione della Parola, cominciando dalle attuali generazioni di ragazzi e di giovani, dovrà riprendere a parlare direttamente al cuore e alla coscienza di ciascuno di loro, seminando così la testimonianza profetica del Vangelo e rivolgendosi con la Parola, oltre che con l’esempio, alle persone nella loro profonda identità, sempre in trasformazione, fatta di carne e di Spirito.

Dunque una Chiesa che, con attenzione e rigore, parli direttamente alle coscienze, promuovendo con la consapevolezza della fede le parole della Verità, parole valide per sostenere sia il seminato sia il seminatore, parole mai sterili.

Così la Chiesa è: fedele al suo apostolato, quello affidatole da Gesù, Colui che il Padre fa Parola di speranza per l’uomo d’oggi. Così la Chiesa è: continua giovinezza di Carne e di Spirito, rivolta ai giovani, fertile terreno in essere per il buon seme di Dio. Così la Chiesa è: missionaria, seminatrice in ogni tempo e luogo della Buona Parola che è Cristo, ascoltato, accolto e testimoniato.

don Francesco Poli

giugno 2017

DAL SELFIE AL FARE MEMORIA:
EUCARISTIA AL CENTRO DEL VIAGGIO

La stagione che si dischiude porta con sé il desiderio di vacanza: la smania di “fare”, magari insieme ad amici, anche solo un breve viaggio: un’esperienza gradevole, interessante: vivere momenti riposanti come ci è già capitato in altre occasioni. Visitare dei luoghi, regalarsi un pò di quiete ristoratrice, al mare o in montagna, concedersi una rilassante camminata tra ameni paesaggi … Il tutto immortalato dall’immancabile selfie, paradigma per fissare e “fare memoria” di quel vissuto.

Anche l’esperienza della fede, che ha come cuore la gioia, ci regala una ininterrotta, immutabile e duratura “vacanza”. La vita cristiana, se volessimo rappresentarla con un selfie, fotografa, nel suo “fare memoria”, il nostro stare a tavola con Gesù nell’Eucaristia. Testimonianza di Gesù che spezza il pane, un entrare nella Sua Pasqua. Lo stesso popolo d’Israele vedeva nell’evento della Pasqua il passaggio del Signore tra il suo popolo e l’esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa (il viaggio): evento fondativo la cui memoria permane nel tempo. Anche per noi cristiani la Pasqua che celebriamo ogni domenica nell’Eucaristia ha caratteristiche analoghe: ogni volta che ci nutriamo del pane consacrato riproponiamo il fare memoria della Cena di Gesù. Il cuore del nostro viaggio, del viaggio di vita di noi battezzati è dunque l’Eucaristia, evento di Grazia che continuamente si rinnova, esperienza vitale con Gesù e i fratelli, da reiterare con un “selfie”. È dunque l’Eucaristia, il consegnarsi del Signore a noi nel pane e nel calice dell’ultima cena, che ne anticipa la morte e la resurrezione. Nella notte in cui veniva tradito, Gesù compie un’azione di Grazia sul pane e sul vino e ad entrambi da’ la valenza nuova del suo corpo e del suo sangue aggiungendo: “Fate questo in memoria di me”. La “cena del Signore” o la ”frazione del pane”, è dunque un’azione memoriale che propone in maniera incisiva nei segni del pane e del vino il corpo per noi dato e il sangue per noi versato che diventano cibo per la vita spirituale. In questo senso il “fare memoria” o il ricordare ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena con i suoi discepoli è molto di più e di certo diversamente significativo dal fissare con un “clic” dello smartphone o della macchina fotografica un momento della nostra vita.

Infatti il fare memoria dell’evento eucaristico e il rinnovarlo ci rende partecipi dello stesso avvenimento. Il nostro essere dentro il “Fatto dell’Eucaristia” non è consegnato allo sterile esercizio del ricordo, ma al fare dell’amore. Proprio il Vangelo di Giovanni che fissa l’esperienza della Cena di Gesù nel gesto della lavanda dei piedi ci avverte di come il vivere la Memoria dell’Eucaristia sia per noi, discepoli dell’epoca attuale e di ogni tempo, un partecipare con i gesti concreti della carità quotidiana alla carità stessa di Cristo che si consegna a noi nel gesto eucaristico. “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”…. Fate così anche voi!

“Non siate turisti della vita”, così ha detto papa Francesco parlando ai giovani nel suo recente viaggio a Genova. Perciò, anche se quest’estate saremo turisti o vacanzieri, non viviamo mai la fede con la mentalità del gitante.  Non sia il nostro credere come una pratica del selfie che ci porta a immortalarci davanti all’esperienza cristiana, ma sia la nostra fede il continuo far memoria dell’evento pasquale che rimane l’immagine viva che nutre il nostro viaggio.

don Francesco Poli

maggio 2017

La vita cristiana: un’esperienza gioiosa.

Nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium papa Francesco ci ricorda che all’inizio dell’esperienza cristiana non c’è una decisione morale o un’idea bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona: il Crocifisso – Risorto che dà alla vita un nuovo orizzonte e che esige la scelta. L’incontro con il Signore risorto avviene nell’intimo dell’esistenza di ogni persona: la vita cristiana consiste quindi nel cercare un legame con Gesù Cristo e con le persone, animati dal desiderio di vita autentica, permettendo così a Dio di condurci fino al raggiungiamo del nostro essere più vero: vivere come donne e uomini spirituali.

L’unità di misura per scoprire e realizzare autenticamente la nostra esistenza, come pure conoscere da donne e uomini spirituali il Mistero delle cose, non può essere la predefinita volontà egocentrica presente in ciascuno, vivendosi inconsapevolmente, interpretando tutto attraverso la lente di un io autosufficiente, ma piuttosto la piena apertura di ciascuno alla Persona di Gesù Risorto che ci viene incontro con una proposta di vita autentica fondata sull’attenzione, la disciplina, la capacità di tenere davvero agli altri, di sacrificarsi per loro, sull’amore che è libertà e che si manifesta nel dono pasquale della fede. La nostra apertura al dono della fede è innanzitutto la speranza che ci sia una realtà che vada oltre le esperienze quotidiane e oltre l’umana ragione intesa quale unica bussola. È l’esperienza dei due discepoli di Emmaus: persi nelle astrazioni sulla fine tragica del Crocifisso, tristi e sconsolati ragionano sugli avvenimenti, non prestano attenzione a ciò che succede davanti ai loro occhi, ma sono comunque aperti alla speranza. Il loro “speravamo”, testimoniato al Viandante che li accompagnava lungo la strada per Emmaus, è la scintilla che li porterà a riconoscerlo come il Risorto: “Rimani con noi, Signore!”. Appare così palese come l’azione di Dio nella realtà quotidiana si possa cogliere mediante (grazie a) delle tracce: è nostro compito individuarle e cogliere la presenza del mistero di Dio nell’esistenza personale oltre che nella vita del nostro tempo. Credere significa accogliere Gesù che cammina con noi; passare dall’io che si alimenta di sé – prigioniero di una costante ricerca di altro, scontento e senza prospettive – ad affidarsi a Colui che ci conosce veramente e desidera associarci al Suo amore.

In questo incontro con il Risorto noi siamo però come “lo Stupito”: l’incontro della fede ci accade quasi d’improvviso, il Risorto ci trova così come siamo e a mani vuote. Di fronte all’immenso amore di Gesù che ci incanta e ci sconvolge con la sua presenza di vita nuova, non ci rimane che offrire a Lui il dono stesso dello stupore. L’inizio dell’esperienza cristiana è un “di più di vita” che ci raggiunge attraverso l’incontro inatteso con il Risorto; questo “di più di vita” non può essere dato per scontato, ma va sempre custodito e conservato. Per questo è necessario vivere in comune il cammino di vita cristiana: se la Chiesa origina da un avvenimento che rinnova radicalmente la vita, la nostra realizzazione è un cammino da condurre in modo gioioso insieme al Risorto e ai fratelli.

don Francesco Poli

aprile 2017

PASQUA, IL CAMMINO SI FA NUOVO

Per una gran parte del mondo sembra che il carnevale non finisca mai, ma per chi tenta di credere e ha fede anche solo “quanto un granello di senape” (Lc 17,6), si è già in cammino verso la Pasqua, e si è entrati in un atteggiamento di ascolto e conversione. È lo stesso Gesù che ci propone “le linee guida” per vivere totalmente questo cammino cristiano che è permanente: preghiera, sobrietà, carità! È ancora Lui che nel viaggio della vita ci accompagna attraverso i nostri deserti esistenziali. Un percorso, quello che ci porta alla Pasqua, che può permettere alla nostra vita di rifiorire anche quando il deserto ci appare sconfinato. Tra speranze, paure, fallimenti, cadute e risalite, lasciamoci incontrare dal Risorto, Lui, il Dio fatto carne, che, nella sua vita terrena, ha attraversato i deserti della tentazione e ora, definitivamente vincitore del Maligno, con la Sua Pasqua di Resurrezione, con la sua voce parla al cuore della nostra libertà.

L’annuncio della Pasqua ci raggiunge così lì dove si svolge la vita oggi: Buona Pasqua discepoli del Risorto. Buona Pasqua a noi che attraversiamo i deserti esistenziali del nostro quotidiano vivere, seminando speranza e cercando sorgenti d’acqua viva. Buona Pasqua anche a chi è perso in una fede incerta e in un viaggio dubbioso, come Tommaso, come Pietro. È Pasqua! È il tempo per convertirci alla gioia del Risorto, anche se possiamo averlo rinnegato. Ora che Gesù è risorto il nostro cammino si rinnova, ora siamo infatti viaggiatori leggeri con i piedi sì nella polvere del quotidiano, ma con lo sguardo rivolto al cielo, ricercando le verità di lassù.

Se oggi vediamo la pietra del sepolcro rotolata via, se davvero accogliamo l’annuncio pasquale della Resurrezione del Signore, se ascoltiamo la voce del Risorto e apriamo il nostro cuore viandante alla Sua Parola, allora vivremo da credenti la nostra esistenza che non sarà mai più una landa desolata. Mediteremo così che come ogni cosa ha il suo prezzo, la Pasqua di Gesù è il prezzo della nostra libertà. Le fatiche, le incertezze e le fragilità della vita non possono più spaventarci, ora siamo preparati ad affrontarle: camminiamo nella libertà dei Figli di Dio con il Figlio Risorto e vedremo il deserto fiorire.

don Francesco Poli

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.

Gv. 20, 1

Ogni cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà.

Edoardo Bennato

marzo 2017

QUARESIMA DI CARITÀ PER UN RECIPROCO AIUTO

La Quaresima che abbiamo aperto mercoledì 1 marzo con le ceneri, ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Una frase della Lettera agli Ebrei così dice: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (10,24). Alla luce della necessità di vivere la carità di Cristo, fare quaresima significa in primo luogo assumerci la responsabilità verso il fratello. Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere ‘custodi’ dei nostri fratelli, di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro.

L’esigenza di attenzione all’altro comporta il desiderare per lui il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. Oggi è opportuno che poniamo maggiormente attenzione spirituale e morale al “fratello”. In genere, l’attenzione caritatevole verso il prossimo si pone esclusivamente nell’ottica di un impegno materiale nel dare delle cose: dal mangiare, al vestire, ad un luogo di riparo… Appare altresì sempre più urgente porre una maggiore attenzione al fratello bisognoso nella cura degli affetti, spiritualmente e moralmente. C’è necessità di riscoprire un aspetto della vita cristiana che risulta poco frequentato: quello della responsabilità spirituale verso il prossimo.

Un altro elemento con il quale esercitarci nella carità cristiana in questa quaresima è quello della pratica del “dono della reciprocità”. Nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può diventare fattivamente sempre più evangelico. Mentre faccio qualcosa di concreto per il fratello bisognoso, donando qualcosa di mio, anch’io ricevo qualcosa in dono da lui. Questo scambio nella reciprocità è “dono”. L’attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore.  Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così facendo è la Chiesa stessa che cresce e si sviluppa per essere sempre più simile al suo Gesù.

Il cammino quaresimale è tempo di grazia che ci coinvolge tutti nella carità a 360 gradi: aiuto concreto per la fame materiale e spirituale del fratello bisognoso, crescita reciproca nella correzione fraterna, arricchimento continuo nel “dono di reciprocità”. E così la conversione della vita, scopo primario del cammino quaresimale, non sarà solo un bene personale di chi lo vive, ma dono meraviglioso di tutta la Chiesa.

don Francesco Poli