novembre 2017

Fragilità dei territori e futuro delle città

Lo scorso settembre, la nostra Parrocchia ha presentato al Comune di Bergamo delle Osservazioni al Piano di riperimetrazione dei quartieri cittadini (lettera pubblicata su questo Notiziario nel mese di ottobre a pag.19).

L’argomento, di non solo carattere “civile”, sollecita l’intera comunità cristiana a riflettere sull’inderogabile problema politico/sociale della fragilità territoriale e del futuro delle città. La questione di nuovi confini del quartiere si inquadra nell’esigenza che la comunità avverte di orientare a nuovi paradigmi il modo con cui la storia moderna ha interpretato fino ad oggi l’Abitare i Luoghi. Il punto di partenza richiede la capacità di ri-significare il concetto stesso di “Paesaggio” che, nella prospettiva futura, dovrà essere considerato nel contesto di “fragilità” socio- culturale in cui ci troviamo.  La prospettiva muove le sue ragioni dalla tesi che il “Paesaggio fragile” dovrà essere assunto ad archetipo per affrontare le sfide che l’Abitare i luoghi richiede se si vuole attuare una transizione verso un futuro sostenibile e solidale. Infatti, solamente un futuro che si mostrerà alla Terra come sostenibile e solidale, potrà garantire dignità a tutto il creato ospitato nel Cosmo – “Casa comune” – così come proposto dalla Laudato si’.

Paesaggio fragile” denota, ad una prima prospettiva, l’esperienza contemporanea dello spazio e dei luoghi, colti nella loro vitalità, con quella energia intrinseca che li proietta sempre “oltre”: un “Paesaggio in movimento”, trascendendo progressivamente i paesaggi come li abbiamo conosciuti nel loro offrirsi a noi nel tempo, nelle loro forme ferite da eventi di dissesti idrogeologici, che si mostrano talora con modalità catastrofiche. Paesaggi del tempo che si vanno perdendo: “Paesaggi perduti” dei quali troviamo memoria, come l’ex area Gres o il vivaio Franchi, anche nel nostro territorio.

Paesaggio fragile”, considerato da un altro aspetto, comprende in sé il tema dei confini e delle frontiere, questione che si palesa in diversi ambiti, tutti di grande attualità (… Quartiere, Nazione, Continente…). Le valutazioni si articolano intorno al concetto stesso di confine, che si denota quale risultato di un “tragico equivoco” storico/culturale, che si è andato imponendo con il modello politico – culturale dello Stato Nazionale. Storicamente si sono definiti i confini degli Stati Nazionali nella prospettiva di un limes (limite) inteso come una cesura: confine come “ferita” profonda ed estesa tra gli Stati, separando e dividendo ciò che sarebbe potuto essere elemento di inclusione nell’accezione di limen in quanto soglia (Così A. Tarpino, Il Paesaggio fragile, Ed. G. Einaudi 2016).

Necessita pertanto un mutamento (una correzione) di prospettiva: da un’ottica di confine, quale si è affermato con gli Stati Nazione, all’idea di un confine quale Cum-fine, del “noi”, come ciò che unisce. Solo così il limen potrà ritornare ad assumere il suo autentico profilo: quello di “spazio vuoto”, di soglia. Ed è proprio questo Limen  (col suo valore di soglia), peculiare della cultura ecologica, che ri-assume la sua vocazione: rigeneratrice delle relazioni con la natura.

Un “Paesaggio”, non più definibile tale a priori, rispetto alle sue condizioni oggettive, collocato in un ecosistema vivo, che si connota come “fragile”: perennemente esposto a…, e quindi vulnerabile nel suo donarsi. Questo continuo “essere esposto a…”, incoraggia paradossalmente la naturale sua vocazione a connettere, concatenare, in un sempiterno legame, le diverse realtà di cui si compone. Il modello esemplare del “Paesaggio fragile” si mostra così capace di tessere un disegno territoriale complessivo. Conservare, difendere e ri-significare Paesaggi diventa quindi un compito urgente per l’intera comunità, è il compito di iscrivere l’umano nel territorio, a partire da chi vi opera.  In questa visione il Paesaggio, assegna autorità e responsabilità all’uomo-paesano che con il suo lavoro ha la capacità di trasformare sia l’ambiente fisico sia l’ambiente sociale, abitandolo.

don Francesco Poli

ottobre 2017

Sia un cammino di pace…
Papa Giovanni XXIII è con noi.

Ha oramai più di mezzo secolo l’enciclica Pacem in terris, dono di papa Giovanni XXIII alla Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà. Fu firmata dal papa buono nei giorni precedenti la Pasqua del ‘63: fu un dono pasquale a pochi mesi dalla sua scomparsa, avvenuta il 3 giugno dello stesso anno. La risonanza dell’enciclica fu immensa, come Giovanni XXIII, in persona, riconosceva con la sua abituale semplicità: «L’enciclica ha riscosso un’eco senza precedenti. […] Ha scosso anche le pietre». Essa apparve da subito strettamente legata alla vita personale di Roncalli, all’insegnamento generato dalla sua personale esperienza. La complessità del mondo, il senso di un’unità profonda tra gli uomini anche i più diversi, la responsabilità dei cristiani nel rendere più evidente, più esplicita questa unità: tutto questo il bergamasco Roncalli lo aveva appreso dalla sua vita. Un appello che nasceva dalla sua fede semplice e profonda, di sacerdote, di vescovo, di diplomatico: Roncalli aveva appreso la “diplomazia della convivenza” ispirandosi al Vangelo e traendo frutto dai rapporti con le persone, cercando di sottolineare ciò che unisce, senza dimenticare ciò che divide, ma mettendo sempre in primo piano ciò che accomuna, aggrega. La Pacem in terris esprime così tutta la vita e l’insegnamento di papa Giovanni, ne è la chiave di lettura: la pace è evangelica e ha come suo fondamento la promozione dell’uomo.

Vorrei fermare l’attenzione sul sottotitolo dato al documento: “Sulla pace fra tutte le genti, nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”; mi sembra estremamente significativo. Soprattutto se facciamo attenzione al testo originario che è in latino: “Sulla pace fra tutte le genti da costruirsi [in latino de constituenda]…”. L’impegno per la pace consiste in ciò: essa è da costruire continuamente. La pace è da costruire, ieri come oggi, da parte di tutti attraverso la costante testimonianza di: giustizia, verità, amore e libertà. L’enciclica delinea così, secondo un quadro di valori/virtù morali, un’etica della pace; un’etica che rende possibile, anzi identifica, la pace come possibilità reale di convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà, per formare quell’ordine morale che ha per fondamento oggettivo il vero Dio. I quattro valori/virtù si esigono e si richiamano reciprocamente, l’uno non può trascurare o prescindere dall’altro.

Alla luce dei fatti e avvenimenti più recenti, compresi quelli del nostro tempo, appare ancora più palese e inconfutabile l’attualità della Pacem in Terris. La festa del Santo Giovanni XXIII, la cui ricorrenza è di questi giorni, e la prossima presenza tra noi dell’urna del santo, proveniente dal Vaticano, ci sprona come Chiesa a lavorare per la pace, sia in quanto dono da accogliere nella vita dei credenti e della comunità, sia perché bene da difendere e pietra miliare della convivenza pacifica tra tutti.

don Francesco Poli

settembre 2017

IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE

Ascoltate! Ecco il seminatore uscì a seminare… (Mc. 4,3)

Chiesa è. Giovane e missionaria. Questo lo slogan che accompagna il cammino del nuovo anno pastorale. È un’improrogabile esigenza vivere una Chiesa che intende l’urgente bisogno di accogliere e custodire il seme della Parola, seme gettato in Lei dallo stesso Signore. Abitare, dunque, una Chiesa che sa essere seminatrice della Parola nell’attualità di oggi, nella consapevolezza che l’urgenza, sia nell’essere seminati sia nel seminare, è di portare il tutto a realizzazione, cioè di vedere il seme maturare e fruttificare. Ma come garantire che questa possibilità si realizzi davvero? Come concorrere a che, con il Signore, si sia, a nostra volta, validi, attendibili e puri seminatori?

Sarà certamente fondamentale che, ancor prima che un buon terreno, sussista la saggezza del seminatore il quale dovrà, nei confronti del seme, essere responsabile, avere propositi, intenti virtuosi, sobri, ed essere, altresì, perseverante e fiducioso, senza impellenze, procedere solo quando e se la stagione è propizia, secondo le tecniche più opportune. Soltanto allora potrà procedere alla seminagione nel terreno adatto.

Fuori metafora, ci appare questo il giusto tempo in cui la Chiesa, ad imitazione del Buon Seminatore, se vorrà intraprendere ancora una stagione di germinazione della Parola, cominciando dalle attuali generazioni di ragazzi e di giovani, dovrà riprendere a parlare direttamente al cuore e alla coscienza di ciascuno di loro, seminando così la testimonianza profetica del Vangelo e rivolgendosi con la Parola, oltre che con l’esempio, alle persone nella loro profonda identità, sempre in trasformazione, fatta di carne e di Spirito.

Dunque una Chiesa che, con attenzione e rigore, parli direttamente alle coscienze, promuovendo con la consapevolezza della fede le parole della Verità, parole valide per sostenere sia il seminato sia il seminatore, parole mai sterili.

Così la Chiesa è: fedele al suo apostolato, quello affidatole da Gesù, Colui che il Padre fa Parola di speranza per l’uomo d’oggi. Così la Chiesa è: continua giovinezza di Carne e di Spirito, rivolta ai giovani, fertile terreno in essere per il buon seme di Dio. Così la Chiesa è: missionaria, seminatrice in ogni tempo e luogo della Buona Parola che è Cristo, ascoltato, accolto e testimoniato.

don Francesco Poli

giugno 2017

DAL SELFIE AL FARE MEMORIA:
EUCARISTIA AL CENTRO DEL VIAGGIO

La stagione che si dischiude porta con sé il desiderio di vacanza: la smania di “fare”, magari insieme ad amici, anche solo un breve viaggio: un’esperienza gradevole, interessante: vivere momenti riposanti come ci è già capitato in altre occasioni. Visitare dei luoghi, regalarsi un pò di quiete ristoratrice, al mare o in montagna, concedersi una rilassante camminata tra ameni paesaggi … Il tutto immortalato dall’immancabile selfie, paradigma per fissare e “fare memoria” di quel vissuto.

Anche l’esperienza della fede, che ha come cuore la gioia, ci regala una ininterrotta, immutabile e duratura “vacanza”. La vita cristiana, se volessimo rappresentarla con un selfie, fotografa, nel suo “fare memoria”, il nostro stare a tavola con Gesù nell’Eucaristia. Testimonianza di Gesù che spezza il pane, un entrare nella Sua Pasqua. Lo stesso popolo d’Israele vedeva nell’evento della Pasqua il passaggio del Signore tra il suo popolo e l’esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa (il viaggio): evento fondativo la cui memoria permane nel tempo. Anche per noi cristiani la Pasqua che celebriamo ogni domenica nell’Eucaristia ha caratteristiche analoghe: ogni volta che ci nutriamo del pane consacrato riproponiamo il fare memoria della Cena di Gesù. Il cuore del nostro viaggio, del viaggio di vita di noi battezzati è dunque l’Eucaristia, evento di Grazia che continuamente si rinnova, esperienza vitale con Gesù e i fratelli, da reiterare con un “selfie”. È dunque l’Eucaristia, il consegnarsi del Signore a noi nel pane e nel calice dell’ultima cena, che ne anticipa la morte e la resurrezione. Nella notte in cui veniva tradito, Gesù compie un’azione di Grazia sul pane e sul vino e ad entrambi da’ la valenza nuova del suo corpo e del suo sangue aggiungendo: “Fate questo in memoria di me”. La “cena del Signore” o la ”frazione del pane”, è dunque un’azione memoriale che propone in maniera incisiva nei segni del pane e del vino il corpo per noi dato e il sangue per noi versato che diventano cibo per la vita spirituale. In questo senso il “fare memoria” o il ricordare ciò che Gesù ha fatto nell’ultima cena con i suoi discepoli è molto di più e di certo diversamente significativo dal fissare con un “clic” dello smartphone o della macchina fotografica un momento della nostra vita.

Infatti il fare memoria dell’evento eucaristico e il rinnovarlo ci rende partecipi dello stesso avvenimento. Il nostro essere dentro il “Fatto dell’Eucaristia” non è consegnato allo sterile esercizio del ricordo, ma al fare dell’amore. Proprio il Vangelo di Giovanni che fissa l’esperienza della Cena di Gesù nel gesto della lavanda dei piedi ci avverte di come il vivere la Memoria dell’Eucaristia sia per noi, discepoli dell’epoca attuale e di ogni tempo, un partecipare con i gesti concreti della carità quotidiana alla carità stessa di Cristo che si consegna a noi nel gesto eucaristico. “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”…. Fate così anche voi!

“Non siate turisti della vita”, così ha detto papa Francesco parlando ai giovani nel suo recente viaggio a Genova. Perciò, anche se quest’estate saremo turisti o vacanzieri, non viviamo mai la fede con la mentalità del gitante.  Non sia il nostro credere come una pratica del selfie che ci porta a immortalarci davanti all’esperienza cristiana, ma sia la nostra fede il continuo far memoria dell’evento pasquale che rimane l’immagine viva che nutre il nostro viaggio.

don Francesco Poli

maggio 2017

La vita cristiana: un’esperienza gioiosa.

Nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium papa Francesco ci ricorda che all’inizio dell’esperienza cristiana non c’è una decisione morale o un’idea bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona: il Crocifisso – Risorto che dà alla vita un nuovo orizzonte e che esige la scelta. L’incontro con il Signore risorto avviene nell’intimo dell’esistenza di ogni persona: la vita cristiana consiste quindi nel cercare un legame con Gesù Cristo e con le persone, animati dal desiderio di vita autentica, permettendo così a Dio di condurci fino al raggiungiamo del nostro essere più vero: vivere come donne e uomini spirituali.

L’unità di misura per scoprire e realizzare autenticamente la nostra esistenza, come pure conoscere da donne e uomini spirituali il Mistero delle cose, non può essere la predefinita volontà egocentrica presente in ciascuno, vivendosi inconsapevolmente, interpretando tutto attraverso la lente di un io autosufficiente, ma piuttosto la piena apertura di ciascuno alla Persona di Gesù Risorto che ci viene incontro con una proposta di vita autentica fondata sull’attenzione, la disciplina, la capacità di tenere davvero agli altri, di sacrificarsi per loro, sull’amore che è libertà e che si manifesta nel dono pasquale della fede. La nostra apertura al dono della fede è innanzitutto la speranza che ci sia una realtà che vada oltre le esperienze quotidiane e oltre l’umana ragione intesa quale unica bussola. È l’esperienza dei due discepoli di Emmaus: persi nelle astrazioni sulla fine tragica del Crocifisso, tristi e sconsolati ragionano sugli avvenimenti, non prestano attenzione a ciò che succede davanti ai loro occhi, ma sono comunque aperti alla speranza. Il loro “speravamo”, testimoniato al Viandante che li accompagnava lungo la strada per Emmaus, è la scintilla che li porterà a riconoscerlo come il Risorto: “Rimani con noi, Signore!”. Appare così palese come l’azione di Dio nella realtà quotidiana si possa cogliere mediante (grazie a) delle tracce: è nostro compito individuarle e cogliere la presenza del mistero di Dio nell’esistenza personale oltre che nella vita del nostro tempo. Credere significa accogliere Gesù che cammina con noi; passare dall’io che si alimenta di sé – prigioniero di una costante ricerca di altro, scontento e senza prospettive – ad affidarsi a Colui che ci conosce veramente e desidera associarci al Suo amore.

In questo incontro con il Risorto noi siamo però come “lo Stupito”: l’incontro della fede ci accade quasi d’improvviso, il Risorto ci trova così come siamo e a mani vuote. Di fronte all’immenso amore di Gesù che ci incanta e ci sconvolge con la sua presenza di vita nuova, non ci rimane che offrire a Lui il dono stesso dello stupore. L’inizio dell’esperienza cristiana è un “di più di vita” che ci raggiunge attraverso l’incontro inatteso con il Risorto; questo “di più di vita” non può essere dato per scontato, ma va sempre custodito e conservato. Per questo è necessario vivere in comune il cammino di vita cristiana: se la Chiesa origina da un avvenimento che rinnova radicalmente la vita, la nostra realizzazione è un cammino da condurre in modo gioioso insieme al Risorto e ai fratelli.

don Francesco Poli

aprile 2017

PASQUA, IL CAMMINO SI FA NUOVO

Per una gran parte del mondo sembra che il carnevale non finisca mai, ma per chi tenta di credere e ha fede anche solo “quanto un granello di senape” (Lc 17,6), si è già in cammino verso la Pasqua, e si è entrati in un atteggiamento di ascolto e conversione. È lo stesso Gesù che ci propone “le linee guida” per vivere totalmente questo cammino cristiano che è permanente: preghiera, sobrietà, carità! È ancora Lui che nel viaggio della vita ci accompagna attraverso i nostri deserti esistenziali. Un percorso, quello che ci porta alla Pasqua, che può permettere alla nostra vita di rifiorire anche quando il deserto ci appare sconfinato. Tra speranze, paure, fallimenti, cadute e risalite, lasciamoci incontrare dal Risorto, Lui, il Dio fatto carne, che, nella sua vita terrena, ha attraversato i deserti della tentazione e ora, definitivamente vincitore del Maligno, con la Sua Pasqua di Resurrezione, con la sua voce parla al cuore della nostra libertà.

L’annuncio della Pasqua ci raggiunge così lì dove si svolge la vita oggi: Buona Pasqua discepoli del Risorto. Buona Pasqua a noi che attraversiamo i deserti esistenziali del nostro quotidiano vivere, seminando speranza e cercando sorgenti d’acqua viva. Buona Pasqua anche a chi è perso in una fede incerta e in un viaggio dubbioso, come Tommaso, come Pietro. È Pasqua! È il tempo per convertirci alla gioia del Risorto, anche se possiamo averlo rinnegato. Ora che Gesù è risorto il nostro cammino si rinnova, ora siamo infatti viaggiatori leggeri con i piedi sì nella polvere del quotidiano, ma con lo sguardo rivolto al cielo, ricercando le verità di lassù.

Se oggi vediamo la pietra del sepolcro rotolata via, se davvero accogliamo l’annuncio pasquale della Resurrezione del Signore, se ascoltiamo la voce del Risorto e apriamo il nostro cuore viandante alla Sua Parola, allora vivremo da credenti la nostra esistenza che non sarà mai più una landa desolata. Mediteremo così che come ogni cosa ha il suo prezzo, la Pasqua di Gesù è il prezzo della nostra libertà. Le fatiche, le incertezze e le fragilità della vita non possono più spaventarci, ora siamo preparati ad affrontarle: camminiamo nella libertà dei Figli di Dio con il Figlio Risorto e vedremo il deserto fiorire.

don Francesco Poli

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.

Gv. 20, 1

Ogni cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà.

Edoardo Bennato

marzo 2017

QUARESIMA DI CARITÀ PER UN RECIPROCO AIUTO

La Quaresima che abbiamo aperto mercoledì 1 marzo con le ceneri, ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Una frase della Lettera agli Ebrei così dice: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (10,24). Alla luce della necessità di vivere la carità di Cristo, fare quaresima significa in primo luogo assumerci la responsabilità verso il fratello. Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere ‘custodi’ dei nostri fratelli, di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro.

L’esigenza di attenzione all’altro comporta il desiderare per lui il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. Oggi è opportuno che poniamo maggiormente attenzione spirituale e morale al “fratello”. In genere, l’attenzione caritatevole verso il prossimo si pone esclusivamente nell’ottica di un impegno materiale nel dare delle cose: dal mangiare, al vestire, ad un luogo di riparo… Appare altresì sempre più urgente porre una maggiore attenzione al fratello bisognoso nella cura degli affetti, spiritualmente e moralmente. C’è necessità di riscoprire un aspetto della vita cristiana che risulta poco frequentato: quello della responsabilità spirituale verso il prossimo.

Un altro elemento con il quale esercitarci nella carità cristiana in questa quaresima è quello della pratica del “dono della reciprocità”. Nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può diventare fattivamente sempre più evangelico. Mentre faccio qualcosa di concreto per il fratello bisognoso, donando qualcosa di mio, anch’io ricevo qualcosa in dono da lui. Questo scambio nella reciprocità è “dono”. L’attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore.  Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così facendo è la Chiesa stessa che cresce e si sviluppa per essere sempre più simile al suo Gesù.

Il cammino quaresimale è tempo di grazia che ci coinvolge tutti nella carità a 360 gradi: aiuto concreto per la fame materiale e spirituale del fratello bisognoso, crescita reciproca nella correzione fraterna, arricchimento continuo nel “dono di reciprocità”. E così la conversione della vita, scopo primario del cammino quaresimale, non sarà solo un bene personale di chi lo vive, ma dono meraviglioso di tutta la Chiesa.

don Francesco Poli

febbraio 2017

SFIDE DA RACCOGLIERE, ORA

Quattro questioni da affrontare Da subito, per una città più che sicura, solidale!

La sfida del LAVORO

L’attuale crisi economica sembra aver messo in discussione i pilastri del sistema economico, già da tempo minati alle loro basi. Uno sviluppo che poggia sullo Stato sociale (Welfare garantito a tutti) ora non sembra più proponibile. Eppure proprio il suo venir meno determina l’abbandono di obiettivi di giustizia sociale prima ancora che economica. Gli attuali processi politico/economici in corso nei Paesi sviluppati così come quelli in via di sviluppo hanno comportato “la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell’uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale. I sistemi di sicurezza sociale possono perdere la capacità di assolvere al loro compito, sia nei Paesi emergenti, sia in quelli di antico sviluppo, oltre che nei Paesi poveri” (Caritas in Veritate, n. 25).

Come è possibile, dunque, operare in un contesto in cui lo Stato sociale, malconcio, è ridotto a brandelli? Qual è la nostra attenzione in una società che pone a fondamento l’interesse personale piuttosto che la giustizia sociale? Come superare l’ideologia di un sistema incentrato sul soggettivismo per giungere a un sistema di solidarietà fra le generazioni, e prima ancora fra persone?

La sfida dell’UGUAGLIANZA

Il concetto di meritocrazia sembra contrapporsi spesso all’idea di uguaglianza e interroga ovviamente il cristiano, specie in contesti locali ove tale problema è particolarmente sentito. Aldo Bonomi nel libro Il Rancore, afferma “Nel Nord abbiamo a che fare con una società dell’individualismo compiuto in cui non ci si sente mai ultimi. Al contrario ci si sente primi nel sistema paese, collocati sul confine della competizione globale. Più che il linguaggio dell’uguaglianza rispetto ai bisogni, si vorrebbero sentire proposte di opportunità rispetto al merito nel fare impresa e professione”. La società evidenzia dunque un’obiettiva difficoltà nell’accettare un messaggio di uguaglianza. Eppure, come affermato nella Caritas in Veritate n. 32,“la dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza (…) L’aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali all’interno di un medesimo paese e tra le popolazioni dei vari paesi, ossia l’aumento massiccio della povertà in senso relativo, non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del capitale sociale”.  Ci troviamo dunque di fronte da un lato ad una società che ritiene l’uguaglianza un limite e dall’altro ad una serie di ricadute pericolose che la diseguaglianza genera. Com’è, dunque, possibile portare il messaggio dell’uguaglianza nella società?

È accettabile la sola logica della meritocrazia o il merito va connotato in maniera diversa? In che modo intervenire affinché l’uguaglianza e solidarietà tornino ad essere obiettivi cruciali delle nostre comunità?

La sfida tra GLOBALIZZAZIONE e COMUNITÀ LOCALI

Accanto ad una società che tende a intessere rapporti sempre più incalzanti ed intensi con il mondo esterno, le comunità locali spesso percorrono la strada opposta, quella della chiusura. Ai timori e dubbi  talora ingenerati dalla globalizzazione, non di rado si risponde con una esacerbata affermazione dell’identità locale, individuando elementi storici, geografici o perfino etnici che l’avvalorino. Il continuo riferimento al territorio evidenzia tuttavia delle mancanze. Da un lato stiamo assistendo al logoramento del capitale sociale, quel patrimonio di relazioni capacità che lo stare insieme genera; dall’altro aumentano le sfide che richiedono un capitale sociale forte. Inderogabili sorgono diversi interrogativi: qual è il ruolo dei cristiani in una società in cui ciò che è locale appare ormai inserito in una logica globale? Come incidere sulla formazione del capitale sociale delle nostre comunità e come favorire risorse suppletive? In che modo rendere riconoscibile la fraternità quale elemento inclusivo delle nostre comunità? Infine, ipotizzando che le comunità possano essere una risposta alla sfida della globalizzazione, come incidere perché le stesse si possano definire tali (considerato che, ormai, le comunità stesse sono pervase dall’individualismo)?

La sfida dei DIRITTI UMANI

Si sta vivendo un paradosso: si affianca all’affermazione dei diritti, la loro negazione. Siamo, infatti, parte di organismi a livello internazionale, utilizziamo l’immagine per apparire difensori dei diritti universali dell’uomo, eppure non ci adoperiamo per l’effettiva affermazione degli stessi. È l’universalità della persona il criterio che fornisce ai diritti umani la caratteristica di essere universali, così da evitare applicazioni parziali o visioni relative. La loro mancata tutela, che spesso si evidenzia nell’atteggiamento di tante istituzioni e funzioni dell’autorità, è il frutto della disgregazione dell’unità della persona intorno alla quale si pensa di proclamare diritti diversi, di costruire ampi spazi di libertà che però rimangono privi di ogni fondamento antropologico . Come affermato nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa al n. 153 “La radice dei diritti dell’uomo, infatti, è da ricercare nella dignità che appartiene ad ogni essere umano”. Il tema dei diritti ci richiama dunque alla persona, al “considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro se stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente” (Gaudium et Spes, n. 27). La tendenza è però quella di considerare l’altro come se stessi, fin tanto che non dà fastidio, fin tanto che non invade il proprio campo di azione, fin tanto che non incide a livello di consenso. Nasce allora spontaneo chiedersi: i diritti umani sono una via ancora percorribile? Qual è il limite fra affermazione e rinnegamento degli stessi? È tollerabile la negazione della dignità della persona per rispondere al malessere della società?

don Francesco Poli

gennaio 2017

Quattro domande sulla Chiesa

Vivere da cristiani, oggi, esige da parte di ciascuno di noi la capacità di prendere in mano la propria vita per farne una storia d’amore. La vita cristiana, infatti, richiede un permanente rinnovamento del modo di vivere e di pensare per essere aperti ad incontrare il Signore.
Questo incontro non è mai un episodio esclusivo dell’individuo, ma un evento di Chiesa.
L’appartenenza alla Chiesa, poi, si esprime in modi diversi e, in relazione all’essere di ciascuno, sarà più o meno visibile, più o meno convinta, più o meno spontanea….Ma questo legame con la Chiesa è essenziale per la vita cristiana. Per alcuni, a cui la Chiesa sembra vecchia e lontana, “essere persone di Chiesa” non appare attrattivo. Per altri poi, secondo i quali la Chiesa sarebbe oggi marginale, perché non svolge più il ruolo sociale che da sempre la caratterizza, “essere persone di Chiesa” non è in alcun modo utile. Per altri ancora “essere persone di Chiesa” significa essere dalla parte dei preti. C’è pure chi pensa che “essere persone di Chiesa” significhi semplicemente “andare a messa”. Il fatto di appartenere alla Chiesa è sentito, dunque in modi diversi.

Dov’è la Chiesa? La Chiesa ignorata.

Oggi la Chiesa è sempre più concretamente ignorata dagli stessi battezzati, che utilizzano soltanto le strutture (edifici di culto, oratori, ambiti ricreativi e sportivi…), ma non avvertono la presenza dei credenti attorno a loro. La Chiesa sta allora perdendo la sua vitalità? Non direi, ma è meno immediatamente presente nella vita delle gente. Appare ancora “utile” al momento della nascita e della morte, in occasione di prime comunioni, qualche raro matrimonio, ma le sue esigenze evangeliche e morali sono sempre più ignorate. Anche le sue feste, ormai, sono parte integrante del calendario della società dei consumi.

Perché la Chiesa? L’individualismo religioso anche a Colognola.

L’individualismo religioso è un modo per ridurre l’esperienza della fede a un fatto personale, privato. L’appartenenza alla Chiesa viene sentito come un ingombro. Tre espressioni definiscono abbastanza bene questo tipo di comportamento: “Gesù Cristo sì, la Chiesa, no!”; “La fede sì, la pratica religiosa, no!”; “La coscienza sì, i comandamenti no!” Dunque: Gesù senza la Chiesa, la fede senza la pratica, la coscienza senza la legge. Chi non si riconosce, almeno qualche volta, in questo ragionamento? L’individualismo religioso, che serpeggia anche nella nostra comunità, dà credito all’idea che la vita cristiana possa fare a meno della Chiesa: un tradimento.

Quale Chiesa? Il dubbio sulla vera religione.

“Chi dice che la nostra è la vera religione?” È questa una domanda che di frequente sentiamo ripetere, una domanda pericolosa sia perché una risposta facile non sarebbe onesta, sia perché la logica stessa della domanda tende a rifiutare una risposta. Chi di noi può essere capace di pronunciarsi sulla questione, se non dopo uno studio personale, completo e dettagliato di tutte le religioni? L’impossibilità di avere una certezza, immediata e definitiva, porta molti a non decidersi fino in fondo nella via della fede, mantenendo forte il rischio di “smobilitazione”.

La comunità cristiana cosa fa per essere Chiesa? Si rinnova evangelicamente.

La comunità cristiana, con la collaborazione di tutti, cerca di inserire tracce di Vangelo nella vita degli uomini. Più la Chiesa abbraccia il suo tempo, più deve far emergere la sua originalità. Essa non agogna ad una clientela in quanto è uno spazio di libertà spirituale in cui ogni uomo può identificare gli idoli e affermare l’assoluto Dio. Mi pare che tutte queste domande possano essere ricondotte ad una: “Ma noi, siamo Chiesa viva?”  La “gioiosa fatica” di vivere da credenti nella società d’oggi, non ci permette di trovare una risposta scontata. L’urgenza di riscoprici membra vive di Cristo, sua Chiesa, esige di cercare le ragioni di una appartenenza spesso “dimenticata”.

don Francesco Poli

dicembre 2016

Sarà Natale se…

La gioia del Natale viene annunciata dagli Angeli: non è solo realtà del passato ma è realtà dell’oggi, memoria di un evento verificatosi duemila anni fa. È gioia del nostro tempo nel quale si perpetua la presenza di Gesù Salvatore negli accadimenti quotidiani.  Siamo agli albori di un nuovo millennio che ci appare carico di novità e cambiamenti e ancora, senza interruzione di continuità, siamo chiamati a meditare su come il tempo e la vita abbiano un senso proprio perché Gesù, con la sua venuta, è entrato nell’oggi della storia.

E così ogni giorno è Natale nel cuore di noi cristiani: ogni giorno siamo chiamati a testimoniare al mondo, la Natività che ci dà gioia immensa: il Verbo eterno si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Straordinaria ricchezza per il mondo: il Bambino, indifeso, totalmente dipendente dalle cure di Maria e di Giuseppe, affidato al loro amore, è il nostro Tutto! È il nutrimento per la nostra vita spirituale: è il pane vivo che non viene mai meno. E Dio stesso è intrinseco nel Bambino, nel pane della vita: l’Eucaristia. È l’Eucaristia che consente a noi di contemplare il Mistero della Incarnazione di Dio in Gesù. Lo contempliamo e lo viviamo nella nostra vita quotidiana. E il cammino che, come Chiesa, stiamo vivendo insieme ci conduce a sentirci profondamente in comunione con Gesù e ci impegna a testimoniarlo.

Dentro questa esperienza di grazia, chiediamo a Gesù Bambino alcuni doni. Sarà Natale se Gesù troverà accoglienza nella nostra vita. Sarà Natale se faremo gesti di riconciliazione e di pace in famiglia, nel contesto del lavoro, nella scuola: con “quel” vicino di casa… con tutti quelli con i quali abbiamo avuto qualche contrasto. Sarà Natale se la nostra casa non sarà sprangata come le porte degli alberghi di Betlemme, ma sarà luogo di accoglienza. Sarà Natale se, invece di preoccuparci dell’avere e dell’apparire, contemplando quel Bambino nato povero per arricchirci della sua povertà, sapremo aprire il cuore alla condivisione con chi ha meno di noi, non per un giorno, ma facendone uno stile di vita. Sarà Natale se non esiteremo a riesaminare profondamente la nostra vita. Sarà Natale se l’Eucaristia domenicale sarà sempre un vero incontro con Gesù.

Sarà Natale se… Gesù troverà “casa” in ognuno di noi.

L’augurio è che ciò davvero accada.

don Francesco Poli