novembre 2018

SANTO CHI?

Oggi non è sufficiente essere santi: è necessaria la santità che il momento presente esige, una santità nuova, anche senza precedenti. Simone Weil

Un papa, due preti, quattro laici: sono sette le persone canonizzate da papa Francesco lo scorso 14 ottobre. In piazza S. Pietro erano in tantissimi: la metà dei cardinali, duecento vescovi e una folla immensa di popolo proveniente da tutto il mondo, anche dal Salvador e dalla Bolivia. Sotto il cielo di Roma, un popolo santo in preghiera. Un’esperienza di fede che ci induce ad intendere come la santità sia una prerogativa cristiana acquisibile in questa vita. Infatti lo affermava con convinzione Giovanni Paolo II: Siamo tutti chiamati ad essere santi già in questa vita. Una necessità, quella della chiamata alla santità, che per noi cristiani inizia oggi, qui sulla terra, per concretarsi poi nella sua risoluzione totale in unità con Dio.

La santità è la condizione in cui il Signore ci vuole al suo cospetto, l’attributo in cui Dio si manifesta attraverso di noi, la straordinaria azione dello Spirito in noi che ci plasma a somiglianza di Gesù. Essa inizia su questa terra con il battesimo ed è destinata a essere vissuta in pienezza nella vita eterna. A questo ci abilita: a vivere la nostra comunione con Dio. L’apostolo Paolo, nelle sue lettere, ci svela il grande disegno di Dio: «In Lui – Cristo – ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1, 4); «Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8, 29).

Una storia, la nostra, segnata dal male che ci rende peccatori dall’origine. Una condizione quella umana e del creato che, certamente, mostra tutta la fragilità, la limitatezza e l’inconsistenza della condizione creaturale: esperienza di finitudine perché mortali, mortali perché peccatori. Tuttavia anche oggi chiamati da Dio a quella vocazione che qualifica come santi: santi per Grazia, non per merito. Papa Francesco nell’omelia della Messa di canonizzazione di questi sette testimoni ci ricordava: Gesù cambia prospettiva: dai precetti osservati per ottenere ricompense all’amore gratuito e totale. Ci si fa santi se ci apriamo all’Amore. Continua papa Francesco: Il problema è dalla nostra parte: il nostro troppo avere, il nostro troppo volere ci soffocano, ci soffocano il cuore e ci rendono incapaci di amare.

Riscopriamo il dono della nostra santità radicata nella grazia del battesimo; è essa che ci innesta nel Mistero pasquale di Cristo, ci dona il suo Spirito e la sua vita di Risorto. Una santità immeritata, ma offertaci dal Signore che rende cristiani, ci lega indissolubilmente al destino di Cristo e ci introduce in un percorso di vita che si perfeziona quanto più il nostro modo di pensare e di agire si avvicina al Suo. Così come ci ricorda il Vaticano II: I seguaci di Cristo, chiamati da Dio e giustificati in Cristo Gesù non secondo le loro opere, ma secondo il disegno e la grazia di Lui, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina e, perciò, realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere e perfezionare, vivendola, la santità che hanno ricevuto. (LG 40). Santi chi? Noi!

don Francesco Poli

ottobre 2018

Cinquant’anni di Humanae Vitae

Humanae Vitae: enciclica controcorrente la cui ricorrenza, a cinquant’anni dalla promulgazione, ci imbarazza ancora, per il suo essere “contro” una logica profana, futile, effimera. Un insegnamento innegabilmente intenso, quello contenuto nel testo che Paolo VI, papa umile e santo, oggi, come allora, ci propone nel perdurare della crisi della Chiesa e della società. L’Enciclica porta con sé, sicuramente, il bilancio fallimentare della sua recezione, proprio all’interno della Chiesa stessa, bilancio che nessuno ha voluto finora fare pubblicamente per cui l’ha condannata, nel tempo, alla irrilevanza nel mondo cattolico.

Eppure essa contiene un aspetto di estrema attualità per i risvolti personali, sociali ed ecclesiali del tempo presente e, soprattutto, di quello futuro: l’urgente necessità di imparare ad ascoltare il proprio corpo e soprattutto, imparare ad ascoltare il corpo femminile. È questo che si denota come tratto profondamente umano e spirituale dell’enciclica in riferimento alla questione della condanna da parte della Chiesa della contraccezione e della liceità dell’uso di “Metodi naturali” nella sfera della sessualità. Questione questa che sollevò svariate critiche e portò alla diffusione di vignette umoristiche sul papa, ad opera soprattutto dei cattolici.

Un approccio scientifico alla questione dei metodi naturali moderni, Billings e sintotermici (Retzer e Camen per esempio), permette di valutare i ritmi della fertilità basandosi sull’osservazione di specifici segnali presenti nel corpo femminile in alcuni periodi.  Questi metodi non possono essere liquidati come contraccezione sulla base di elementi naturali: rimandano ad un significato ulteriore.

L’utilizzo di metodi naturali, nella relazione di coppia, si potrebbe affermare, testimonia la complessità  e contestualmente la necessità di ricercare relazioni autentiche, nella modalità della conoscenza di sé e della propria corporeità come circostanza, momento del cammino di crescita reciproco della coppia. Il rimando ai metodi naturali richiama la donna alla necessità di ascoltare consapevolmente i segnali di fertilità nella propria carne e decifrarne il senso; e richiama l’uomo a ricordare la necessità di tenere conto di questi segnali che rimandano sì al corpo femminile, ma anche alla sua stessa dignità. E’ da questo dialogo che può e deve scaturire un’autentica relazione d’amore basata sull’ascolto reciproco e responsabile, a partire dal dato corporeo.

Questo aspetto sempre attuale dell’Humanae Vitae ci ricorda quanto pronunciato cinquant’anni or sono da Paolo VI, appello, ora ineludibile, alla libertà di ciascuno: è urgente il riconciliarsi con il proprio corpo, dato imprescindibile dell’umano, per poterlo ascoltare e conoscere nella sue dimensioni vitali e spirituali. Una prospettiva questa che esprime tutto l’Evangelo come profezia: recuperare l’umano nel darsi del genere maschile e femminile per aprire così una nuova stagione di fecondità e generatività. Negli adulti considerando il compito educativo in quanto genitori aperti alla vita e alla fede; nei giovani per generare scelte vocazionali di dedizione a Dio e ai fratelli.

Partiamo allora dalla nostra corporeità e soprattutto dal corpo delle donne che va prima di tutto ascoltato.

don Francesco Poli

settembre 2018

I GIOVANI, LA FEDE E IL FUTURO DELLA CHIESA

È ormai tutto pronto: dal 3 al 28 ottobre prossimi, XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, definito il “Sinodo dei Giovani” si terrà in Vaticano, ed ha come finalità quella di ribadire la consapevolezza del fondamentale, prescrittivo e per nulla opzionale compito proprio della Chiesa di accompagnare i giovani verso la gioia dell’amore. La pastorale giovanile non è una scelta alternativa fra tante, soprattutto nel nostro tempo a fronte del passaggio epocale che si sta vivendo e che interessa primariamente proprio le nuove generazioni… e il legame tra le generazioni.
Ne parliamo con don Francesco Poli, impegnato nella pastorale quotidiana, che vede in questo evento Sinodale l’incontro fecondo dello Spirito con la Chiesa per ritessere il legame della vita e della fede tra i giovani e dei giovani con la comunità degli adulti.

Don Francesco, lei ritiene che l’azione pedagogica e pastorale possa rivalorizzare oggi il legame tra le generazioni e ristabilire quel collante che tiene insieme giovani e adulti in una dimensione comunitaria. Lei recupera da subito l’espressione biblica “Di generazione in generazione”.
Certamente: «Di generazione in generazione» dice, sinteticamente, la condizione del popolo d’Israele. Un popolo che, nella Bibbia, è il paradigma di ogni tipo di popolazione che abita la Terra: una comunità migrante che trova nel simbolismo del deserto il luogo del suo peregrinare e, con la consapevolezza di tutto ciò, ogni anno nella festa del Ringraziamento riconosce: «Mio padre era un Arameo errante» (Dt 26,5). Siamo già nel cuore della questione «Di generazione in generazione»: riconoscere la condizione esistenziale che ribadisce, affermandola, la memoria collettiva e culturale dell’umanità. Peculiare di tale memoria è il non essere generica, ma specifica di ciascun gruppo umano. Tale condizione, che genera la memoria culturale, nella Bibbia si definisce con la cacciata dal Paradiso Terrestre; inizia così il libro delle generazioni, cominciando da Adamo» (Gn 5,1). La memoria diventa memoria culturale, inculturazione cioè attribuzione di identità e durata ai gruppi umani, costituendo quello che si può definire lo «spirito di un popolo».
In ogni caso la memoria culturale procede sempre dalla memoria personale. Infatti è sufficiente riferirsi alla personale esperienza, per essere consapevoli di come una stessa vicenda possa essere raccontata in modo diverso e assumere un diverso significato se raccontata a un amico, a un figlio o se la si scrive per il gusto di raccontarla. La storia muta non solo in ragione del destinatario, ma anche nel tempo, perché muta anche chi narra: il passato, infatti, lo ricordiamo alla luce delle esperienze che si vivono e così lo si ridefinisce. Ecco perché le origini, le vere origini identitarie, non sono storiche, ma mitiche. All’origine non sta “il che”, ma il racconto.

Cosa esprime allora il messaggio “Di generazione in generazione”? Cos’è la “memoria culturale”?
Essa si origina nel passaggio dalla semplice narrazione fatta da un testimone oculare, narrazione che si esaurisce nell’arco di una generazione, alla narrazione che permane nel tempo. La memoria culturale si origina dal permette il “perdurare simbolico” di quella narrazione oltre la continuità della trasmissione diretta. Venuta meno col passare del tempo la voce narrante dei protagonisti, la memoria si conserva attraverso istituzioni e si ritualizza. Diventa scrittura e simbolo. Noi così conserviamo la nostra identità “di generazione in generazione” attraverso il Rito che riaccende il racconto dell’esperienza vissuta.
A tale proposito è interessante ricordare come, nella prospettiva Biblica, il termine “generazione” vada colto non in una condizione statica che la identifichi storicamente, data come “quella generazione lì”, piuttosto in una dimensione dinamica: nella dimensione di passaggio, cioè come da una generazione presente proceda una generazione futura che riprende le memorie della precedente, in continuità temporale. Nell’espressione «di generazione in generazione» più importanti della locuzione “generazione” sono le preposizioni «di» e «in», che indicano lo stabilizzarsi della durata. Così nella Bibbia «di generazione in generazione» finisce per diventare un sinonimo del termine “olam”, nel suo significato di «sempre», «eternità». È l’infinità del tempo di cui non si vede l’origine e non si vede la fine, ma si percepisce soltanto lo scopo in Dio che li tiene uniti. Nel tempo dura la fedeltà di Dio alla sua promessa. Dio, “L’Io Sono”, rimane fedele alla Sua promessa, ma questa sarà continuamente riconfermata a partire dalla prima promessa, allorché Dio dice ad Abramo: «Padre di una moltitudine di popoli ti renderò. […] Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione» (Gn 17,5-7).

Come è nata l’idea di proporre lo slogan: “Il Vangelo. Di generazione in generazione”, per il cammino del nuovo anno pastorale?
Principalmente per richiamarci l’attualità di due sfide. La prima è determinata dall’ allargarsi della frattura tra le generazioni, nonché dalla sempre più diffusa incapacità di attivare “passaggi generazionali”. Ciò è realtà in tutti i campi del vivere, ma soprattutto in quello educativo e della fede cristiana. L’altra sfida vede lo slogan «Di generazione in generazione» significante della responsabilità verso le nuove generazioni e il futuro della Terra. Una dimensione questa che negli ultimi anni è assurta a paradigma di un nuovo modo di costruire le relazioni tra gli umani, con gli animali e la Terra, indirizzati, tesi verso un nuovo modello di sviluppo e quindi di vivere la nostra condizione umana nel Vangelo.

Questo Sinodo in che modo sarà fecondo per i giovani?
Papa Francesco incontrando un gruppo di giovani in preparazione al prossimo Sinodo ha detto: … provate a uscire dalla logica del “si è sempre fatto così”. Penso che questo evento di Chiesa farà bene a noi adulti, prima ancora che ai giovani. Infatti solo se sapremo trovare vie nuove per testimoniare il Vangelo nelle nostre comunità, vie nuove che non sono necessariamente contrapposte ai sentieri percorsi dalle comunità nel passato, sapremo rimanere insieme in modo creativo nel solco dell’autentica tradizione cristiana. Il Vangelo fa bene ai giovani e, se fa bene a loro, fa bene alla fede di tutti.

giugno 2018

COME IL BUON PASTORE

Trent’anni da prete.

Emozionante e coinvolgente è stato, nel tempo, oggi come ieri, il permanente e misterioso cammino con il Risorto, il nostro essere figli della Resurrezione: testimonianza di un nuovo modo di esistere nel quale “l’amore è più forte della morte”. Noi siamo uniti a Cristo e perciò interamente partecipi della Sua stessa Vita secondo l’invito della narrazione evangelica: Gesù, che più non muore, risorge in noi: Lo incontriamo vivo nell’Eucaristia e nell’intensità di tutti i sentimenti dell’uomo. È meraviglioso, strabiliante e la nostra fede ne è rapita: Gesù, con la Sua Resurrezione, si mostra a ciascuno di noi per quello che è: la pietra angolare che serve per il nuovo popolo, noi. Egli si palesa nella Sua identità profonda quando rivela ai “suoi”: “Io e il Padre, siamo una cosa sola”. È così che ci comunica di essere, “come il Padre”, Dio. Nella fede, al pari dei discepoli e degli apostoli, ci siamo relazionati con Lui e Lo abbiamo conosciuto nei modi più diversi: la Sua vita e la Sua missione ci sono state manifestate da Gesù stesso. Ora, con la resurrezione, Egli annuncia: “Io Sono”; così come Yahweh, dal roveto ardente, manifestava a Mosè il proprio nome: “Io Sono”.
Il Risorto si svela a noi: “Io Sono…”. E così, di volta in volta, rivela la sua identità: “Io Sono… il Pane della vita”, “Io Sono… la Luce del Mondo”, “Io Sono… la vite, voi i tralci”… . Egli è Dio, come il Padre appunto, “Io Sono”. È Dio! Non in quanto identità predefinita, statica, assoluta e separata, ma perché Essere vitale, dinamico: Dio che si mostra e si fa riconoscere da noi, giorno per giorno, sempre nuovo, inaspettato, in assoluto e universalmente partecipe della nostra storia, sempre al nostro fianco. Tale l’identità profonda di Gesù, “L’Io Sono”, che in questo “oggi” della storia umana, ci si rivela.
“Chi sei Gesù, per me?” È una domanda ricorrente in questi giorni, nel trentennale dall’ordinazione sacerdotale: tempo di analisi, riflessione sulla mia responsabile promessa sacerdotale: chiamato a seguire, nella mia inadeguatezza e indegnità, il Buon Pastore. Tu, Signore, mi rispondi: “Io Sono Buon pastore”. Ti riveli a me che così Ti identifico e riconosco, sei il Pastore che porta sul volto l’identità di tutti i pastori – sacerdoti/vescovi, riflesso dell’amore di Dio, da Lui donati al suo popolo. Tu il desiderio, l’avventura stupenda che dura una vita, un amore “con cuore indiviso” risposta a quella domanda che Gesù fa a noi come a Pietro:” Mi ami più di costoro?”
Riconosco la Tua voce, continua ad indicarmi il cammino. Ti riscopro ancora oggi, come allora, seppure in modo nuovo e inedito: mi chiami per essere ancora un pastore, un buon pastore. Come all’inizio della mia esperienza sacerdotale, cercherò la Tua Grazia, per essere testimonianza di ciò che Cristo è stato, con la sua vita, il suo esempio, le sue virtù e la sua preghiera. Attento a non cedere alla tentazione, resa oggi ancor più insidiosa dai profondi cambiamenti sociali nel cui ambito si esplica l’azione pastorale del prete. Vigile nel non “farmi mercenario”, nel non diventare un “salariato”, uno impegnato in questo “mestiere” particolarissimo soltanto perché pagato, solo attento alla ricompensa per il suo lavoro, ma che in verità non ama il suo gregge; quelle che dovrebbero essere le sue pecore non gli appartengono, non sono destinatarie del suo amore e contano ben poco nell’economia del suo tempo. Attento a salvaguardare, in questa stagione tumultuosa della vita della Chiesa, in primo luogo la propria “tranquillità” di pastore. Nella vita di ogni giorno, occupato dalle incombenze del suo ministero, “viaggia” spesso correndo tra le pecore, ma sempre, inevitabilmente, lontano da loro. Con lui il compito di badare al gregge favorisce l’idea del “Prete badante”.
Viceversa, l’identità del Buon Pastore che Gesù mi mostra con la sua presenza oggi, mi incoraggia ad essere una guida che sa stare nel “gregge”, in quello che è il “Popolo di Dio”, donandomi, condividendone la vita, facendomi partecipe della stessa quotidianità. Stare con loro e per loro. Vivere l’essere prete come se si fosse un fratello: educando e lasciandosi educare. Proprio come ci insegna e vuole Gesù.

don Francesco Poli

maggio 2018

È UN SESSANTOTTO?

Problemi, speranze e sogni di ieri e di oggi.

La scuola è l’unica differenza che c’è tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti”.

don Lorenzo Milani

Passano, gli anni passano…tanti dagli eventi del 1968. Cinquant’anni e, nonostante lo stacco temporale, avvenimenti che permangono nell’attualità del mondo contemporaneo: rivolte, scioperi, occupazioni, manifestazioni, sit-in, disoccupazione, malessere, segni evidenti di una società in difficoltà, inquieta, prostrata, ma non vinta.  Il mondo in fermento… oggi come allora.
Le analogie con l’attualità emergono più palesi anche dalla rilettura di molti scritti dell’epoca. Anche allora ci si interrogava sulle aspirazioni degli studenti, sul mondo della scuola. Il filosofo Jean-Paul Sartre, intervistando uno dei protagonisti di quel maggio francese, cercava di comprendere perché il disagio sociale e culturale si esprimesse attraverso il movimentismo, l’iniziativa spontanea della base, e non, per esempio, organizzandosi in qualcosa di più strutturato come un Partito o un “Sistema”. La Russia, da parte sua, attaccava gli intellettuali del movimento studentesco: i giovani occidentali, secondo la stampa di regime, erano innegabilmente dei “servi del capitalismo”. La lunga notte della rivolta di Stonewall segna, simbolicamente, la nascita del movimento per la visibilità e la liberazione delle persone LGBT. La stampa internazionale raccontava un’inquietudine e un fervore del tutto nuovi e imprevedibili, qualificantesi per il puro spontaneismo. È la stagione di John Lennon che canta “Imagine”. Così allora, come oggi, il mondo sogna di avere il coraggio di cambiare le cose.

In questi contesti che è allocato don Lorenzo Milani, recentemente “reintegrato” anche nel mondo cattolico grazie ad un inaspettato giudizio di papa Francesco. Moriva all’albeggiare di quel ’68 lasciandoci come testamento Lettera a una professoressa, testo attualissimo, bussola nel tempo dello smarrimento educativo. Figura, questa del Priore di Barbiana, che ancora strugge, nonostante i tentativi di neutralizzare gli aspetti più pungenti della sua testimonianza. Ed è proprio oggi che il suo pensiero e percorso non per tutti “politicamente corretti”, evidenziano questioni da affrontare se vogliamo ricomprendere e risignificare il compito educativo nel nostro tempo che sempre più lascia intendere un profondo smarrimento sociale… quindi non solo all’interno della scuola.

Partiamo, a titolo esemplificativo, dalla questione, per don Milani vitale, della feroce selezione classista a danno dei figli degli operai e dei contadini. Fu solo grazie alla sensibilità e determinazione di questo prete che apparve palese l’ingiustizia di chi può permettersi di studiare e chi, invece, per le proprie condizioni di povertà economica, culturale e sociale, no. In ogni caso, quella denuncia non fu tanto la presa di posizione di un singolo, quanto, come ci mostra l’esperienza della Scuola di Barbiana, l’azione partecipata di una comunità.

È senz’altro questo l’aspetto prodigiosamente attuale dell’esperienza educativa promossa da don Milani. Lettera a una professoressa fu il frutto di una scrittura collettiva, di una critica corale al modello educativo e al “sistema” allora attuali. Un approccio intergenerazionale finalizzato ad analizzare le cause della crisi per cercare poi di condividere un ideale prima ancora che un metodo educativo per i ragazzi. Un modello dunque che ben rappresenta ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, una delle espressioni più alte di una pratica sempre meno seguita dalla scuola, che rimane un luogo privilegiato di incontro, in cui insegnanti, allievi, genitori e reti del territorio, si mettono in gioco insieme creando valore, cultura, società e saperi. Dall’esperienza di Barbiana fu chiaro a tutti come l’azione educativa può nascere solo e sempre da un valore, mai da un sapere trasmesso: “I CARE”, “Mi sta a cuore”, scriveva don Milani sulla porta della “Sua” scuola.

Da questa convinzione muove la, sempre attuale, pedagogia della Scuola di Barbiana: insegnamento della lingua: principale e costante preoccupazione manifestantesi nello sforzo di ridare la parola ai nuovi poveri del web. Aderenza alla realtà per combattere l’illusione del virtuale: partire dalla realtà quotidiana al fine di acquisire un bagaglio di esperienze – conoscenze, che aderiscano ai bisogni e alle risorse umane già presenti sul territorio. Laicità generata dall’identità delle proprie convinzioni nel rispetto di quelle altrui. Don Milani tolse il crocefisso dall’aula di una delle scuole, come provocazione per condurre alla riflessione sui temi religiosi. Austerità come testimonianza di autorevolezza: l’educatore, se vuole formare persone adulte, deve essere autorevole attraverso la testimonianza e l’austerità della vita. Da qui anche l’idea del tempo pieno, per consentire una maggiore condivisione di spazi, luoghi ed esperienze. Un metodo cooperativo fatto di azioni poste orizzontalmente, in uno stile qualificantesi per ascolto, collaborazione, cooperazione e condivisione di esperienze e competenze. Rifiuto della selezione – esclusione che oggi, nel contesto globalizzato, non immaginiamo rivolta esclusivamente all’ immigrato, ma a quanti vivono la realtà di “estranei” oltre che per la nazionalità di origine, anche per la povertà sociale, culturale, materiale.
Grazie a tutto ciò, la metamorfosi della società determinatasi a seguito degli eventi del ’68 appare ancora attuale e ricca di promesse per il futuro. Compito della scuola non doveva essere quello di sfornare laureati né con “voto politico”, né con “voto da secchione”, quanto il far diventare i giovani dei cittadini sovrani. In questa prospettiva, la scuola, come l’intera comunità nelle sue diverse componenti, dovrà recuperare la consapevolezza di essere strumento di elaborazione della coscienza personale e sociale per: andare al cuore alle cose, ragionare con la propria testa, porre domande ed essere solidali e partecipativi. L’I care appeso al muro di ogni luogo vitale, sarà il segnale promettente di un atteso risveglio da quel torpore educativo che in tempi recenti sembra assopirci.

don Francesco Poli

aprile 2018

Dalla Pasqua: la speranza

Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il Crocifisso. È risorto, non è qui”.

Già dal giorno della vigilia si preannuncia la festa della Pasqua: la Speranza irromperà, pervadendo le tenebre, e sarà di nuovo Luce. Il mondo, sconvolto e ammantato di cupo dolore per la morte del Maestro, scoprirà, ancora e per sempre, la maestosità del Fulgore che illumina il creato. Il Venerdì Santo è ormai trascorso; le prime ovattate ore del mattino del Sabato Santo sono annunciatrici di  straordinari eventi di grazia. Fin da quando ero bambino mi ha sempre turbato ed emozionato, il prostrarsi a terra dei sacerdoti il Venerdì Santo all’inizio dell’Azione liturgica. Quest’anno, il giorno della Passione, nei pochi istanti di contatto con la “terra”, ho percepito ancora una volta tutta la forza della Croce che, nel Mistero del suo attuarsi, rende nuovamente la vita. Mentre si è “a terra”, si è accompagnati dal silenzio, circondati da pace e tranquillità, si sente la Vita della Croce che fa battere il cuore della terra: il mio, il tuo, il nostro. Insieme.

La Quaresima era iniziata posando “cenere” sulla nostra testa, nella ricerca della conversione; siamo poi entrati nella Città Santa, Gerusalemme, seguendo Gesù tra gli “Osanna!”. Abbiamo infine cenato con Lui salutandoLo per “l’ultima volta”… e tutto sembrava essersi concluso, risoluto per sempre.

Poi, emozionante, prodigioso, imprevedibile evento: la Resurrezione del Signore Gesù! La Pasqua del ritorno all’esistenza. Nuova sostanziale linfa è donata dalla terra a tutti gli organismi viventi, ai beneamati animali e a noi, gli umani: è l’imprescindibile energia del Crocifisso – Risorto, Spirito che dà inizio alla nuova creazione, è la Vita. Non si è più chiusi nell’inverno delle nostre tristezze, ma raggiunti dall’unica Energia che può spalancarci al tepore della primavera. La terra che ha tremato sotto i nostri piedi nell’ora più triste della storia della salvezza, ora, rigenerata dalla Resurrezione di Cristo, si dischiude alla speranza, al Futuro.

Abbiamo meditato sul nostro essere un amalgama, un’unione di polvere e di Spirito, di terra e di cielo. È da questa Pasqua che possiamo nuovamente intraprendere quel cammino di Speranza che nasce, cresce e vive di ascolto.

don Francesco Poli

Non facciamoci rubare la speranza,
non permettiamo che sia vanificata
con soluzioni e proposte immediate
che ci bloccano nel cammino,
che “frammentano” il tempo,
trasformandolo in spazio.
Il tempo è sempre superiore allo spazio.
Lo spazio cristallizza i processi,
il tempo proietta invece verso
il futuro e spinge a camminare
con speranza.

Papa Francesco

marzo 2018

Ti vedo, sei qui!

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. 1 Pt 1, 3

Cristo è risorto! Abbiamo atteso l’annuncio preparandoci, in questa trascorsa quaresima, ad accoglierlo. Questa oggi è una realtà per tutti noi credenti: Gesù di Nazareth, il Redentore è Risorto!

Il Suo sacrificio e il Suo trionfo sulla morte sembrano inverosimili… Inverosimili per chi, oltre al riscontro dei fatti, non è illuminato dalla fede. La Risurrezione, verità incontrovertibile per ogni credente, ci pervade: Gesù è vivo, manifesto, raggiungibile: è Amore. Vicino e presente nelle molteplici testimonianze della sua vittoria sulla morte. Egli è tra noi non più nell’aspetto corporeo, come siamo abituati a vederci e riconoscerci tra umani, ma bensì nel segno del Cristo Glorioso, Lui, presenza del Mistero.
È grazie al racconto di Tommaso riportato dall’evangelista Giovanni che viviamo la nostra esperienza della Risurrezione: l’apostolo vorrebbe vedere il Signore risorto, ma il suo desiderio si avvera non nella forma da lui immaginata. Otto giorni dopo la Riapparizione, Tommaso vede il Signore con i segni della passione: lo riconosce suo Signore! Sei “beato” gli dice Gesù; hai creduto, vedendo senza vedere. È proprio lui, Tommaso, a riconoscere Gesù Risorto nella sua realtà autentica, dicendogli: Mio Signore e mio Dio! Un’espressione, questa, che nella Bibbia viene attribuita solo a Dio. Il riconoscimento più vero della realtà di Cristo, riconoscimento che può avvenire grazie alla fede e solo dopo la sua resurrezione.

Il Vangelo di Giovanni nel suo sviluppo ci offre una serie progressiva di titoli rivolti a Gesù, sono delle piccole tracce che, pian piano, ne svelano l’intrinseca identità e ci consentono di conoscere la verità assoluta su di Lui che si compie solo alla Sua resurrezione. All’inizio del Vangelo saranno I primi due discepoli a rivolgersi a Gesù chiamandolo Rabbì – Maestro (Gv 1,38); successivamente sarà Andrea a dire a Simone di avere trovato il Messia (Gv 1,41). Da parte sua Natanaele non esita a chiamarlo: Figlio di Dio (Gv 1,49). Anche i Samaritani lo proclamano: Salvatore del mondo (Gv 4,43); mentre la gente lo acclama come Profeta (Gv 6,14). Per il cieco guarito Egli è il Signore (Gv 9,38), mentre Ponzio Pilato gli attribuisce il titolo di Re dei Giudei (Gv 19,19) con un’iscrizione sulla Croce. Fino ad arrivare appunto all’incredulo Tommaso il quale si dimostra essere il più credente fra tutti: crede anche senza avere visto.
La loro esperienza è, in questa Pasqua, la nostra stessa esperienza di Gesù. Illuminati dalla fede anche noi “vediamo senza vedere”. Il Risorto ci dice: “Chiudi gli occhi e guardami”. Proprio come dice l’amante all’amata quando le vuol fare una sorpresa. Chiudo gli occhi, Ti guardo e Sei qui.

don Francesco Poli

febbraio 2018

Quaresima,
giù la maschera

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto ed Egli vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.  Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo». (Mc 1,12 seg.).

Adesso, giù le maschere! Quelle di Carnevale, certo, ma soprattutto quella che quasi sempre tutti noi indossiamo perché forse, anche per timore, preferiamo apparire diversamente da come siamo realmente. Inizia infatti la Quaresima, il tempo che ogni anno ci viene proposto dalla Chiesa per guardare all’essenziale, per tornare al nostro io vero, così che la nostra identità più profonda e spirituale pervada tutta la nostra vita. Avere la possibilità di incontrare Dio nella pienezza del nostro essere: anima e corpo. È indubbio che questa sia un’esperienza desiderata, ma è altrettanto innegabile quanto non sia realisticamente facile da vivere. Attratti continuamente da beni effimeri, il vivere di Fede e di Vangelo ci sembra utopico, quasi impossibile. Per questo la Quaresima, con le sue essenziali, rigorose e sobrie esigenze (o proposte) di vita ci può preparare concretamente all’esperienza pasquale dell’incontro con il Cristo Risorto. Introdurre alla grande festa della Pasqua.

È necessario che ognuno rimuova la maschera dell’egoismo perché solo così, finalmente liberi, si è pronti ad accogliere la luce dello Spirito. Quello Spirito che, come leggiamo nel Vangelo, … Sospinse Gesù nel deserto ed Egli vi rimase quaranta giorni… Lo Spirito spinge Gesù nel deserto… perché Egli potesse appagare il suo desiderio di Verità, osservando la preghiera e il silenzio: solo nel suo rapporto profondo con Dio. Anche per noi quindi l’invito ad iniziare la Quaresima animati dal desiderio e dalla volontà di ricercare la Verità, di dischiuderci alla preghiera, osservando momenti di silenzio. Avessimo, ancora e soprattutto oggi, nel nostro tempo a volte fin troppo rumoroso, la fermezza di testimoniare il silenzio! Di scoprire la preghiera, … fatta di ascolto. Di osare, sospinti dallo Spirito, di attestare verità con gesti e parole. Avessimo anche noi, la cui Fede è a volte piuttosto tiepida, la fermezza di dire che lo Spirito è Vita e Forza nella mitezza.

La Quaresima, un tempo lungo quaranta giorni, come il tempo trascorso da Gesù nel deserto, tentato da Satana. Un tempo che non fu una “parentesi nella sua vita”, ma che ne esprime il costo altissimo, lo schema, il paradigma: quaranta giorni… una vita. Per tutto il suo arco vitale Gesù era stato in comunione profonda con Dio, nel deserto delle decisioni della sua esistenza. Aveva combattuto contro colui che divide, contro l’avversario che simbolizza il male: Satana. Dunque la Quaresima è anche lotta, lotta per la redenzione. Redenzione di quella parte di noi e del mondo che offusca, nasconde la vera essenza nostra e di ciò che ci circonda. Giù la maschera, quindi, per poter essere liberi e scegliere la Luce, quella che proviene da Dio e a Lui tende.  Rassicura il sapere che anche Gesù ha vissuto così. E ha vinto.

don Francesco Poli

gennaio 2018

Giovani, chi?

Giovani, istruzione, formazione, nonché famiglia e lavoro, questi alcuni degli argomenti su cui più si ragiona e si disputa, anche all’affacciarsi del nuovo anno, in ambito istituzionale, inclusa la Chiesa, affrontando il tema del futuro dei giovani e, più in generale, dell’Italia. Un tema, quello del futuro dei giovani e della società nel nostro paese, che noi tutti vorremmo fosse affrontato in un’ottica “generazionale”, oltre che “giovanile”. Esaminando e valutando cioè la condizione giovanile all’interno del quadro delineato dall’attuale congiuntura sociale, quale si desume dai dati dell’ultimo Rapporto Istat e dalla Ricerca realizzata dalla Fondazione Toniolo.

In assoluto, il dato negativo raccolto dall’Istat non riguarda dichiaratamente le nuove generazioni ma, piuttosto, l’invecchiamento della popolazione italiana: il calo delle nascite ha registrato in un anno il negativo record di 474mila nati a fronte di 608mila morti. Nell’insieme, il Rapporto propone all’attenzione della collettività delle esortazioni sulla priorità di alcuni interventi: il potenziamento dell’innovazione tecnologica, economica e sociale e la modernizzazione delle Istituzioni. Investire, quindi, in misura idonea e congrua in istruzione e formazione del capitale umano; attivare politiche del lavoro che non siano di intralcio, allo sviluppo e che coinvolgano, favorendoli in modo particolare, i giovani.

Per ciò che concerne la ricerca sulla condizione giovanile promossa dalla Fondazione Toniolo con il “Rapporto Giovani 2017” essa divulga quanto emerso a seguito delle interviste somministrate a un gruppo rappresentativo di giovani italiani: elevati livelli di autonomia, di socializzazione, di conoscenza e consapevolezza della situazione attuale di vita e una incidenza positiva dell’istruzione sulle competenze relazionali, cognitive di affermazione. Nello stesso tempo altresì non si possono ignorare i punti deboli, emersi dalle interviste, che riguardano una certa fragilità nella capacità di gestire le emozioni, di essere e pensare in termini positivi e di indirizzare gli altri.

Nell’affrontare questi, che sono problemi sociali, non si può trascurare un fenomeno che si va espandendo nella nostra società e che sembra imporsi sempre più nelle nostre comunità: un numero crescente di persone giunte ad una “certa età” anagrafica che, tuttavia, si percepiscono e si comportano come se “fossero giovani”. Come dire che la società attuale, pur facendo meno figli, vede crescere in modo esponenziale il numero dei “giovani”. Sono proprio questi “” a rimescolare le carte del rapporto tra le generazioni, a mostrarsi sempre meno capaci di sostenere il dialogo educativo con i figli. Un fenomeno questo del giovanilismo dei “diversamente giovani” che palesa l’intrinseca fatica, in quanto genitori ed esponenti delle famiglie, ad educare come anche a permettere ai veri giovani di accedere all’età adulta.

In verità la comunità cristiana e civile che si “occupa” e, ancor più, si “preoccupa” della condizione giovanile dovrebbe adoperarsi perché si riconosca come un’illusione il desiderare e l’inseguire “il mito dell’eterna giovinezza” condizione di vita che non dovrebbe appartenere al mondo degli adulti: l’attuale regime di decadenza è un tempo in cui gli adulti amano la giovinezza più che i propri giovani e ad essi talora fanno mancare le attenzioni necessarie.

Così giovani, istruzione, formazione, lavoro e famiglia rischiano di rimanere solo delle parole, le più usate oggi, all’affacciarsi del nuovo anno da Istituzioni, Chiesa, mezzi di comunicazione.

È necessario ricontestualizzare la questione giovanile, analizzare l’ambito per cui essa è letta dai diretti interessati nel suo profilo “drammatico”. Non si può né si deve ignorare che le varie opzioni con cui i giovani declinano la loro libertà si concretizzano in molteplici opportunità spendibili senza compromettere il futuro e comunque, in genere, flessibili. Queste opzioni della libertà (condizione giovanile che gli adulti anelano e imitano!) richiederebbero invece di essere giocate in una prospettiva di scelte vincolanti che permettano a ciascun giovane di trovare un punto di sintesi che favorisca l’affermarsi della singolarità di ciascuno. È per questo che la giovinezza si mostra come un cammino con il quale arrivare a decidere: “chi essere nelle mia vita?”. A quale modello di adulto riferirsi. La condizione giovanile, per i giovani, è una età “drammaticamente intensa”, di passaggio: si è giovani per imparare ad essere “adulti”. Una condizione, quella giovanile, resa oggi ancor più “faticosa ed ardua” dalla carenza di opportunità sociali e lavorative che favoriscano il passaggio alla maturità e all’emancipazione. Inoltre, con la progressiva erosione del modello adulto di riferimento, l’età matura appare ai giovani sempre più confusa. Il paradosso ci appare con più evidenza anche adesso, all’inizio del nuovo anno: i giovani sono in cammino per diventare adulti, mentre gli adulti sono impegnati a restare giovani per non essere adulti. Con tutto ciò che ne consegue.

don Francesco Poli

dicembre 2017

NATALE IN FAMIGLIA

Vorrei che vivessimo questo Natale guardando alla famiglia; alla famiglia concreta, reale da cui ognuno di noi proviene e quella che abita nella sua condizione particolare. Sono consapevole come di questi tempi, strida e interroghi l’invito a ritenere positivo il valore dell’abitare una famiglia, una provocazione alla cultura attuale; una sfida che eleva qualitativamente tutte le questioni sul tema oggetto di dibattito pubblico. Vogliamo reimparare a vivere di famiglia, recuperando così vigore ed energia per la vita quotidiana: gustare il Natale di Gesù come Mistero del Figlio di Dio accolto in una famiglia.

Per quanti si accostano con fede al Mistero del Natale, la Famiglia di Nazareth si mostra come la sorgente da cui attingere slancio per nutrire e sostenere le nostre famiglie che sono il nucleo all’origine del nostro percorso di vita, dell’ educazione come della vita affettiva. È singolare e fa riflettere il pensare che il Figlio Dio nel suo incarnarsi abbia voluto sperimentare l’esperienza familiare. Fa bene al vivere oggi il considerare come la Santa Famiglia di Nazareth, che ha vissuto un’esperienza così unica per la presenza di Gesù, possa essere un esempio di santità per le nostre famiglie non sempre così “sante”.

Non è certo nel loro aspetto di singolarità che possiamo imitare Maria e Giuseppe nell’esperienza familiare; piuttosto possiamo imitarne la loro umana semplicità di coppia che vede la propria vita visitata e cambiata dall’azione di Dio. Imitarla in quella loro capacità di mettersi in gioco a partire dalle situazioni vissute anche se non volute: affrontano la quotidianità con fiducia e coraggio, inseriti nella storia degli uomini e in quella, straordinaria, di Dio. Maria lo fa amando più che se stessa il piccolo Gesù; Giuseppe, dopo il concepimento di Maria per opera dello Spirito Santo, scioglie il dubbio se lasciarla o rimanere, prendendola come sposa. Ora, è sereno, la santa famiglia è salva. Questa coppia singolare, ha superato la crisi e ha trovato nuove ragioni di vita.

Questo Natale, si illumina dell’esempio offerto dalla speciale Famiglia di Nazareth, così diversa dalle nostre famiglie, eppure così simile a noi. Questo il Natale ci sollecita a riconoscere e accogliere in Gesù di Nazareth il Dio con noi, datoci nel Mistero della Famiglia, ci porta a rivalutare la famiglia come il luogo generativo che si mostra come dono. Si genera solo donando: il dono dell’amore tra un uomo e una donna, il dono della vita di un figlio, il dono di riconoscere la presenza stessa di Dio e dei fratelli nella nostra casa.
Dio viene, nasce e vive nella quotidianità della famiglia, così come essa è, nel bene e nelle fatiche, nelle realizzazioni positive come nelle incomprensioni, nell’esperienza di fede come nel silenzio di Dio. Questo Natale vedo una Famiglia che ha un dono da portare ad ogni famiglia.

Benedette feste a tutte le famiglie del quartiere.

don Francesco Poli