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Ottobre 2020

COME RENDERE ATTUALE IL VANGELO?

Come rendere il vangelo sempre attuale? A questo interrogativo cerca di rispondere il nuovo “Direttorio catechistico generale” pubblicato nelle scorse settimane e presentato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Il documento si offre come una grande opportunità per la Chiesa. Frutto di cinque anni di lavoro, con il contributo di oltre 80 esperti internazionali di catechesi, si propone quale testo di riferimento ufficiale per l’attività catechetica di tutta la Chiesa cattolica. Nel testo sono sviluppate tematiche di fondamentale importanza per l’attività del catechista, alla luce dei cambiamenti culturali che stiamo attraversando: la natura della catechesi, la figura del catechista  e la sua formazione, la metodologia della catechesi, ovvero come deve essere trasmessa la fede, la catechesi nelle realtà parrocchiali dei nostri giorni, utilizzando anche gli strumenti digitali. Quest’ultima è la parte più innovativa del Direttorio, pensata per rispondere alle esigenze della catechesi nel mondo contemporaneo. Dai tempi del Concilio Vaticano II a oggi questo è il terzo, nell’insieme, trattasi di strumenti che hanno svolto un ruolo primario per l’azione pastorale: sono stati un aiuto importante per far compiere dei passi in avanti nel cammino catechetico, rinnovando soprattutto la metodologia e l’istanza pedagogica, ponendo attenzione al processo di inculturazione che caratterizza nello specifico la catechesi e che, soprattutto ai nostri giorni, richiede una speciale attenzione.

La Chiesa si trova inclusa in una grande sfida, tutta culturale e tecnologica, con la quale si viene a incontrare, e a scontrare. A differenza del passato, il tempo della cristianità, quando la cultura veniva nutrita e veicolata dalla prospettiva cristiana, oggi la cultura dominate è digitale e ha una valenza che risente della globalizzazione in atto, attingendo a narrazioni e prospettive distanti, se non  opposte alla visione evangelica. La società contemporanea sta vivendo una radicale trasformazione dei comportamenti che incidono soprattutto nella formazione dell’identità personale e nei rapporti interpersonali. La velocità con cui si modifica il linguaggio, e con esso le relazioni comportamentali, lascia intravedere un nuovo modello di comunicazione e di formazione che interpella inevitabilmente anche la Chiesa nel complesso mondo dell’educazione. L’accesso e la presenza dei vari mondi ecclesiali nello smisurato spazio di internet è certamente un fatto positivo, ma la cultura digitale va ben oltre la funzione strumentale. Essa incrocia in radice la questione antropologica decisiva in ogni contesto formativo, come quello della verità e della libertà. E così la cosiddetta “sfida educativa” diventa davvero terreno per un confronto imprescindibile a partire dalla Chiesa stessa in forza della sua “competenza” sull’umano e la sua pretesa veritativa. Da questo presupposto appare idoneo e tempestivo un nuovo Direttorio per la Catechesi. È per questo motivo che il documento chiede di affrontare le problematiche relative alla culturale digitale, come anche individuare percorsi finalizzati a che la catechesi diventi uno strumento che trovi l’interlocutore in grado di comprendere il messaggio evangelico e di viverlo da vero credente in una dimensione sinodale.  

Tutto ciò nella consapevolezza che  il cuore della catechesi rimane l’annuncio della persona di Gesù Cristo, che sorpassa i limiti di spazio e tempo per presentarsi ad ogni generazione come la novità offerta per raggiungere il senso della vita. In questo nostro tempo, come ci suggerisce il magistero di papa Francesco, una chiave di lettura per l’azione catechistica è il tema della misericordia. È questo il kerygma: l’annuncio della misericordia del Padre che va incontro all’uomo non più considerato come un escluso, ma un invitato privilegiato al banchetto della salvezza. È questo il “primo annuncio” che sempre si rinnova perché Cristo è l’unico necessario. Infatti la fede non è un accessorio che si recupera nei momenti del bisogno, ma un atto di libertà che impegna tutta la vita. Così la prospettiva della catechesi, nel modo in cui viene rappresentata dal Direttorio, si caratterizza per questa dimensione e per le implicanze che porta nella vita delle persone. La catechesi è uno strumento unico che ci permette di fare esperienza viva di Gesù Cristo, per diventarne discepoli.

don Francesco Poli

Ottobre 2020

Novembre 2020

01 DOMENICASOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
 Festa Madonna del Rosario
 S. Messe orario Festivo:
 7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
Ore 15.00 VESPRO E POI AL CIMITERO
 Ore 17.30 oratorio Gruppi ADOLESCENTI (II – III media. I – II superiore)
02 LunedìCOMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI
 S. Messe orario Festivo:
 8.00 – 10.00 – 20.00 (solenne) ore 15.00 nel cimitero
03 MartedìConferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
05 GiovedìGruppo Animatori (ore 21.00 oratorio)
06 VenerdìAdorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parrocchiale)
07 SabatoConfessioni per gli adulti (chiesa parrocchiale) 16.00 – 18.00
08 DOMENICAXXXII del TEMPO ORDINARIO
 S. Messe orario Festivo:
 7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
 INCONTRO FIDANZATI – SPOSI 2017 (Chiesa parr. s. Messa ore 18.30. Poi in Sala parrocchiale)
 Commemorazione IV Novembre
09 LunedìSCUOLA DI COMUNITÀ – catechesi adulti (in chiesa parrocchiale: ore 8.30 e ore 17.30)
10 MartedìConferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
12 GiovedìAdorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
 Gr. Animatori (ore 21.00 oratorio)
14 SabatoConfessioni per gli adulti (chiesa parrocchiale) 16.00 – 18.00
15 DOMENICAXXXIII del TEMPO ORDINARIO
 S. Messe orario Festivo:
 7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
 Ore 15.00 PRIMA CONFESSIONE FANCIULLI III ANNO IC
 Ore 17.30 oratorio Gruppi ADOLESCENTI (II – III media. I – II superiore)
16 LunedìSCUOLA DI COMUNITÀ – catechesi adulti (in chiesa parrocchiale: ore 8.30 e ore 17.30)
17 MartedìConferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
19 GiovedìAdorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parrocchiale) Gr. Animatori (ore 21.00 oratorio)
20 VenerdìOggi esce il notiziario parrocchiale di novembre
21 SabatoConfessioni per gli adulti (chiesa parrocchiale) 16.00 – 18.00
22 DOMENICASOLENNITÀ DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO
 S. Messe orario Festivo:
 7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30

(NB. Questo calendario pastorale può subire modifiche. Riferirsi nel dettaglio al Foglio settimanale degli avvisi).

Ottobre 2020

Ottobre 2020

04 DOMENICAXXVII del TEMPO ORDINARIO
 Festa Madonna del Rosario
 S. Messe orario Festivo:
 7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30 solenne
05 LunedìCatechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
 Consiglio Pastorale Parr. (Casa della Comunità ore 20.45)
06 MartedìConferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
07 MercoledìCatechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
08 GiovedìGruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
 Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parrocchiale)
09 VenerdìCatechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
11 DOMENICAXXVII del TEMPO ORDINARIO
 S. Messe orario Festivo:
 7.30 – 9.30 Messa di prima Comunione – 11.30 – 18.30
12 LunedìCatechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
 Consiglio Pastorale Parr. (Casa della Comunità ore 20.45)
13 MartedìConferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
14 MercoledìCatechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
15 GiovedìGruppo Biblico (ore 9.15 Oratorio)
 Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
16 VenerdìCatechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
 Oggi esce il notiziario parrocchiale di ottobre
18 DOMENICAXXVIII del TEMPO ORDINARIO
 GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE:
 S. Messe orario Festivo:
 7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
25 DOMENICAXXX del TEMPO ORDINARIO
 S. Messe orario Festivo:
 7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
 Ore 17.30 oratorio Gruppi ADOLESCENTI (II – III media. I – II superiore)
26 LunedìSCUOLA DI COMUNITÀ – catechesi adulti (in chiesa parrocchiale: ore 8.30 e ore 17.30)
27 MartedìConferenza S. Vincenzo (ore 14.30 Casa della comunità)
29 GiovedìAdorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
 Gr. Animatori (ore 21.00 oratorio)
31 SabatoConfessioni per gli adulti (chiesa parrocchiale) 16.00 – 18.00
Settembre 2020

IL MIRACOLO DEL PANE

“Ora Gesù disse loro: Non hanno bisogno di andare, date loro voi stessi da mangiare. Ora gli dicono: Non abbiamo qui se non cinque pani e due pesci” (Mt. 14, 16-17).

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ad opera di Gesù nel deserto, è il frutto del sacrificio dell’innocente Giovanni Battista, ucciso al banchetto di Erode. “Se il chicco di grano sepolto nella terra muore, porta frutto”. Il paradosso evangelico è servito: il banchetto del Palazzo di Erode, con tutti i suoi commensali, offre abbondanza e godimento che generano abuso, prevaricazione e morte: l’uccisione di un innocente; il deserto invece, luogo arido e inospitale, diventa generativo, grazie alla presenza di Gesù. Al Palazzo viene servito il pane per la morte, nel deserto viene donato pane per la vita.

A questa rilevante constatazione porta il miracolo del pane: mostrare agli occhi e agli orecchi di chi è disposto a vedere e sentire la forza vivificatrice del Figlio che ama il Padre e i fratelli.  Il miracolo non consiste tanto nell’abbondanza di cibo reso disponibile da Gesù per sfamare i presenti quanto nell’efficacia della Sua preghiera benedicente: tutto si riceve dal Padre. Ogni briciola di pane è dono, segno di amore infinito. In ogni dono c’è il donatore che si dona. Chi bene-dice colui che bene-dà sa vedere in ogni frammento il tutto. In Gesù questa forza del “dare” deriva dalla sua capacità di alzare gli occhi verso l’alto, dal suo essere tutto per il Padre, come il Padre è tutto per il Figlio. Il dono è all’origine del miracolo del pane, in una logica, diremmo oggi, circolare: lo stesso unico pane benedetto passa dalle mani del Figlio a quelle dei discepoli e da questi alla folla, alle mani di tutti. Così i fratelli diventano figli. Dal dono, di mano in mano, riprende il flusso della vita che la violenza della mensa di Erode aveva interrotto. Così anche il deserto, rifiorisce.

Il miracolo del pane svela l’inadeguatezza dei discepoli nell’affrontare con la logica mondana, piuttosto che evangelicamente, le questioni della vita. Mortifera la loro proposta fatta a Gesù: “Deserto è il luogo, l’ora già è passata… congeda la folla perché vadano nei villaggi e si comprino cibo” (Mt. 14, 15). I discepoli, constatata l’ora tarda e il luogo deserto, ritengono che non ci sia più niente da fare. La proposta ha il sapore di una regressione: ritornare indietro, nei villaggi e comperare qualcosa. Una tentazione questa che anche oggi ci prende di fronte alle sfide del tempo presente: il desiderio di tornare indietro, che tutto torni come prima, allorché il nostro stile di vita si nutriva al banchetto di Erode. Ma la novità della vita proposta da Gesù, originante un nuovo modello di sviluppo fraterno e filiale, sta nel vedere pane nel deserto, nella notte, pane che è per tutti, si fa eucaristia, è gratis. Comperare e vendere al solo fine di lucro sta alla base della logica del mercato, che aggrega le persone facendone individui da villaggio globale, commensali, al banchetto di Erode. Niente sfugge a questa logica: Gesù stesso avrà un prezzo, sarà comperato e venduto, tradito per denaro.

Il miracolo del pane che Gesù compie mostra, nella libertà vissuta lottando contro ogni forma di schiavitù, la condizione originaria della figliolanza. Questa libertà non potrà che essere illusoria se ricercata fuori dalla scelta responsabile; altrimenti è a portata di mano quando la responsabilità si mette in gioco, affrontando, in modo inedito, le condizioni oggettive del vivere. “Date loro voi stessi da mangiare”, propone Gesù. Il pane che sazia nel deserto non è quello che si compra o si vende, ma è quello che viene portato nella disponibilità del momento: “Non abbiamo qui che cinque pani e due pesci”. Oggi, soprattutto, si ritiene sempre poco quello che si ha a disposizione, senza avere coscienza che, cinque più due fa sette: numero dal valore simbolico che indica abbondanza. Anche il poco che c’è può bastare per tutti se condiviso come dono; insufficiente se trattenuto per sé. Così, il miracolo del pane può compiersi ancora oggi, ed anche in futuro e sempre, ogni volta che poniamo nelle mani di Gesù la nostra insufficienza. È così che il nostro ” poco” si trasforma in abbondanza, in eucaristia: ricevuto, spezzato e dato con mani di figlio. È il deserto che rifiorisce.

don Francesco Poli

Settembre 2020

Settembre 2020

13 DOMENICA XXIV del TEMPO ORDINARIO
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
  In settimana (da mercoledì 16/9 ore 16.30) inizia l’attività di catechesi con i ragazzi dal II al Vi anno I.C.
16 Mercoledì Assemblea dei catechisti (Casa della Comunità ore 17.00)
17 Giovedì Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parrocchiale)
20 DOMENICA XXV del TEMPO ORDINARIO
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
22 Lunedì FESTA MADONNA DEL RASTELLO (Programma a parte) ore 20.00 Rosario e S. Messa in chiesa parr.
23 Mercoledì Catechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
24 Giovedì Adorazione eucaristica (ore 17.00 Chiesa parr.)
25 Venerdì Catechesi in gruppi (ore 16.30 Oratorio)
26 Sabato Sacramento del perdono (Confessioni) per gli adulti (chiesa parr. 16.00 – 18.30)
27 DOMENICA XXVI del TEMPO ORDINARIO
  S. Messe orario Festivo:
  7.30 – 10.00 – 11.30 – 18.30
  SETTIMANA DELLA COMUNITÀ INIZIO ANNO PASTORALE (Programma a parte)
Maggio 2020

Il Bollettino Parrocchiale

Il numero di Maggio-Giugno 2020 del Bollettino Parrocchiale è disponibile in formato elettronico nella pagina Il Bollettino Parrocchiale.

Maggio 2020

Nello Spirito Santo, la guida

E “niente sarà più come prima”: questo il tema ricorrente, ripetuto in ogni dove, associato all’attuale congiuntura epidemica. Prima ancora di poter immaginare il cambiamento che la condizione pandemica andrà inevitabilmente a disegnare, in esso è manifesta tutta la paura che percepiamo in questo tempo attuale, in cui ci sentiamo orfani di quel nostro mondo sempre più frantumato, in rovina. “Niente sarà più come prima”. Lo diciamo quasi esorcizzando la paura per un futuro inimmaginabile che, in fondo, pur nella consapevolezza che non sarà più come prima, vorremmo che fosse ancora, almeno per quella parte in cui ci siamo trovati, cristiani e non, privilegiati nel vivere, avidamente dediti ad una pagana cura della felicità. 

Si è dunque materializzata la condizione che più temevamo: siamo diventati, in modo inatteso e fulmineo, orfani di felicità. Tuttavia questa attuale condizione di sciagura può convertirsi in nuove possibilità. Tutto starà nella scelta di porre, fin da adesso, come presupposto principio altre peculiarità di vita: un diverso modello di felicità nella libertà. S. Agostino in un Sermone tracciava in poche battute la differenza tra la felicità pagana e la felicità cristiana: “Dimmi, epicureo cos’è che rende l’uomo felice? Il piacere del corpo! Dimmelo tu stoico, la forza dell’animo; e tu cristiano? Il dono di Dio” (Sermone 150). Alla voluptas e alla virtus classica – ma anche sempre molto moderna – si contrappone il donum. Il dono della grazia di Dio, che è e deve essere il punto di partenza di un nuovo tragitto nella vastità del vivere globale per approdare alla sicurezza del porto nella terra di una nuova e differente felicità. Una traversata che, comprensibilmente, non potrà affidarsi solo alle possibilità e condizioni della scienza, della tecnica e della potenza economica, ma dovrà imprescindibilmente includere la Provvidenza divina che, sola, ci rende capaci della “reciprocità del donarsi” Il dono, capacità di valorizzare e rendere proficua la vita, capacità di innescare dinamiche di fiducia e solidarietà necessarie al vivere sociale.

Il principio del dono, della gratuità è valorizzato nella “Caritas in Veritate” (CiV): secondo la concezione antropologica cristiana, l’uomo è immagine di Dio e l’esperienza del dono indica la dimensione trascendente della persona: “L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza” (CiV 34).  “Il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica” (CiV 34). 

L’irrompere di luce, di vita, di speranza che si è visto nel giorno di Pasqua, ci fa spiegare le vele con la certezza che il dono di gloria del Risorto è l’inizio della glorificazione dell’umanità orfana e impaurita, l’inizio del suo viaggio verso la sola e vera beatitudine, la sola e unica felicità: la Risurrezione di Cristo, che ci rassicura “andrà tutto bene”, perché con la Sua presenza gloriosa nessuno è orfano. Dunque, l’inizio del nuovo viaggio al quale siamo chiamati, a partire da questa esperienza drammatica della pandemia, non può che aver muovere dalla promessa del Risorto: il Padre darà a voi un “Consolatore” perché rimanga con voi per sempre. Coraggio! Alziamoci in piedi e prendiamo, ognuno secondo le proprie responsabilità, le decisioni necessarie, sapendo che lo Spirito santo è con noi. Non è questo, per la chiesa e il mondo, il tempo di attendere nel pianto la venuta di un “Messia”. Noi credenti abbiamo nello Spirito Santo, dono del Risorto, la guida sicura per la felictà. Niente sarà più come prima.

don Francesco Poli

Aprile 2020

Il Bollettino Parrocchiale

Il numero di Marzo-Aprile 2020 del Bollettino Parrocchiale è disponibile in formato elettronico nella pagina Il Bollettino Parrocchiale.

Aprile 2020

Tempo della prova
Luce dal Risorto

Mai, come in questi giorni, la storia dell’umanità ci appare nella sua fugacità, come giunta al suo ultimo tempo. Il tempo in cui, per il credente, la storia umana si apre alla manifestazione definitiva del Regno di Dio. Regno nella sua realtà di Mistero il quale si svela a noi nella quotidianità dei piccoli gesti solidali: dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi…  (Mt. 25, 31 seg,). Un Mistero di carità e di cura reciproca nell’autenticità dell’Amore. Una prospettiva che allo sguardo dell’uomo contemporaneo appare oltremodo utopistica, considerando la realtà contingente: per motivi sanitari siamo impossibilitati alla vicinanza fisica; nonché la circostanza, peraltro evidente, che la storia dell’umanità è costellata in maniera pervasiva di crudeltà e violenze.

Allora, come vivere questo “ultimo tempo” della Storia alla luce dell’Evento Pasquale? La risposta la possiamo trovare guardando a Cristo Risorto, al Suo manifestarsi definitivo nelle vicende dell’umanità. La Sua Pasqua si compirà attraverso il realizzarsi di due tempi, di cui il nostro è il primo: quello del Mistero nascosto da secoli. Il secondo, poi, quello definitivo: sta oltre la conclusione della storia umana e ne costituisce il punto di riferimento. “Non ci sarà più la morte, né lutto, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap. 21,4). 

La drammatica esperienza di isolamento sanitaria vissuta da tutti noi in questi mesi, può aiutarci a riconsiderare il valore unico in cui percepire questo “tempo ultimo”: riscoprire il dono della vita come un dono per gli altri. Vivere l’oggi con lo sguardo al futuro, là dove sta il traguardo finale: il tempo definitivo, oltre l’ultimo tempo, quello della storia dell’umanità. È lì che sta la pienezza della vita, la nostra incondizionata, totale partecipazione come umanità – cosmo alla vita stessa di Dio Carità.

Nell’incontro con il Risorto sperimentiamo l’autentico, effettivo compimento del Regno di Dio che dalla Pasqua ha il suo inizio. Possiamo così riconoscere che gli eventi del quotidiano, positivi o negativi che siano, non sono mai un succedersi caotico di episodi senza rilevanza. I fatti della vita, come il progredire dell’umanità, vanno ricondotti ad un senso che valga la pena di ricercare e perseguire. Questo senso, agli occhi della fede, ha un volto: quello di Dio Padre. E proprio l’esperienza del Risorto ci permette di alimentare di intensa e assoluta coscienza il nostro vivere nella storia; alla Sua sequela, come discepoli, possiamo negli accadimenti quotidiani leggerne le ineluttabili conseguenze. Non si tratta di una illusoria quanto chimerica capacità di “leggere il futuro”, piuttosto della necessità di essere spiritualmente pronti per gli eventi che accadranno. Ciò richiede da parte nostra una triplice consapevolezza. In primo luogo, superare la superficialità con cui spesso affrontiamo la vita, che passa tra mille esperienze contingenti senza mai riflettere sul senso dell’insieme e sulla sua direzione. In secondo luogo, combattere e vincere le seduzioni dei sensi che ci tengono avvinghiati alle cose terrene che ci piacciono tanto, ma servono a poco. Infine capovolgere la prospettiva che ci fa porre al primo posto il raggiungimento e mantenimento del nostro benessere immediato e all’ultimo posto la qualità relazionale e spirituale della nostra esistenza. “Ma quando il Figlio dell’uomo tornerà troverà ancora fede sulla terra?” (Lc. 18,8). Il nostro oggi sottoposto alla prova ci apra gli occhi per ricominciare a vedere e sentire la storia umana alla Luce del Risorto.

don Francesco Poli

Febbraio 2020

ACCOGLIENZA E OSPITALITÀ: BRACCIA DELLA TESTIMONIANZA

È grazie alla perseveranza di papa Francesco, che quotidianamente ci richiama al nostro impegno evangelico nei confronti degli ultimi, se oggi la sensibilità dei cristiani verso le povertà esistenziali è cresciuta. Una crescita, questa, che non si manifesta solo in gesti di carità e di accoglienza, connaturali al nostro vivere evangelico, ma anche in una più vigile consapevolezza sia della ragione sia della fede. Sempre più, nella quotidianità, diventiamo consapevoli di come la “pratica dell’accoglienza” si accompagni all’impegno cristiano dell’ospitalità. Fede e ragione, sono esse le braccia che sostengono la nostra testimonianza caritatevole. È questo il modo in cui diamo linfa alle parole di papa Francesco: “Il mio pensiero va agli ultimi che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare”.

Oltre ogni retorica: nel nostro paese l’accoglienza di immigrati ha trovato negli ultimi anni una situazione di sostanziale stabilità con una crescita solo fisiologica, come mostra il recente Dossier sull’immigrazione in Italia. Nel 2018, ultimi dati statistici disponibili, la popolazione straniera in Italia ha avuto una crescita fisiologica del 2,2% arrivando a 5.255.500 residenti a fine anno e pari all’8,7% degli abitanti. Rispetto all’anno precedente (2017), al netto di 111.000 presenze, lo scarto è stato gran parte dovuto ai 65.000 bambini nati nell’anno da coppie straniere già presenti in Italia e non annoverabili quindi come “immigrati”. Inoltre i dati confermano per il 2018 il calo degli sbarchi in Italia – 80% pari a 23.370 sbarcati rispetto ai 119.310 del 2017.  Sbarchi ulteriormente crollati a 6.700 nei primi nove mesi dello scorso anno. 

Quanto sta avvenendo attorno alla cruciale e imprescindibile questione dell’immigrazione, ci porta a ripensare e ridurre a più modeste dimensioni l’impatto  emotivo riguardo al fenomeno “sbarchi”, per affrontare con più attenzione l’altro aspetto, quello dell’ospitalità e dell’integrazione. Aspetto, quest’ultimo spesso trascurato anche in ambiti diversi. Come ben noto, nel nostro Paese l’inserimento sociale degli immigrati si realizza tra “luci e ombre”. Ombre funeste sono certamente le azioni di esclusione e discriminazione che non solo disconoscono il carattere strutturale dell’immigrazione in Italia, ma attivano anche processi di disaffezione e di abbandono del nostro paese.  In realtà, il fenomeno migratorio  è parte dei processi di trasformazione della società globalizzata e che, se affrontato oltre che con spirito di carità, anche con competenza e lungimiranza, potrà manifestarsi come opportunità di sviluppo e di crescita per il “Sistema Pese”. Verosimilmente, in un futuro non troppo lontano, anche come conseguenza della crisi demografica che vede l’Italia fanalino di coda in Europa, è plausibile pensare che andremo noi alla ricerca di persone disposte ad immigrare in Italia. Ad oggi possiamo constatare positivamente che sono 2.233.00 gli immigrati comunitari (europei). Il 60% di questi ha un permesso di durata illimitata; dei restanti 40% con permesso a termine 3 su 4 lo hanno per motivi di lavoro o di famiglia. Inoltre dei 5.255.500 di stranieri 1,1 milioni è costituito da persone nate in Italia da genitori stranieri e quindi “stranieri” solo dal punto di vista giuridico. Oltre 531.000 di essi siedono sui banchi di scuola. Sono i 2/3 di tutti gli stranieri in età scolare. 

La crescita di sensibilità verso le varie forme di povertà trova la sua icona evangelica nel racconto lucano di Gesù ospite a casa di Marta e Maria. Le due sorelle che accolgono il Maestro in viaggio con i suoi discepoli, mostrano il volto che caratterizza ogni accoglienza in ottica evangelica: un’accoglienza che si fa ospitalità. In due modi diversi ma entrambi efficaci, le due sorelle mettono in pratica, a loro modo, un principio sempre valido. Marta, presa dalle ”molte cose da fare”, è il volto dell’ospitalità che si concretizza nell’agire immediato ed efficiente. Maria, elogiata da Gesù perché capace di stare dalla “parte migliore” è l’altro volto dell’ospitalità, quello di chi sa fermarsi per ascoltare e incontrare.

Comportandoci quotidianamente come Marta e Maria, sapremo praticare l’accoglienza ospitale. Questa nell’esercizio di un “buon governo” della città, non si darà mai solo nelle forme dell’efficienza e dell’efficacia di chi pensa di poter risolvere definitivamente il problema. Al modo di Marta per intenderci. Perché l’accoglienza ospitale richiede oggi una sempre maggiore capacità di incontro, di ascolto e di dialogo. Si tratta non di perseguire lo scopo di annullare la complessità della società, quanto di ospitarla.

don Francesco Poli