aprile 2017

PASQUA, IL CAMMINO SI FA NUOVO

Per una gran parte del mondo sembra che il carnevale non finisca mai, ma per chi tenta di credere e ha fede anche solo “quanto un granello di senape” (Lc 17,6), si è già in cammino verso la Pasqua, e si è entrati in un atteggiamento di ascolto e conversione. È lo stesso Gesù che ci propone “le linee guida” per vivere totalmente questo cammino cristiano che è permanente: preghiera, sobrietà, carità! È ancora Lui che nel viaggio della vita ci accompagna attraverso i nostri deserti esistenziali. Un percorso, quello che ci porta alla Pasqua, che può permettere alla nostra vita di rifiorire anche quando il deserto ci appare sconfinato. Tra speranze, paure, fallimenti, cadute e risalite, lasciamoci incontrare dal Risorto, Lui, il Dio fatto carne, che, nella sua vita terrena, ha attraversato i deserti della tentazione e ora, definitivamente vincitore del Maligno, con la Sua Pasqua di Resurrezione, con la sua voce parla al cuore della nostra libertà.

L’annuncio della Pasqua ci raggiunge così lì dove si svolge la vita oggi: Buona Pasqua discepoli del Risorto. Buona Pasqua a noi che attraversiamo i deserti esistenziali del nostro quotidiano vivere, seminando speranza e cercando sorgenti d’acqua viva. Buona Pasqua anche a chi è perso in una fede incerta e in un viaggio dubbioso, come Tommaso, come Pietro. È Pasqua! È il tempo per convertirci alla gioia del Risorto, anche se possiamo averlo rinnegato. Ora che Gesù è risorto il nostro cammino si rinnova, ora siamo infatti viaggiatori leggeri con i piedi sì nella polvere del quotidiano, ma con lo sguardo rivolto al cielo, ricercando le verità di lassù.

Se oggi vediamo la pietra del sepolcro rotolata via, se davvero accogliamo l’annuncio pasquale della Resurrezione del Signore, se ascoltiamo la voce del Risorto e apriamo il nostro cuore viandante alla Sua Parola, allora vivremo da credenti la nostra esistenza che non sarà mai più una landa desolata. Mediteremo così che come ogni cosa ha il suo prezzo, la Pasqua di Gesù è il prezzo della nostra libertà. Le fatiche, le incertezze e le fragilità della vita non possono più spaventarci, ora siamo preparati ad affrontarle: camminiamo nella libertà dei Figli di Dio con il Figlio Risorto e vedremo il deserto fiorire.

don Francesco Poli

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.

Gv. 20, 1

Ogni cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà.

Edoardo Bennato

marzo 2017

QUARESIMA DI CARITÀ PER UN RECIPROCO AIUTO

La Quaresima che abbiamo aperto mercoledì 1 marzo con le ceneri, ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Una frase della Lettera agli Ebrei così dice: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (10,24). Alla luce della necessità di vivere la carità di Cristo, fare quaresima significa in primo luogo assumerci la responsabilità verso il fratello. Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere ‘custodi’ dei nostri fratelli, di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro.

L’esigenza di attenzione all’altro comporta il desiderare per lui il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. Oggi è opportuno che poniamo maggiormente attenzione spirituale e morale al “fratello”. In genere, l’attenzione caritatevole verso il prossimo si pone esclusivamente nell’ottica di un impegno materiale nel dare delle cose: dal mangiare, al vestire, ad un luogo di riparo… Appare altresì sempre più urgente porre una maggiore attenzione al fratello bisognoso nella cura degli affetti, spiritualmente e moralmente. C’è necessità di riscoprire un aspetto della vita cristiana che risulta poco frequentato: quello della responsabilità spirituale verso il prossimo.

Un altro elemento con il quale esercitarci nella carità cristiana in questa quaresima è quello della pratica del “dono della reciprocità”. Nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può diventare fattivamente sempre più evangelico. Mentre faccio qualcosa di concreto per il fratello bisognoso, donando qualcosa di mio, anch’io ricevo qualcosa in dono da lui. Questo scambio nella reciprocità è “dono”. L’attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore.  Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così facendo è la Chiesa stessa che cresce e si sviluppa per essere sempre più simile al suo Gesù.

Il cammino quaresimale è tempo di grazia che ci coinvolge tutti nella carità a 360 gradi: aiuto concreto per la fame materiale e spirituale del fratello bisognoso, crescita reciproca nella correzione fraterna, arricchimento continuo nel “dono di reciprocità”. E così la conversione della vita, scopo primario del cammino quaresimale, non sarà solo un bene personale di chi lo vive, ma dono meraviglioso di tutta la Chiesa.

don Francesco Poli

febbraio 2017

SFIDE DA RACCOGLIERE, ORA

Quattro questioni da affrontare Da subito, per una città più che sicura, solidale!

La sfida del LAVORO

L’attuale crisi economica sembra aver messo in discussione i pilastri del sistema economico, già da tempo minati alle loro basi. Uno sviluppo che poggia sullo Stato sociale (Welfare garantito a tutti) ora non sembra più proponibile. Eppure proprio il suo venir meno determina l’abbandono di obiettivi di giustizia sociale prima ancora che economica. Gli attuali processi politico/economici in corso nei Paesi sviluppati così come quelli in via di sviluppo hanno comportato “la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell’uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale. I sistemi di sicurezza sociale possono perdere la capacità di assolvere al loro compito, sia nei Paesi emergenti, sia in quelli di antico sviluppo, oltre che nei Paesi poveri” (Caritas in Veritate, n. 25).

Come è possibile, dunque, operare in un contesto in cui lo Stato sociale, malconcio, è ridotto a brandelli? Qual è la nostra attenzione in una società che pone a fondamento l’interesse personale piuttosto che la giustizia sociale? Come superare l’ideologia di un sistema incentrato sul soggettivismo per giungere a un sistema di solidarietà fra le generazioni, e prima ancora fra persone?

La sfida dell’UGUAGLIANZA

Il concetto di meritocrazia sembra contrapporsi spesso all’idea di uguaglianza e interroga ovviamente il cristiano, specie in contesti locali ove tale problema è particolarmente sentito. Aldo Bonomi nel libro Il Rancore, afferma “Nel Nord abbiamo a che fare con una società dell’individualismo compiuto in cui non ci si sente mai ultimi. Al contrario ci si sente primi nel sistema paese, collocati sul confine della competizione globale. Più che il linguaggio dell’uguaglianza rispetto ai bisogni, si vorrebbero sentire proposte di opportunità rispetto al merito nel fare impresa e professione”. La società evidenzia dunque un’obiettiva difficoltà nell’accettare un messaggio di uguaglianza. Eppure, come affermato nella Caritas in Veritate n. 32,“la dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza (…) L’aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali all’interno di un medesimo paese e tra le popolazioni dei vari paesi, ossia l’aumento massiccio della povertà in senso relativo, non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del capitale sociale”.  Ci troviamo dunque di fronte da un lato ad una società che ritiene l’uguaglianza un limite e dall’altro ad una serie di ricadute pericolose che la diseguaglianza genera. Com’è, dunque, possibile portare il messaggio dell’uguaglianza nella società?

È accettabile la sola logica della meritocrazia o il merito va connotato in maniera diversa? In che modo intervenire affinché l’uguaglianza e solidarietà tornino ad essere obiettivi cruciali delle nostre comunità?

La sfida tra GLOBALIZZAZIONE e COMUNITÀ LOCALI

Accanto ad una società che tende a intessere rapporti sempre più incalzanti ed intensi con il mondo esterno, le comunità locali spesso percorrono la strada opposta, quella della chiusura. Ai timori e dubbi  talora ingenerati dalla globalizzazione, non di rado si risponde con una esacerbata affermazione dell’identità locale, individuando elementi storici, geografici o perfino etnici che l’avvalorino. Il continuo riferimento al territorio evidenzia tuttavia delle mancanze. Da un lato stiamo assistendo al logoramento del capitale sociale, quel patrimonio di relazioni capacità che lo stare insieme genera; dall’altro aumentano le sfide che richiedono un capitale sociale forte. Inderogabili sorgono diversi interrogativi: qual è il ruolo dei cristiani in una società in cui ciò che è locale appare ormai inserito in una logica globale? Come incidere sulla formazione del capitale sociale delle nostre comunità e come favorire risorse suppletive? In che modo rendere riconoscibile la fraternità quale elemento inclusivo delle nostre comunità? Infine, ipotizzando che le comunità possano essere una risposta alla sfida della globalizzazione, come incidere perché le stesse si possano definire tali (considerato che, ormai, le comunità stesse sono pervase dall’individualismo)?

La sfida dei DIRITTI UMANI

Si sta vivendo un paradosso: si affianca all’affermazione dei diritti, la loro negazione. Siamo, infatti, parte di organismi a livello internazionale, utilizziamo l’immagine per apparire difensori dei diritti universali dell’uomo, eppure non ci adoperiamo per l’effettiva affermazione degli stessi. È l’universalità della persona il criterio che fornisce ai diritti umani la caratteristica di essere universali, così da evitare applicazioni parziali o visioni relative. La loro mancata tutela, che spesso si evidenzia nell’atteggiamento di tante istituzioni e funzioni dell’autorità, è il frutto della disgregazione dell’unità della persona intorno alla quale si pensa di proclamare diritti diversi, di costruire ampi spazi di libertà che però rimangono privi di ogni fondamento antropologico . Come affermato nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa al n. 153 “La radice dei diritti dell’uomo, infatti, è da ricercare nella dignità che appartiene ad ogni essere umano”. Il tema dei diritti ci richiama dunque alla persona, al “considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro se stesso, tenendo conto prima di tutto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente” (Gaudium et Spes, n. 27). La tendenza è però quella di considerare l’altro come se stessi, fin tanto che non dà fastidio, fin tanto che non invade il proprio campo di azione, fin tanto che non incide a livello di consenso. Nasce allora spontaneo chiedersi: i diritti umani sono una via ancora percorribile? Qual è il limite fra affermazione e rinnegamento degli stessi? È tollerabile la negazione della dignità della persona per rispondere al malessere della società?

don Francesco Poli

gennaio 2017

Quattro domande sulla Chiesa

Vivere da cristiani, oggi, esige da parte di ciascuno di noi la capacità di prendere in mano la propria vita per farne una storia d’amore. La vita cristiana, infatti, richiede un permanente rinnovamento del modo di vivere e di pensare per essere aperti ad incontrare il Signore.
Questo incontro non è mai un episodio esclusivo dell’individuo, ma un evento di Chiesa.
L’appartenenza alla Chiesa, poi, si esprime in modi diversi e, in relazione all’essere di ciascuno, sarà più o meno visibile, più o meno convinta, più o meno spontanea….Ma questo legame con la Chiesa è essenziale per la vita cristiana. Per alcuni, a cui la Chiesa sembra vecchia e lontana, “essere persone di Chiesa” non appare attrattivo. Per altri poi, secondo i quali la Chiesa sarebbe oggi marginale, perché non svolge più il ruolo sociale che da sempre la caratterizza, “essere persone di Chiesa” non è in alcun modo utile. Per altri ancora “essere persone di Chiesa” significa essere dalla parte dei preti. C’è pure chi pensa che “essere persone di Chiesa” significhi semplicemente “andare a messa”. Il fatto di appartenere alla Chiesa è sentito, dunque in modi diversi.

Dov’è la Chiesa? La Chiesa ignorata.

Oggi la Chiesa è sempre più concretamente ignorata dagli stessi battezzati, che utilizzano soltanto le strutture (edifici di culto, oratori, ambiti ricreativi e sportivi…), ma non avvertono la presenza dei credenti attorno a loro. La Chiesa sta allora perdendo la sua vitalità? Non direi, ma è meno immediatamente presente nella vita delle gente. Appare ancora “utile” al momento della nascita e della morte, in occasione di prime comunioni, qualche raro matrimonio, ma le sue esigenze evangeliche e morali sono sempre più ignorate. Anche le sue feste, ormai, sono parte integrante del calendario della società dei consumi.

Perché la Chiesa? L’individualismo religioso anche a Colognola.

L’individualismo religioso è un modo per ridurre l’esperienza della fede a un fatto personale, privato. L’appartenenza alla Chiesa viene sentito come un ingombro. Tre espressioni definiscono abbastanza bene questo tipo di comportamento: “Gesù Cristo sì, la Chiesa, no!”; “La fede sì, la pratica religiosa, no!”; “La coscienza sì, i comandamenti no!” Dunque: Gesù senza la Chiesa, la fede senza la pratica, la coscienza senza la legge. Chi non si riconosce, almeno qualche volta, in questo ragionamento? L’individualismo religioso, che serpeggia anche nella nostra comunità, dà credito all’idea che la vita cristiana possa fare a meno della Chiesa: un tradimento.

Quale Chiesa? Il dubbio sulla vera religione.

“Chi dice che la nostra è la vera religione?” È questa una domanda che di frequente sentiamo ripetere, una domanda pericolosa sia perché una risposta facile non sarebbe onesta, sia perché la logica stessa della domanda tende a rifiutare una risposta. Chi di noi può essere capace di pronunciarsi sulla questione, se non dopo uno studio personale, completo e dettagliato di tutte le religioni? L’impossibilità di avere una certezza, immediata e definitiva, porta molti a non decidersi fino in fondo nella via della fede, mantenendo forte il rischio di “smobilitazione”.

La comunità cristiana cosa fa per essere Chiesa? Si rinnova evangelicamente.

La comunità cristiana, con la collaborazione di tutti, cerca di inserire tracce di Vangelo nella vita degli uomini. Più la Chiesa abbraccia il suo tempo, più deve far emergere la sua originalità. Essa non agogna ad una clientela in quanto è uno spazio di libertà spirituale in cui ogni uomo può identificare gli idoli e affermare l’assoluto Dio. Mi pare che tutte queste domande possano essere ricondotte ad una: “Ma noi, siamo Chiesa viva?”  La “gioiosa fatica” di vivere da credenti nella società d’oggi, non ci permette di trovare una risposta scontata. L’urgenza di riscoprici membra vive di Cristo, sua Chiesa, esige di cercare le ragioni di una appartenenza spesso “dimenticata”.

don Francesco Poli

dicembre 2016

Sarà Natale se…

La gioia del Natale viene annunciata dagli Angeli: non è solo realtà del passato ma è realtà dell’oggi, memoria di un evento verificatosi duemila anni fa. È gioia del nostro tempo nel quale si perpetua la presenza di Gesù Salvatore negli accadimenti quotidiani.  Siamo agli albori di un nuovo millennio che ci appare carico di novità e cambiamenti e ancora, senza interruzione di continuità, siamo chiamati a meditare su come il tempo e la vita abbiano un senso proprio perché Gesù, con la sua venuta, è entrato nell’oggi della storia.

E così ogni giorno è Natale nel cuore di noi cristiani: ogni giorno siamo chiamati a testimoniare al mondo, la Natività che ci dà gioia immensa: il Verbo eterno si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Straordinaria ricchezza per il mondo: il Bambino, indifeso, totalmente dipendente dalle cure di Maria e di Giuseppe, affidato al loro amore, è il nostro Tutto! È il nutrimento per la nostra vita spirituale: è il pane vivo che non viene mai meno. E Dio stesso è intrinseco nel Bambino, nel pane della vita: l’Eucaristia. È l’Eucaristia che consente a noi di contemplare il Mistero della Incarnazione di Dio in Gesù. Lo contempliamo e lo viviamo nella nostra vita quotidiana. E il cammino che, come Chiesa, stiamo vivendo insieme ci conduce a sentirci profondamente in comunione con Gesù e ci impegna a testimoniarlo.

Dentro questa esperienza di grazia, chiediamo a Gesù Bambino alcuni doni. Sarà Natale se Gesù troverà accoglienza nella nostra vita. Sarà Natale se faremo gesti di riconciliazione e di pace in famiglia, nel contesto del lavoro, nella scuola: con “quel” vicino di casa… con tutti quelli con i quali abbiamo avuto qualche contrasto. Sarà Natale se la nostra casa non sarà sprangata come le porte degli alberghi di Betlemme, ma sarà luogo di accoglienza. Sarà Natale se, invece di preoccuparci dell’avere e dell’apparire, contemplando quel Bambino nato povero per arricchirci della sua povertà, sapremo aprire il cuore alla condivisione con chi ha meno di noi, non per un giorno, ma facendone uno stile di vita. Sarà Natale se non esiteremo a riesaminare profondamente la nostra vita. Sarà Natale se l’Eucaristia domenicale sarà sempre un vero incontro con Gesù.

Sarà Natale se… Gesù troverà “casa” in ognuno di noi.

L’augurio è che ciò davvero accada.

don Francesco Poli

novembre 2016

Un “grazie” per cambiare.

novembre-2016Ci stiamo addentrando nell’ultima parte di questo 2016. Fra poco più di un mese festeggeremo l’inizio di un nuovo anno, sognando, progettando e augurando a parenti, amici e conoscenti un futuro migliore. Ora, al punto in cui siamo arrivati qui nel percorso della vita, mi parrebbe opportuno che ognuno di noi raccogliesse in un unico vocabolo l’esperienza di bene donato e ricevuto. Esprimere tutto ciò con un termine semplice, usato spesso di rado: Grazie. Una parolina di frequente utilizzata in modo automatico, come atto di cortesia o di cosiddetta “buona educazione”.

È essa invece una parola esaustiva che svela in modo profondo un miscuglio di serenità, umiltà, gioia, consapevolezza di aver avuto un dono. Sentimenti e vissuti che, sommersi dalle urgenze, dai problemi, dalle ansie, dalle preoccupazioni… non riusciamo a riconoscere e promuovere. Le giornate scorrono velocemente nel quotidiano susseguirsi di incombenze varie: il lavoro o la sua ricerca, le mode del nostro tempo; tutti interessi che ci dominano, assorbendo moltissime delle nostre energie, ci consumano e ci rendono sempre più soli e tristi: Aridi.

Talvolta riteniamo di essere indispensabili, di costruire da soli i nostri risultati, i nostri successi. Presi da “peculiari interessi e apprensioni” lasciamo scivolare nell’indifferenza i drammi e le contraddizioni della nostra epoca. Di fronte all’incertezza del futuro e al disinteresse diffuso nell’individualismo di quartiere, ci chiudiamo nei nostri mondi, abbandonando il desiderio ancora presente in noi di tessere socialità.
Si radica così nelle comunità l’incapacità di un confronto civico, ecclesiale, associativo e politico; di individuare percorsi condivisi, traguardi, speranze da animare insieme.

Troppe volte, spesso per opportunismo, talora per paura o egoismo, non ci soffermiamo su fatti, situazioni, comportamenti scorretti o non evangelici, esibendoli come giusti e accettabili, anche se nel segreto di noi stessi sappiamo che non lo  sono. Cerchiamo di non farci coinvolgere nel confronto né dalla presenza del fratello o dalla richiesta di impegno comune quale emerge soprattutto dalle sfide a cui  questo nostro tempo si sollecita: l’urgenza di affrontare, in una prospettiva di  civiltà, rapporti umani più fraterni.
Questo nostro tempo ha davvero bisogno di vedere tra noi la gioia, la speranza e la capacità di essere dono nel darsi come nell’accogliere. Il futuro è dei profeti di buona speranza a cui il Vangelo della gioia viene affidato. Ma perché il futuro appaia già oggi, è necessario partire dal dirci un semplice “grazie”!

don Francesco Poli

ottobre 2016

Un supplemento d’anima per la Chiesa del futuro.

ottobre-2016Si impone oggi, in un contesto non solo ecclesiale, una valutazione critica di come la cultura attuale abbia affrontato la modernità. Siamo tutti consapevoli sia che ci sono stati dei limiti interpretativi, cioè, troppo spesso, si è ritenuta la Terra una realtà senza la bellezza e la dignità di creatura di Dio, sia che il comportamento arrogante dell’uomo mirava al dominio del pianeta.

La prospettiva che oggi si apre considera l’essere umano non più padrone del mondo in funzione di dominio, bensì custode della Terra che ne informa  il suo stesso progresso. Si dischiudono così prospettive nuove nel dialogo tra la Terra e l’uomo, dialogo che dev’essere inteso come la via maestra da percorrere. Anche il Magistero della Chiesa con i suoi numerosi interventi, ultimamente Caritas in Veritate di papa Benedetto XVI e Laudato Sì di papa Francesco, insiste sul valore della bellezza del cosmo, “bellezza sistemica” che incita l’uomo all’apertura verso una nuova ecologia che miri a “riplasmare l’umano” e a conciliare l’uomo con la Terra.

L’attuale contesto storico globale esprime la necessità e l’urgenza di uscire dalla crisi della modernità, di superarne cioè i limiti prodotti da una visione meccanicistica, economistica e antropocentrico – utilitarista. Parafrasando le parole di H. Bergson, appare oggi con singolare evidenza l’esigenza di illuminare il cammino della scienza, e soprattutto della tecnica con i suoi molteplici processi, con un “supplemento d’anima”: l’esigenza di riconoscere il primato a quanto è spirituale. Di fronte alle sfide globali – sociali, religiose, economiche, ambientali – siamo chiamati nel vivere a testimoniare  i valori del bene comune, nonché il rispetto verso la Terra.

Pertanto, in un mondo le cui risorse naturali sono limitate, dobbiamo promuovere stili di vita che non solo riducano, ma prevengano ogni forma di spreco e di abuso verso la natura e i fratelli e che favoriscano una doverosa e saggia amministrazione di tutte le risorse. Le attuali problematiche nell’agenda del mondo globalizzato e le sfide da affrontare determinate dagli effetti dei cambiamenti intervenuti non interessano solo gli aspetti tecnici. Cultura, etica della responsabilità e religione sono elementi costitutivi di nuovi stili di vita a cui bisogna attribuire importanza se si vuole assicurare uno sviluppo armonico dell’uomo. Soltanto un’ecologia naturale che onori diritti e responsabilità individuali e collettive, potrà promuovere una compiuta educazione ecologica.

In questa prospettiva, l’obiettivo presente e futuro è riuscire a far sì che l’umanità possa vivere in maniera dignitosa ed equa senza distruggere irrimediabilmente i sistemi naturali.

La Chiesa e ogni cristiano son chiamati ad attuare un’ etica umana che promuova rispetto verso la creazione e verso ogni forma di vita nonchè un approccio solidale verso le popolazioni più indigenti e i migranti con l’assunzione di una morale della responsabilità. Questa appare come la risposta più efficace per fronteggiare quel disagio della nostra civiltà che è anche espressione dell’inadeguatezza nel modo con cui abbiamo  sfruttato la Terra fino ad oggi.

don Francesco Poli

 

settembre 2016

Lotteria “33a Festa dell’Oratorio”

Numeri Estratti
1° premio 1/135 6° premio 3/314 11° premio 2/301 16° premio 3/447
2° premio 2/297 7° premio 1/862 12° premio 1/793 17° premio 2/340
3° premio 4/213 8° premio 3/185 13° premio 1/54 18° premio 4/281
4° premio 3/873 9° premio 2/876 14° premio 2/294 19° premio 2/938
5° premio 4/96 10° premio 1/741 15° premio 5/115 20° premio 4/119
settembre 2016

Abbiamo lo Spirito per farlo. Chiesa dentro e fuori.

settembre-2016La ripresa del cammino comunitario, dopo l’estate, coincide con il cinquantesimo anniversario della consacrazione della chiesa nuova. Era infatti il 29 ottobre 1966 quando la chiesa parrocchiale voluta dalla gente di Colognola, per far fronte a nuove esigenze di spazio e di fede e progettata dall’architetto Giovanni Muzio, veniva consacrata dal vescovo di Bergamo Clemente Gaddi. Questo lo slogan che sintetizza l’evento: Abbiamo lo Spirito per farlo. Chiesa dentro e fuori.

Prendiamo a riferimento il brano del Vangelo di Luca: Gesù manda i discepoli nei villaggi ad annunciare il Regno di Dio (Lc. 10,1- 15). Eccola, dunque, è essa la “Chiesa del cinquantesimo”: ci si manifesta attraverso la persona di Gesù che chiama e manda ancora i discepoli, proprio come il Padre ha mandato Lui, affinché, nel tempo, fosse ancora e sempre presente tra noi quale Suo inviato. La genesi della vita della Chiesa che è, per sua natura missionaria, rimane sempre il Padre misericordioso verso tutti i suoi figli. La nostra comunità è Chiesa che mostra il suo volto missionario in quanto chiamata a continuare l’opera voluta da Gesù. Noi, in quanto Sua parte, che abbiamo origine dall’amore di Dio Padre per tutti i suoi figli, ne completeremo il cammino con il diffondere pienamente nel mondo il nostro amore di figli per il Padre e tra di noi. Una missione, quella della Chiesa, che ha attraversato il tempo diffondendosi in un orizzonte sempre più vasto, fino ad abbracciare tutto il mondo: è l’abbraccio del Padre, attraverso il Figlio, che cinge tutti senza tralasciare alcuno, perché Dio non abbandona. Le condizioni per essere oggi una Chiesa missionaria, sono le medesime di quelle vissute da Gesù e dai suoi apostoli. L’unica differenza sta nel fatto che, mentre Gesù è il Figlio che ha lasciato il Padre per cercare i fratelli perduti, noi ci lasciamo continuamente cercare e trovare da Lui. Trovati, lo seguiamo, rendendoci quotidianamente suoi collaboratori; partecipi nella testimonianza gioiosa del Regno. Regno che Gesù è venuto a donarci e grazie al quale veniamo introdotti nella stessa vita del Padre.

È questo un impegno continuo che ci pone dentro una Chiesa continuamente da costruire, compito non facile per la comunità, ma siamo consapevoli che abbiamo lo Spirito per farlo. È infatti tutto grazia dello Spirito di Dio. Continuare, dopo cinquant’anni, ad essere Chiesa dentro la comunità credente con quella capacità, oggi ancor più urgente, di rinnovarsi.

Chiesa fuori: ben disposta nei confronti del mondo, capace di fraternità.

Per una Chiesa così, cinquant’anni sono come un giorno solo.

don Francesco Poli

giugno 2016

La via della fede è un tragitto di lotta

giugno-2016Il cammino che abbiamo percorso insieme in questo anno pastorale ci ha arricchito del dono della fede e dell’appartenenza alla Chiesa.

Ora è tempo che questo dono porti i suoi frutti. Certo il nostro impegno di vita cristiana, in un mondo così lontano dal Vangelo, ha le connotazioni bibliche del giovane e minuto Davide nei confronti di un mondo pagano che si esprime con l’arroganza e la forza del titanico Golia (1Sam. 17-51).

Come resistere nella fede, come sentirsi comunità cristiana in un mondo secolarizzato? Come rimanere “piccolo Davide” in un mondo popolato da lupi?

È nella nostra logica terrena che il forte, l’arrogante, il furbo e il violento vincano…

Ma la logica di Dio, quella che consacra nella ”debolezza” di Gesù il trionfo, rovescia ogni pronostico mondano: il piccolo Davide con un abile colpo di fionda riesce a mettere al tappeto Golia, il campione filisteo. Davide sconfigge Golia.

La via della fede è sempre un cammino di lotta contro quanto, più grande di noi, è capace di sedurci con fascino ingannatore per conquistarci e ridurre la nostra libertà e la nostra volontà in catene. Sempre nuovi Golia cercano nuovi schiavi per il loro mondo. Ogni giorno, il piccolo Davide che è in noi fa i conti con la propria fragilità e spesso esperimenta il male: a ogni Davide, il suo Golia. Ora, lungo il cammino condiviso in questo anno pastorale, abbiamo potuto esercitarci nella fede e resistere all’arroganza come alle seduzioni del mondo. Abbiamo infatti, come Davide, scelto e raccolto 5 ciottoli che, messi nella nostra bisaccia ci permettono di affrontare e sconfiggere Golia. Il primo ciottolo lo chiamo affidamento. Penso che in ogni combattimento la mia forza è il Signore.

Il secondo: preghiera. Le parole della mia preghiera sono quelle che Dio mete sulle mie stesse labbra. Golia è avvisato. Il terzo ciottolo: eucaristia.  Il pane del cammino che non può mancare nella bisaccia. Il quarto ciottolo è unzione.

Ogni Davide affronta a capo scoperto la lotta, forte dell’unzione ricevuta dal profeta. Rivestito con l’unzione dello Spirito affronto sereno ogni combattimento.

Il quinto poi è il ciottolo del coraggio.

Lo raccolgo direttamente nell’incontro con il Risorto.

Lungo il cammino della fede ciascuno nella comunità raccoglie i suoi cinque ciottoli e si comporta nei confronti del Male come il piccolo Davide: Cacciò la mano nella bisaccia ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il filisteo in fronte. La pietra si infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra.

Così Davide ebbe il sopravvento sul filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada (1Sam. 17,49-50).

don Francesco Poli