giugno 2016

La via della fede è un tragitto di lotta

Il cammino che abbiamo percorso insieme in questo anno pastorale ci ha arricchito del dono della fede e dell’appartenenza alla Chiesa.

Ora è tempo che questo dono porti i suoi frutti. Certo il nostro impegno di vita cristiana, in un mondo così lontano dal Vangelo, ha le connotazioni bibliche del giovane e minuto Davide nei confronti di un mondo pagano che si esprime con l’arroganza e la forza del titanico Golia (1Sam. 17-51).

Come resistere nella fede, come sentirsi comunità cristiana in un mondo secolarizzato? Come rimanere “piccolo Davide” in un mondo popolato da lupi?

È nella nostra logica terrena che il forte, l’arrogante, il furbo e il violento vincano…

Ma la logica di Dio, quella che consacra nella ”debolezza” di Gesù il trionfo, rovescia ogni pronostico mondano: il piccolo Davide con un abile colpo di fionda riesce a mettere al tappeto Golia, il campione filisteo. Davide sconfigge Golia.

La via della fede è sempre un cammino di lotta contro quanto, più grande di noi, è capace di sedurci con fascino ingannatore per conquistarci e ridurre la nostra libertà e la nostra volontà in catene. Sempre nuovi Golia cercano nuovi schiavi per il loro mondo. Ogni giorno, il piccolo Davide che è in noi fa i conti con la propria fragilità e spesso esperimenta il male: a ogni Davide, il suo Golia. Ora, lungo il cammino condiviso in questo anno pastorale, abbiamo potuto esercitarci nella fede e resistere all’arroganza come alle seduzioni del mondo. Abbiamo infatti, come Davide, scelto e raccolto 5 ciottoli che, messi nella nostra bisaccia ci permettono di affrontare e sconfiggere Golia. Il primo ciottolo lo chiamo affidamento. Penso che in ogni combattimento la mia forza è il Signore.

Il secondo: preghiera. Le parole della mia preghiera sono quelle che Dio mete sulle mie stesse labbra. Golia è avvisato. Il terzo ciottolo: eucaristia.  Il pane del cammino che non può mancare nella bisaccia. Il quarto ciottolo è unzione.

Ogni Davide affronta a capo scoperto la lotta, forte dell’unzione ricevuta dal profeta. Rivestito con l’unzione dello Spirito affronto sereno ogni combattimento.

Il quinto poi è il ciottolo del coraggio.

Lo raccolgo direttamente nell’incontro con il Risorto.

Lungo il cammino della fede ciascuno nella comunità raccoglie i suoi cinque ciottoli e si comporta nei confronti del Male come il piccolo Davide: Cacciò la mano nella bisaccia ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il filisteo in fronte. La pietra si infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra.

Così Davide ebbe il sopravvento sul filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada (1Sam. 17,49-50).

don Francesco Poli

maggio 2016

Manteniamo viva la democrazia

Maggio-2016Ne siamo convinti: è tempo di nutrire e custodire la democrazia. E su questo tema siamo in piena sintonia con papa Francesco, il quale, dinanzi ai deputati del Parlamento europeo, pose quali temi attuali: l’immigrazione, la tutela dell’ambiente e la promozione dei diritti umani e della democrazia, esortando l’Europa a riscoprire “la sua anima buona”.  Per papa Francesco, la democrazia odierna, deve passare da un livello a «bassa intensità» ad un livello ad «alta intensità». Detto altrimenti, essa deve vincere la povertà, includendo tutti i cittadini nel mercato e nel welfare, oltre che nei circuiti della politica. Una democrazia che richiede oggi una rinnovata partecipazione dei cittadini alla vita della comunità nelle sue diverse declinazioni.

Un compito non facile se consideriamo che, per la cultura odierna, gli obiettivi da realizzare attraverso tale partecipazione democratica sembrano ridursi principalmente a quelli della gestione degli interessi materiali: il consolidamento e sviluppo della ricchezza e delle conoscenze tecnico-scientifiche. Anche la tutela dei diritti umani – obiettivo fondamentale che gli Stati contemporanei affermano di perseguire – è in realtà vista in quest’ottica: tali diritti risultano, in ultima analisi, la specificazione di non essere obbligato a seguire una determinata strada nella personale ricerca della felicità (diritti civili) e di partecipare ad una certa ripartizione delle ricchezze materiali (diritti economico-sociali).

Come la realtà dei fatti ci mostra, le polis di oggi difficilmente si impegnano nella ricerca di valori assoluti, di risposte alle domande sul senso della vita: anzi, da un lato tendono a rinunciare ad alcuni dei valori tramandati dalle precedenti generazioni a favore della convivenza con altri (società multiculturale), dall’altro cercano di stabilire un minimo comun denominatore valido per tutte le comunità del pianeta, basato sulla dimensione materiale.

Per quanto riguarda poi le istituzioni rappresentative, va rilevato che l’idea che i cittadini siano decisori dei rappresentanti attraverso le elezioni è ostacolata, almeno parzialmente, dalle sempre più notevoli difficoltà frapposte all’esercizio stesso di questa decisione: la crescente quantità di conoscenze specialistiche necessarie per la valutazione delle scelte pubbliche e l’affinamento delle tecniche di manipolazione del consenso – quella che viene definita l’abilità persuasiva costruita dai Media – la rendono spesso più apparente che reale. In secondo luogo, la rappresentanza degli interessi di parte sembra prevalere sulla rappresentanza delle esigenze del bene comune, prendendo il sopravvento sulla funzione comunitaria che dovrebbe essere svolta dalla sfera sociale. Come mantenere viva la democrazia? Vengono oggi formulate varie proposte, fra cui, in particolare, l’integrazione europea, accompagnata da un’effettiva democratizzazione della stessa e dal decentramento e sussidiarietà, per evitare che il divario di identificazione del singolo con la comunità di appartenenza si allarghi troppo. Ma, senza un’adesione di ognuno di noi ai valori democratici propugnati dalla nostra Costituzione e senza un’effettiva partecipazione alla res publica a tutti i livelli, sarà difficile che la democrazia si rafforzi.

don Francesco Poli

aprile 2016

È tempo di nuovi inizi

Aprile-2016Questo nostro tempo rappresenta un passaggio fondamentale per il destino del Pianeta. Il rapido susseguirsi di avvenimenti oggetto di reportage a livello internazionale e le costanti emergenze umanitarie portano ad interrogarsi sul nostro futuro e sul tipo di “abitare” a cui aspiriamo, che vogliamo per la Terra. Ed è in questo scenario che l’ambiente diventa un aspetto di particolare rilevanza.

Da pochi mesi abbiamo chiuso un anno che si è caratterizzato anche per due grandi e significativi appuntamenti: l’Enciclica Laudato Sì ed Expo. L’enciclica di papa Francesco esprime forte e chiara la propria posizione nei confronti della difesa del Creato nel rispetto di quanto è stato donato all’ uomo e di cui egli è custode e non padrone.  L’Expo, con luci e ombre, ha comunque posto all’attenzione generale il tema della sostenibilità, dando grande risonanza alla problematica, del cibo, della corretta alimentazione e dello spreco. Sempre più spesso siamo di fronte ad avvenimenti che hanno grande eco e creano nuovi stimoli sia a livello regionale e provinciale sia a livello di istituzioni centrali. Emergono sollecitazioni sempre crescenti perché si operino scelte che portino noi, ospiti della Terra, ad una più attenta consapevolezza dei problemi del territorio e dell’ambiente nonché ad impostare programmi adeguati che ne tutelino le esigenze e lo valorizzino. Scelte che sempre più si impongono.

L’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco, indirizzata a tutta l’umanità, non solo ai cristiani, ha un’aspirazione ardentemente francescana, la Terra è “sorella”, “famiglia”, abitata da creature che sono “fratelli e sorelle” e la fraternità non riguarda solo gli esseri umani, ma comprende tutte le creature. La visione biblica della creazione ci fa comprendere la Terra in tutta la sua bellezza e dignità e ci porta a rovesciare la visione consolidata di una certa cultura moderna che ha condizionato la civiltà occidentale e lo stesso cristianesimo, considerando e vivendo il nostro pianeta come materia da usare, da abusare e da cui trarre illeciti vantaggi. Ed è stato questo aspetto erroneo della visione del creato la causa principale della crisi del vivere oggi. Quale il rimedio? Con papa Francesco ritengo che noi cristiani dobbiamo ripartire dalla riscoperta dell’armonia tra Dio, uomo e mondo. È innegabile come questo nostro tempo esiga la prosecuzione, sempre più risoluta, di quel processo di cambiamento del modello di sviluppo che ha mosso i primi passi in sordina e che oggi sta, lentamente, affermandosi. È un stagione nuova, la nostra, che evidenzia la necessità di cambiamenti, talora anche radicali, attraverso una presa di coscienza responsabile e condivisa che li renda attuabili.

don Francesco Poli

marzo 2016

Un fatto nuovo “accade”!

Marzo-2016Di ritorno da Emmaus, i due discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Lc 24, 35

Anche a noi, in questa Pasqua, parlano i due discepoli di Emmaus. Sono in città, tornati di corsa dal villaggio di Emmaus col cuore in tumulto. Ripercorrono la strada che, sconsolati e tristi, hanno fatto
all’inizio di quello stesso giorno, primo della settimana. Nell’andare il loro cuore era appesantito, scosso per i tragici eventi della passione di Gesù, fino a quando durante il cammino, Gesù in persona si era fatto loro vicino e conversava. Poi il pasto condiviso e il gesto del pane spezzato. E, lì, lo hanno riconosciuto: Rimani con noi, Signore! Sussurrano… Ora sono ritornati. La strada non li affatica e la terra brucia sotto i loro piedi. Arrivati in città si dirigono nella casa dove sono radunati gli apostoli. Entrano, raccontano quanto appena capitato. Mentre parlano, “accade”: Gesù Risorto è con loro. Che meraviglia!

Da quell’incontro, ogni giorno su ogni strada ancora “accade” che la fede nel Risorto sia testimoniata da qualche discepolo, fino raggiungere anche me. Interiormente la accolgo e la comunico, pur nella povertà di ciò che sono. Infatti quando parlo della mia fede nel Risorto in famiglia, ai figli, quando racconto di come l’ho incontrato nei fatti della vita quotidiana, nel lavoro come nello svago, nella preghiera come nell’eucaristia domenicale, nei gesti di misericordia ricevuti e donati, il Signore risorto si fa nuovamente presente e così, semplicemente, “accade” che Egli sia.
L’evento di novità che è la Pasqua di Gesù allora, si diffonde anche attraverso noi, viaggiatori incerti in città senz’anima.
È essa la bella notizia da sempre attesa, un vangelo, da bocca a orecchio, da cuore a cuore, da vita a vita: ancora “accade”, Gesù è vivo.

“Accade” così che ancora ci sia la Pace come dono del Risorto.
Quella pace che rinasce ogni Oasqua e che ci fa sentire ancora amati.
Pace da alimentare e diffonder, non è un’irrealistica utopia in un mondo dilaniato dall’odio, dalla violenza, dall’indifferenza. E così, semplicemente “accade”, che grazie al ritorno di due discepoli da Emmaus, riprendiamo il cammino mentre Gesù in persona rimane con noi. Ancora “accade”: Pasqua di pace.

don Francesco Poli

febbraio 2016

LA LEGGE CI È NECESSARIA

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti;
non sono venuto per abolire, ma per dare compimento… (Mt. 5, 17)

Febbraio-2016Perché, nel mondo delle libertà, possiamo dirci ancora cristiani che praticano la Legge? Un interrogativo che ci poniamo all’inizio della Quaresima e la cui risposta ricerchiamo, con fatica e non senza qualche incertezza. Risposta che non possiamo darci da noi stessi, ma ci verrà grazie all’ascolto del Maestro. Lui, che trova cibo il fare la volontà del Padre suo, ci richiama alla necessità dell’obbedienza al Padre, vivendo la legge della libertà, praticandola. Gesù, infatti, non si mostra come un anarchico che abolisce le norme e contestatore verso ogni forma di autorità; o magari un bonaccione che dice “liberi tutti” come taluni vorrebbero…
Il Maestro non vuole gettare alle ortiche la Torah, come un adolescente scalpitante calpesta leggi e regole, quanto ricondurla al suo significato originale. Il termine Torah, impropriamente tradotto con Legge, in realtà deriva dalla radice iaràh, che descrive il volo della freccia. La Torah, quindi, è stata data da Dio come indicazione perché l’uomo sia felice nell’amore. La Legge come il veicolo dell’amore, questo è ciò che conta davvero. La Legge come forma dell’agire umano libero, la struttura che raccoglie e incanala l’amore realizzandolo qual è: realtà viva nel tessuto delle relazioni umane.
Gesù, nel suo insegnamento, ha chiaro tutto ciò e lo consegna a noi con il messaggio delle Beatitudini. È grazie a Lui che la nuova e definitiva Legge dell’amore sono le Beatitudini: esse non aboliscono, ma portano a realizzazione la Torah antica che adesso non ha più la forma del precetto esteriore, ma diventa Regola di vita interiore. Questo nuovo modo di intendere la Legge, che richiede il passaggio dal solo essere pratica esteriore al suo divenire forma del vivere, la rende necessaria alla vita dell’uomo. Gesù stesso, rivolto a coloro che governano: gli Scribi, i Farisei e i Dottori della legge, affronta questioni specifiche della Legge mostrando come essa sarebbe tradita se non considerata dal nuovo punto di vista, quello delle Beatitudini. Accusato dai Farisei di non voler rispettare le prescrizioni stabilite dalla Legge, Gesù smonta le accuse e mostra così il vero compito della Legge. Prendiamo il precetto “Tu, non uccidere”: la vita appartiene a Dio. Il Gesù delle Beatitudini ci chiede di assumere interiormente la norma di non uccidere; di vivere la consapevolezza che possiamo uccidere non solo togliendo la vita a qualcuno, ma pure col giudicare, con la critica, con l’indifferenza, con il pettegolezzo, con l’esclusione del fratello… Mille modi di uccidere che ci invitano ad un ascolto profondo di Dio e che ci chiedono di vivere quotidianamente nella Sua volontà. Il cristiano, proprio come Gesù che trova nutrimento nel fare la volontà del Padre, vive la Legge interiormente: la appoggia alla sua radice che è l’obbedienza a Gesù, l’Obbediente al Padre, e la riconosce quale strumento per compiere l’obbedienza nell’amore. La legge ci è necessaria per vivere nell’amore.

don Francesco

gennaio 2016

Costruire sulla roccia

Gennaio-2016Quando inizia un nuovo anno è tradizione scambiarsi gli auguri per un futuro migliore. È comunemente riconosciuto il fatto che ci si trovi, primo gennaio, come ad una sorta di giro di boa: si chiude un capitolo per aprirne uno nuovo.
Anche se, ad oggi, l’immagine della macchina fotografica tradizionale è lontana dalle nuovissime generazioni, potremmo azzardare un paragone.
La storia della vita di ciascun individuo, del mondo e della Chiesa è come se, a capodanno, fosse un rullino Kodak che ha raggiunto la 36ª fotografia.
È giunto il momento di avviarne uno nuovo sul quale verranno impresse altre immagini che, ad oggi, ancora non sappiamo: immagini belle, meno belle, più o meno significative, ma comunque costituenti un tassello unico ed inimitabile dell’esistenza di ciascuno. Come ben sappiamo un rullino fotografico viene cambiato per lasciare spazio ad uno nuovo, ma la sostituzione della vecchia pellicola corrisponde ad uno step cruciale: l’anticamera dello sviluppo delle fotografie. Sono i passi più importanti che abbiamo immortalato lungo l’anno precedente e che segnano il punto da cui siamo partiti.
OGNI ANNO, INFATTI, NON CI TROVIAMO AD UN RESET DELLA  NOSTRA VITA, CI TROVIAMO PIUTTOSTO AD UN RE-START.
I buoni propositi e la voglia di impegnarci possono farci cambiare davvero paradigma, ma non possiamo cancellare le tracce che abbiamo lasciato dietro di noi.
DA UN LATO ABBIAMO QUINDI APERTA LA STRADA AL CAMBIAMENTO, MA NESSUNO POTRÀ MAI CANCELLARE QUELLO CHE SIAMO STATI, SOPRATTUTTO IL PRIMO IMPRINTING CHE ABBIAMO FIN DA BAMBINI.
Imprinting non tanto come una generica esperienza del nostro passato, quanto ciò che la caratterizza in una delle sue peculiarità: la fede ricevuta e alimentata nel Dio rivelatoci in Gesù Cristo. Questa esperienza originaria del nostro vissuto umano costituisce in noi, come “radicamento” essenziale del nostro essere umano e spirituale, il vissuto personale: come una casa posta su solide fondamenta, può edificarsi con infiniti dettagli, modi, forme e particolarità differenti…
L’ESSENZIALE NON È GUARDARE A COME CI SI È EVOLUTI, QUANTO PIUTTOSTO A COME SI È CAMBIATI RIAPPROPRIANDOCI E CUSTODENDO QUELLE FONDAMENTA. Questo nuovo anno non sia il tempo/cronos di generici proclami su valori che la retorica consuma; piuttosto tempo/kairos della Parola: Costruisci la tua casa sulla roccia (Mt 7, 24).

don Francesco

dicembre 2015

Verso Betlemme

Dicembre-2015Verso Betlemme. Maria è stanca del viaggio, sottoposta anche agli scossoni di un asino paziente, ma incapace di renderle sollievo lungo una pista dissestata. Durante il cammino, Maria ritorna con la mente e il cuore al giorno della vista dell’arcangelo Gabriele; a quelle Parole udite e poi risuonate nel cuore, inaspettate come un lampo e penetranti come una spada. L’avevano resa gioiosa, luminosa e bella: Rallegrati, o piena di grazia (Lc 1,30). Quel giorno del concepimento per opera dello Spirito Santo, Maria si consegnava al Mistero e si apriva come dono al Dono di Dio. Aveva detto “Sì” all’angelo del Signore era consapevole e convinta. Era realtà ciò che avveniva, non un sogno.

Ancora, lungo la via di Betlemme, Maria rivive un altro viaggio, quello di pochi mesi prima che l’aveva portata tra i monti della Giudea fino al villaggio in cui abitavano Elisabetta e Zaccaria, suoi familiari. Aveva appreso con gioia la notizia del concepimento di Elisabetta. L’incontro tra Maria e Elisabetta fu gioia profonda per entrambe, denso di sorprese e di parole nate dal cuore: Benedetta tu Maria tra le donne. E beata perché hai creduto alla Parola (Lc 1,42). La parola di Maria si fece cantico: L’anima mia esulta nel Signore! Dio è con loro e già tra noi.

Maria, prossima al parto e protetta nel suo viaggio da Giuseppe, sente nostalgia della piccola, ma accogliente casa di Nazareth dove aveva vissuto la gestazione del Figlio tra le fatiche, la sorpresa e la premura dei suoi. Giuseppe aveva condiviso l’attesa e, a suo modo, aveva dato il suo “Sì” a Dio facendosi partecipe del progetto d’amore del Signore.

Adesso non è più tempo di ricordi e pensieri, siamo a Betlemme, l’asino con il suo carico di vita attraversa il villaggio: Non c’è posto per loro nell’albergo (Lc 2,7). Giuseppe e Maria si sentono poveri, mendicanti, carichi di preoccupazioni e soli. Sono senza l’aiuto umano, ma non senza Dio il Quale apre loro la porta della Sua casa a Betlemme: una dimora di fortuna con una mangiatoia. Maria e Giuseppe si guardano, migranti in una stalla, con un figlio che nasce. Maria cercava ancora di capire il Mistero e si ripete: Ascolta, Israele (Deut. 6,4). Nella stalla la Famiglia di Nazareth rimane così, nel buio, a contemplare. Non c’erano se non i rumori di una notte in campagna. Maria contempla il figlio – dono di Dio – mentre pregava con il cuore: “Ascolta, Israele”, e così si faceva voce di popolo in attesa del dono di salvezza.

In quel momento, il dono di Dio ci viene annunciato e i pastori del luogo, per primi si muovono con fede.(Lc 2,8-20); cercavano il bambino. Ascolta, Israele… pensa Maria, mentre Giuseppe si preparava all’inatteso. Non abbiate paura; cercate un bambino, avvolto in fasce e in una mangiatoia. I pastori alzando le fiaccole, gridarono: l’abbiamo trovato. Raccontarono di angeli, di cori celesti, di luce, di messaggi di un bambino Salvatore, Messia, Signore, e quasi si scusavano. Ma quegli angeli ci hanno detto: Andate… e siamo venuti. I pastori scoprirono che Dio, quella notte, era con loro: il Bambino deposto nella mangiatoia; potevano vederLo e adorarLo.

Maria e Giuseppe in questa notte di Natale rimangono in silenzio e, in cuor loro, scoprono il significato di quel viaggio come di tutta la loro vita. (Lc 2,19). Ho ascoltato veramente fino in fondo la Parola sembra dire Maria a Giuseppe. E lui testimonia che davvero: la Parola si è fatta carne ed è veramente questo bambino. Il viaggio di Maria si è concluso. Inizia il nostro viaggio, incontro al Figlio. Buon Natale.

don Francesco

novembre 2015

INCONTRO CON L’ALTRO

Novembre-2015

Una Chiesa di figli che si riconoscono fratelli non arriva mai a considerare qualcuno soltanto come un peso, un problema, un costo, una preoccupazione o un rischio: l’altro è essenzialmente un dono, che rimane tale anche quando percorre strade diverse.
Papa Francesco

I fatti di questi giorni chiedono, con urgenza, alle nostre comunità: accoglienza, integrazione e reciprocità. La nostra fede cristiana si fonda su tali valori e su chi chiede di vivere l’ospitalità; è accettazione dello straniero e del diverso. Al contempo, l’epoca globale sgomenta per il difficile peso delle differenze: l’altro ci appare lontano, i suoi gesti ed i suoi pensieri sembrano a noi estranei, quasi inaccettabili. Riflettere attorno a tali fondamenti della fede cristiana, del nostro vivere morale, significa accogliere la sfida di far fronte alla complessità come alle urgenze della nostra società occidentale.  Gli incontri tra persone e culture diverse non sono facili, alle volte causano spaesamento, conflitto e resistenza: non per questo dobbiamo negarli o tacerli. La multiculturalità è un dato di fatto, l’immigrazione di merci e di persone sono un fenomeno ineluttabile della nostra epoca e della realtà sociale che quotidianamente sperimentiamo. Fondamentale è quindi riconoscere e saper scorgere gli elementi positivi dell’incontro con il diverso, la ricchezza ed il valore che la vicinanza con l’altro possono generare.

Il filosofo Emmanuel Lévinas ha a lungo riflettuto sul ruolo dell’etica nell’esperienza dell’incontro con l’alterità: l’autentica essenza dell’uomo si fonda a partire da quest’idea di sostanziale socialità. L’essere umano necessita della comunità, del sentirsi riconosciuto da un gruppo sociale, per poter esistere: Il povero, lo straniero si presenta come eguale. […] Il fatto che tutti gli uomini siano fratelli non è spiegato dalla loro somiglianza, né da una causa comune di cui sarebbero l’effetto come succede per le medaglie che rinviano allo stesso conio che le ha battute. […] Il fatto originario della fraternità è costituito dalla mia responsabilità di fronte ad un volto che mi guarda come assolutamente estraneo.

La prossimità con il diverso, la presenza dello straniero, devono essere colti quale occasione per l’uomo, di essere davvero uomo: l’opportunità di vedere nel volto dell’altro lo stesso Cristo.  I momenti di difficoltà, le faticose incomprensioni ed i sentimenti di sfiducia che ci accompagnano quando l’altro ci rifiuta, possono essere affrontanti solamente riconoscendo gli aspetti evolutivi ed arricchenti che la vicinanza tra uomini può favorire. Siamo certamente consapevoli della difficoltà che tale percorso comporta, ma al contempo crediamo che tale questione costituisca un aspetto fondamentale nel vivere eticamente, cristianamente e rispettosamente la propria esistenza entro una consapevolezza che non si riduca ad un’egoistica autorealizzazione di sé, ma ad un’autentica sobrietà e giustizia del nostro vivere nel mondo.

don Francesco

ottobre 2015

Essere una scintilla di luce

La vita come pellegrinaggio…

Ottobre-2015L’atteggiamento del pellegrino

Nella tradizione cristiana il pellegrinaggio indica l’atteggiamento di chi si scuote dalla condizione in cui si trova per mettersi in cammino verso una meta rilevante per la propria fede. Ciò significa che c’è qualcosa di fuorviante nell’immergerci eccessivamente nelle cose del mondo: un attaccamento ai luoghi, ai compiti, ai problemi, alle abitudini che appanna la nostra fede e ne limita la vivezza. Così l’anima si intristisce ed i pensieri diventano ossessivi. Perdiamo la capacità di meraviglia, il rapporto con la nostra vocazione e la capacità di rinnovare il mondo.
Il pellegrinaggio inizia con il gesto dell’alzarsi che significa sollevarsi, richiede di portare con sé solo l’indispensabile.

Un santo come guida

A cosa servono i santi? Ad essere guida per il nostro cammino. C’è una fraternità tra la terra ed il cielo, e si realizza nell’amicizia con i santi. Ognuno di loro rivela un messaggio universale ed insieme un modo speciale di vivere la fede. C’è un santo per ogni storia personale. Papa Giovanni XXIII è il santo sorprendente, capace di commozione e bonarietà, ma anche di lucida capacità di giudizio; è legato alla terra contadina ed alla sua gente e nel contempo grande uomo di cultura; è tanto ancorato alla tradizione da rinnovarla radicalmente.

Rinnovare la fede, ogni giorno

Mettersi in pellegrinaggio significa rinnovare la nostra fede. Più precisamente, togliersi dal puro fluire delle cose e del tempo, dall’idea, tanto radicata quanto spesso inconsapevole, che niente dura per sempre. Romano Guardini ci ricorda che questo sentimento ci espone sul nulla: perché vi possa essere un fluire, dev’esserci qualcosa di durevole in esso. La nostra fede, dono gratuito di Dio, è costituita da un legame intimo con Cristo, quella compagnia che ci costituisce stabilmente e ci consente di vivere il quotidiano come una successione di fatti straordinari, quel mistero che fa sì che ognuno di essi sia rivelativo dell’amore di Dio.

La luce che proviene dalla fede

La fede introduce nella nostra vita una luce speciale che non può essere spiegata umanamente, ma che ha conseguenze rilevanti per tutti noi. Grazie ad essa vediamo il segno di contraddizione, la crepa che farà crollare l’idolo; vediamo le meraviglie che Dio diffonde nella storia degli uomini; riusciamo a scorgere il valore generativo del chicco di grano che solo morendo porterà frutto.
La nostra storia, anche se segnata spesso da dolore, da incertezze, da momenti di crisi, è una storia di salvezza. In Gesù, ogni nostro esilio finisce e ogni lacrima è asciugata, nel mistero della sua Croce, della morte trasformata in vita. Dobbiamo rimanere sempre aperti alla speranza e saldi nella fede in Dio. Non dobbiamo dimenticare di ringraziare il Signore. La meditazione sui benefici del Signore deve spingerci a operare per il bene e per trasformare il mondo. Dobbiamo imparare anche dalle notti buie; non dimenticare che la luce c’è, che Dio è già in mezzo alla nostra vita e che possiamo seminare con la grande fiducia che il “sì” di Dio è più forte di tutti noi.
Questo pellegrinaggio che è la vita ci aiuta a fare memoria della misteriosa presenza di Dio in noi, a risvegliare la gioia profonda che Dio è entrato nella nostra esistenza, liberandoci: è la gratitudine per la scoperta di Gesù Cristo, che è venuto da noi. Questa gratitudine si trasforma in speranza, è stella della speranza che ci dà la fiducia, è la luce, perché proprio i dolori della seminagione sono l’inizio della nuova vita, della grande e definitiva gioia di Dio.

don Francesco

settembre 2015

Stai alla porta e bussi?

Settembre-2015“Sto alla porta e busso”. È la Parola del Maestro come la prendiamo dal libro dell’Apocalisse. Parola che oggi sentiamo rivolta ancora da Gesù a ciascuno di noi come a tutta la comunità cristiana. Questa parola di Dio testimonia la reale volontà del Maestro di farsi vicino alla nostra vita, come a chiedere di entrare nella nostra casa. Un autentico desiderio, quello di Gesù, a rendersi disponibile e collaborativo nel promuovere e realizzare il progetto di vita personale e comunitario. Questo Suo farsi prossimo si offre alla debolezza della fede di cui soffriamo, anche comunitariamente.

Oggi come allora, come ai cristiani di Laodicea, la comunità a cui si rivolge la Parola di Gesù nella pagina dell’Apocalisse. Pur essendo stati aspramente rimproverati e minacciati per l’orgoglio e la tiepidezza spirituale, essi ricevono dal Signore un ultimo monito: «Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,19, 20). Attraverso questo forte richiamo, il Signore mostra il Suo grande amore per la Sua creatura cercando in tutti i modi di farle comprendere il suo reale stato spirituale e morale. Ai cristiani di Laodicea, che erano divenuti tiepidi nei loro rapporti con Dio, Cristo rivela la necessità di scuotersi, di essere ferventi e appassionati nella fede. La passione spirituale non ammette tiepidezza. L’invito è per un radicale cambiamento della loro vita e dei loro pensieri.

È la concreta immagine di non poche comunità cristiane d’oggi, sedotte e frastornate dalla cultura secolarizzata: la gioia dello spirito non viene mortificata violentemente, ma lasciata morire a poco a poco. Una lenta anemia della gioia. Si registra sempre più tra i cristiani una deleteria mancanza di passione spirituale, che vuol dire insensibilità alle stesse parole di Gesù. Anche la nostra comunità cristiana ha bisogno di una rinnovata accoglienza di Gesù. Questa esigenza sarà il cuore del cammino pastorale in questo nuovo anno 2015/16 che attraverseremo insieme. Molti sono i segni per vivere un autentico e rigenerativo incontro con il Maestro: il Giubileo straordinario della Misericordia; la lettera del vescovo Francesco sulle esigenze della carità; l’avvicinarsi del 50° anniversario della consacrazione della chiesa parrocchiale. Egli sta alla porta e bussa, mostrandoci il primato della sorprendente iniziativa divina. Vieni, Signore Gesù! È la risposta che il Maestro attende.

don Francesco