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Bonhoeffer e il cristianesimo post-religioso

Ricordo ancora con nitidezza la sincera preoccupazione di un caro amico prima di morire: che ne sarà del futuro del cristianesimo? È una domanda che accompagna tanti credenti sinceramente appassionati del futuro della chiesa. L’attuale stagione culturale è sotto il segno di una sorta di emorragia impossibile da tamponare: sono molti i credenti che non riescono più a vivere nell’alveo della pastorale parrocchiale (i cammini delle comunità si sono infragiliti o fossilizzati sul binomio sacramenti e religiosità popolare), la ricerca spirituale di molti segue strade altre, fiutando altrove le risposte alle proprie domande. È come se la religione non bastasse più. Ma c’è dell’altro. Il cristianesimo soffre non solo di un abbandono religioso – la gente non va più a messa, non fa battezzare i figli, non si sposa in chiesa, etc. – ma anche della sua marginalizzazione: non è più titolato a dettare le coordinate dell’esistenza di donne e uomini che si concepiscono senza una religione. Già ottant’anni fa, ancora molto prima dell’avvento del Concilio Vaticano II, si stava riflettendo proprio sulle condizioni del cristianesimo per l’uomo ormai non più religioso, cresciuto nella sua adultità culturale, ormai abituato a vivere “come se Dio non ci fosse”. La sentenza nicciana del “Dio è morto” era inappellabile. Mentre Freud aveva scippato alla religione cristiana il potere sulle coscienze (psicanalisi) e Marx decretava la religione come “oppio dei popoli” (ed era lucidissimo nel segnalare che l’imperativo dogmatico dell’economia avrebbe rottamato ogni riferimento alla trascendenza), Nietzsche aboliva ogni metafisica (il dio della metafisica è morto) lasciando lo spazio al nichilistico non-senso-del-Senso e inchiodando la religione (e la morale cristiana) alla sua volontà di non volere la vita. Proprio dal carcere di Tegel (Berlino) un teologo luterano che si oppose fermamente alla dittatura di Hitler rilasciava lettere profetiche: «Stiamo andando incontro a un tempo completamente non-religioso; gli uomini, così come ormai sono, semplicemente non possono più essere religiosi», il cristianesimo è solo «forma di espressione umana, storicamente condizionata e caduca» e dunque – si chiedeva – «come può Cristo diventare il signore anche dei non-religiosi?». Il suo tentativo – non tematizzato in fondo, perché venne impiccato il 9 aprile 1945 a soli 39 anni – era proprio quello di trovare una forma cristiana che parlasse ai «cristiani non-religiosi-mondani». Occorreva, però, liberarsi da un’idea deviante e strumentale di Dio che una certa religione aveva tenuto in piedi nei secoli, un’idea onnipotentistica e miracolistica insostenibile rispetto a un cristianesimo che necessitava di purificazione e di autocritica. Occorreva far morire un certo Dio («tappabuchi») per lasciare parlare il Dio dei vangeli. Dire che Dio è morto non significava, infatti, dire che Dio non esiste. E, qui, Bonhoeffer sarà nettissimo: «Dio si lascia cacciare fuori del mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta a fianco e ci aiuta […] Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza! […] La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare». Forse è partendo da un Dio più evangelico che il cristianesimo potrà darsi futuro e aprirsi una via nel cuore dei contemporanei. Un Dio così è più credibile. È per questo che in comunità abbiamo pensato opportuno raccogliere la testimonianza di questo grande martire cristiano. Molto di quello che ha detto ci riguarda. Proprio oggi.