Mi affido nuovamente alle parole di Bonhoeffer per rivolgere alla comunità gli auguri: «Il senso del messaggio pasquale è: Dio è la morte della morte, Dio vive e perciò vive anche Cristo, la morte non ha potuto trattenerlo contro la strapotenza di Dio. Dio ha pronunciato una parola potente sulla morte, l’ha annientata, ha risuscitato Gesù Cristo». A pensarci bene, dovremmo limitarci a dire solo questo nei giorni della Settimana Santa. E basterebbe. Ci dovrebbe bastare. L’evidenza però è un’altra: si sta apparecchiando un nuovo caos mondiale (altro che nuovo ordine) e la guerra è tornata, ferocemente, sfacciatamente, ad essere «la continuazione della politica con altri mezzi» secondo il profetico adagio del teorico militare prussiano Carl von Clausewitz, tratta dal suo trattato Della guerra pubblicato postumo nel 1832. I palcoscenici bellici si moltiplicano: da quattro anni conosciamo quello ucraino, da almeno due Gaza (entrambi i conflitti sono usciti dalle agende massmediatiche), poi come se non bastasse il Golfo è tornato a incendiarsi a tal punto da farci tragicamente sospettare che la crisi mediorientale potrebbe generare la terza guerra mondiale. Ci si chiede, esposti come siamo su questo immenso palcoscenico di morte senza quinte dietro le quali trovare riparo e nasconderci, quale potrebbe essere il senso dei nostri auguri pasquali. Mi sembra che tutto questo oceano di insensatezza – il non senso della guerra – solcato dai nuovi pirati del godimento planetario stia strappando la stoffa di quell’umanesimo che la civiltà dei diritti e dei doveri con grande pazienza (e a caro prezzo) aveva tessuto e confezionato. In un attimo ci si sente precipitare senza paracadute nel baratro di nuove barbarie mentre all’orizzonte si profilano tirannie (più educate, ma terrificanti) che erodono i fondamentali della libertà, dell’uguaglianza e, soprattutto, della fraternità. Sì, è soprattutto l’utopia della fraternità a farne le spese nella più totale impotenza di istituzioni e democrazie. I tempi in cui si è consumata la passione e la morte di Gesù erano gravidi di attese e speranze, ma anche in balia di imperialismi che tenevano in scacco intere popolazioni. L’avvento dell’ebreo marginale e periferico portava con sé il sogno di un modello di vita nel nome della giustizia a salvaguardia della dignità e dell’integrità di tutti gli esseri umani. Lui chiamava questa novità “regno” ma non c’erano poteri (politici, religiosi) a cui appendere la propria libertà, c’era solo l’urgenza interiore del bene. L’“adelfocrazia” instaurata dal galileo non prevedeva ruoli ma il riconoscimento dei miti, l’innalzamento degli ultimi, il riscatto per gli offesi dalla vita e dalla storia, e una buona dose di prossimità per gli esodati dal mondo. Il primato della fraternità era la misura veritativa di ogni forma religiosa e di ogni rapporto con Dio. Che non amava essere tirato per la giacchetta dall’uno o dall’altro partito. Quando Gesù annuncia che la sua morte, conseguenza della sua critica religiosa alla religione dei padri, sarà violenta afferma anche con certezza che la resurrezione non sarà un magheggio riuscito bene all’Altissimo ma il nome di quella giustizia che si deve alla vita vissuta come pro-esistenza, di quella fraternità che ha il sapore delle cose che piacciono a Dio. Gli auguri non possono che andare nella direzione di quella speranza che non s’arrende alla brutalità (banalità) del Male e attende la resurrezione di un’altra umanità. Perché un’altra umanità è sempre possibile.
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Nella resurrezione di Cristo un’altra umanità è possibile
